Contratto di filiera o mercato libero?

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Produttori pugliesi a confronto sul collocamento della granella

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Produrre grano duro in filiera o per il libero mercato? La domanda, per i durogranicoltori, non è oziosa, ma di grande importanza per il reddito e, a volte, persino per la sopravvivenza stessa della loro azienda.

Per tutti, quindi, la risposta, pur non unica, è sempre molto concreta, in quanto mira, a seconda dei casi specifici, o ad assicurarsi un prezzo minimo garantito legato al raggiungimento di una determinata percentuale di proteine, oppure a incassare, più o meno subito e per intero, il prezzo pagato dal mercato.

«La differenza la fanno diversi fattori, in primo luogo la condizione economica dell’azienda – spiega Francesco Zannella, 80 ha a grano duro tra Foggia e Carapelle –. In genere l’agricoltore che non ha bisogno di incassare subito propende per l’adesione a un contratto di coltivazione in filiera: spesso conduce un’azienda di medie o grandi dimensioni. Invece, sovente anche se non sempre, chi gestisce un’azienda di piccolo-medie dimensioni ha fretta di riscuotere perché preferisce saldare le spese sostenute per l’acquisto di concimi, agrofarmaci o altri mezzi tecnici agricoli, pagare la preparazione del terreno, comprare il seme per la nuova annata e, ovviamente, sostentare la famiglia. Desumo queste considerazioni da una puntuale conoscenza della Capitanata, cuore della produzione durogranicola italiana. Io appartengo al primo tipo di agricoltori».

 

 

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