Mais, gli effetti della difficile annata 2013

Tecnica

Il 2013 non sarà certamente ricordato come un anno favorevole per l’annata agronomica, nella pianura padana. L’andamento meteorologico ha messo a dura prova gli agricoltori nella scelta del momento più adatto per le semine: le piogge hanno ritardato di un mese le operazioni colturali e di fatto solo i coltivatori che hanno saputo aspettare che i terreni fossero abbastanza in tempera hanno limitato il calo delle rese in campo.


Terreni lavorati bagnati con scarsa capacità di sgrondo, lavorazioni grossolane unitamente a forti dilavamenti hanno determinato infatti condizioni pedologiche non ottimali per lo sviluppo delle coltivazioni che si sono poi riflesse non solo sulle rese ma anche sulla qualità dei prodotti raccolti. Tant’è vero che in molti casi le seconde semine sono state migliori delle prime, grazie a terreni più asciutti e meno compattati dal passaggio dei macchinari.


Le insistenti piogge fino ai primi giorni del mese di giugno hanno di fatto ritardato i tagli maggenghi compromettendo il ricaccio e dunque lo sfalcio successivo degli erbai, così come i loietti che sono stati affienati eccessivamente maturi o scarificati fasciandoli. Le continue condizioni climatiche caldo/umide si sono ripercosse anche sulla qualità dei cereali autunni vernini, favorendo il costante sviluppo di malattie fungine che hanno contributo a ridurre notevole la capacità fotosintetica della coltura e dunque la produzione.


Per quanto riguarda il mais i problemi maggiori si sono ovviamente avuti sulle prime semine, anche se di fatto nel 2013 parlare di prime semine è alquanto eufemistico poiché queste sono avvenute in tempi tra loro diversi, traducendosi poi in trincee con caratteristiche di sostanza secca e nutritive molto variabili. In ogni caso il ritardo ha comunque causato una finestra di trincee vuote (tant’è che molti allevatori a inizio settembre hanno optato per il trinciato verde) che ha indotto mediamente a raccolte anticipate sacrificando il completo sviluppo della pianta e dunque la quantità di sostanza secca insilata.

Dal campo alla stalla


Traducendo la resa agraria in resa zootecnica si parla di un calo del 15% della digeribilità dell’NDF, con ovvie ripercussioni sull’efficienza alimentare e metabolica degli unifeed delle vacche da latte.


Durante il processo di maturazione della pianta infatti il contenuto di lignina dei tessuti vegetali aumenta gradualmente, andando a sostituire, nell’ambito della parete delle cellule vegetali, le pectine che normalmente ricoprono le fibre di cellulosa e di emicellulosa, rendendo queste ultime meno accessibili all’azione fermentativa dei batteri.


La digeribilità dell’NDF si correla direttamente all’energia e all’assunzione di alimento: l’1% di digeribilità dell’NDF condiziona infatti l’assunzione di più di 100 g di alimento. Il 15% corrisponderebbe dunque ad una variabilità di assunzione di circa 1,5 kg di alimento tal quale ovvero 750 gr di sostanza secca. Ipotizzando un indice di trasformazione latte medio di 1,4 (1,4 litri di latte per ogni kg di sostanza secca assunta) questo corrisponderebbe a circa 1 litro di latte per capo.


La digeribilità dei foraggi rappresenta pertanto una grande opportunità tecnico-economica poiché consente di razionare in modo più bilanciato massimizzando l’efficienza ruminale.


Alla riduzione della fermentescibilità ruminale della fibra si aggiunge in taluni casi una dubbia disponibilità dell’amido presente nel silo mais, come di fatto le reazioni produttive delle vacche all’apertura delle nuove trincee hanno dimostrato.


A causa della difficoltà di fienagione ad oggi c’è inoltre una grande disponibilità di foraggi fasciati e/o insilati la cui struttura fisica e appetibilità lasciano spesso a desiderare compromettendo ulteriormente la proprietà ruminativa dell’unifeed e l’ingestione di sostanza secca.

Per compensare le carenze


Che fare? Sicuramente vale sempre la regola generale di sfruttare al massimo della loro possibile efficienza i foraggi aziendali. Le carenze si possono poi compensare con l’inserimento di mangimi fibrosi ad alto contenuto di pectine ed emicellulose formulati ad esempio con polpe di barbabietola, buccette di soia e cruscami.


Per preservare gli equilibri foraggio/concentrati della razione è bene prevedere anche l’inserimento del cotone che, oltre ad avere proprietà ruminativa apporta il 20% di fibra molto digeribile, ottimo substrato dunque per i batteri ruminali. Inoltre, per garantire la fibra fisico effettiva non è da dimenticare la paglia, ottimo strumento per stimolare le papille ruminali e regolare il transito.


Per quanto riguarda invece l’eventuale scarsa disponibilità di amido nei silomais e pastoni un valido aiuto arriva dal mais trattato termicamente che ha una quota di amido gelatinizzato, ovvero più prontamente digeribile e maggiormente disponibile alla microflora ruminale. Se poi si aggiungono problemi di appetibilità dovuti ad esempio a un eccesso di umidità dei fasciati e/o di azoto ammoniacale, l’inserimento di un po’ di melasso di canna aumenta l’appetibilità dell’unifeed, e, grazie all’apporto di zucchero, aiuta i batteri ruminali ad utilizzare l’eventuale azoto in eccesso.

Aumentare l’efficienza nutritiva


Tutto ciò a quale prezzo? Simulando una classica razione da disciplinare Grana Padano come da esempio A (tabella 1) e ipotizzando di migliorarne l’efficienza attraverso l’inserimento dei prodotti appena elencati come da esempio B (tabella 1), la differenza per chilo di sostanza secca è di 0,014 euro, ovvero 0,30 euro capo giorno per una razione a 22 chili di sostanza secca.


Ne vale la pena? Bisogna fare i conti sui risultati. Sicuramente in un momento di mercato del latte favorevole investire per aumentare l’efficienza di trasformazione della razione in latte lascia più speranze di successo.
Investire per aumentare l’efficienza produttiva ma anche metabolica della razione diviene ad oggi una sfida necessaria, l’importante è sapere fare i conti insieme al proprio tecnico e verificare costantemente che gli investimenti fatti producano i risultati voluti e che siano economicamente vantaggiosi.

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