Vivaismo viticolo, salto nel futuro

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Diversamente da altri settori, ad esempio i seminativi, in viticoltura c’è un metodo sicuro per sapere dove andrà il mercato del prossimo quinquennio: basta chiedere ai vivaisti.

Per produrre una certa varietà di uva nel 2018, infatti, un viticoltore deve mettersi all’opera adesso: ordinare le barbatelle, piantarle nella primavera del 2015 e prepararsi a raccogliere i primi grappoli – pochi, per la verità – tre anni dopo, ben sapendo che le vere produzioni a potenzialità piena arriveranno dal 2020 in poi.

Il mercato vivaistico italiano ha pochi eguali nel mondo. Anzi non ne ha nessuno, avendo ormai sorpassato, per numeri e fatturato, anche la Francia. Avventurarsi nei suoi meandri vuol dire fare un salto nel futuro non soltanto della viticoltura italiana, ma dell’intero pianeta.

Un perfetto esempio sono i Vivai cooperativi Rauscedo (Vcr), i primi vivaisti viticoli al mondo, con oltre 60 milioni di barbatelle vendute. Vcr esporta in circa 30 paesi diversi: dall’Argentina all’Azerbaijan, passando, ovviamente, per tutti i paesi storici della viticoltura europea: Francia (con Vcr France, filiale costituita a Nimes), Spagna, Portogallo e Grecia, con una specifica rete di concessionari. E poi Romania, Russia e anche Ucraina, guerra permettendo. «Abbiamo comunque un buon mercato in Crimea e pensiamo di mantenerlo, nonostante le tensioni di quest’area», ci dice il direttore Eugenio Sartori. Un’altra area potenzialmente calda è il Nordafrica del post primavere arabe. Tuttavia, interviene Sartori, al momento la situazione in Marocco, Algeria e Tunisia è tranquilla e pertanto le esportazioni di varietà da tavola continuano. Vcr vende all’estero quasi il 50% della produzione, vale a dire, migliaio più migliaio meno, 30 milioni di barbatelle che partono da Rauscedo (Pn) con direzione i cinque continenti. «Dove è possibile esportare direttamente, senza vincoli di quarantene o altro, noi ci siamo». Parlando di mercato, il direttore di Vcr segnala un arresto della flessione del quinquennio 2004-2009: «Da qualche anno la contrazione produttiva, dovuta principalmente a una crisi di vendita nel mercato del vino con ripercussioni a catena su tutta la filiera, si è arrestata».

Resistenti a oidio e peronospora

Ci sono stati forti cambiamenti, invece, nelle varietà: «I rapporti di forza tra barbatelle di uve bianche e rosse si sono totalmente invertiti: siamo passati da due terzi di rosse a due terzi di varietà per vini bianchi. Un cambiamento iniziato nel 2007 con il boom del Prosecco e Pinot grigio e che soltanto negli ultimi anni, con il blocco delle superfici a Doc per il Prosecco, sta rallentando il ritmo. Ultimamente abbiamo visto una ripresa di varietà come Montepulciano, Primitivo, Negroamaro, Nebbiolo e Barbera. Sempre vitigni tipici italiani, comunque, mentre alcune internazionali, come il Cabernet, sono in difficoltà. Inoltre c’è interesse per le novità, come Marselan o Rebo, e soprattutto per la nuova frontiera dei vitigni resistenti». Questi ultimi rappresentano in effetti una delle prospettive più interessanti per la viticoltura del futuro. Nati da una ricerca pluriennale dell’università di Udine, finanziata anche dagli stessi vivai Rauscedo, sono in attesa di iscrizione al Registro della varietà italiane. «Dieci varietà in tutto, cinque bianche e cinque rosse, che nascono dall’incrocio di vite europea con ibridi resistenti a peronospora e oidio. Con le selezioni, supportate dalla mappatura del genoma della vite, si è riusciti a ottenere nuove varietà con il 90% almeno di Vitis vinifera, così da avere caratteristiche produttive e organolettiche apprezzabili». Il 10% rimanente, invece, conferisce resistenza a due delle patologie più temute dai viticoltori: «Per la peronospora – prosegue Sartori – abbiamo in alcuni casi una resistenza plurigenetica, per l’oidio una resistenza monogenetica; sufficiente, comunque, a immunizzare la pianta dalla malattia. Noi consigliamo comunque di effettuare uno o due trattamenti al massimo nel corso della stagione, per abbassare la pressione della malattia e ritardare l’insorgenza di ceppi fungini adattati alle nuove piante».

L’interesse da parte dei viticoltori è molto alto: non tale da soppiantare le varietà storiche, ma senza dubbio la domanda verso i nuovi vitigni schizzerà alle stelle, non appena iscritti a Registro italiano delle varietà.

In crescita

Come noto il Nordest è uno dei vivai d’Italia, per la viticoltura. A Padergnone, in provincia di Trento, troviamo i Vivai cooperativi Padergnone, un’altra realtà di dimensione internazionale. Il direttore tecnico, Claudio Todeschini, dichiara con orgoglio che il volume di affari è in costante crescita: «Gli anni di crisi, per noi, sono finiti nel 2010. Purtroppo non abbiamo ancora recuperato i livelli del 2005, né in termini di barbatelle né di fatturato, e forse non ci si tornerà mai, a una domanda del genere. Tuttavia da qualche anno il mercato cresce, trascinato soprattutto dal boom del Prosecco e, poi, del Pinot Grigio, che continua tuttora e ci regalerà un 2015 ancora positivo».

Altra cosa positiva, continua Todeschini, è il cambio di mentalità dei viticoltori: «Scottata da anni in cui non si riusciva a trovare una barbatella di Prosecco se non prenotandola con mesi di anticipo, la maggior parte degli agricoltori ha ormai preso l’abitudine di anticipare la richiesta. Per noi sono le migliori condizioni di lavoro: ricevere gli ordini a ottobre vuol dire poter programmare l’attività. Se poi qualcuno vuole un determinato clone e un servizio su misura, dovrebbe anticipare la richiesta di 14 mesi: febbraio 2015 per ritirare le barbatelle nella primavera del 2016, per esempio. Con ciò, chi vuole varietà internazionali molto diffuse può chiamare a gennaio per aprile, senza alcun problema».

Parlando di varietà, il direttore di Padergnone conferma il buon momento dei bianchi. «Soprattutto in Friuli, Veneto e Trentino sono senz’altro protagonisti. Con ciò, ci sono anche dei rossi che si distinguono.

Se invece guardiamo ai territori, quest’anno abbiamo lavorato bene con la Sicilia e il Catarratto, in Puglia sia con il Primitivo sia con i trebbiani, in Abbruzzo con Montepuliciano e i bianchi Passerina e Pecorino. In Toscana c’è richiesta di Sangiovese, ma a prezzi bassi. In Piemonte e Oltrepò Pavese, invece, la domanda è legata all’andamento climatico: le piogge abbondanti impediscono di preparare i ripidi versanti delle loro colline. In queste zone vanno Pinot Grigio, Pinot Nero e Chardonnay, principalmente».

Per finire, anche Padegnone lavora con l’estero: Spagna, Portogallo, Francia, Moldavia e Romania, ma il 70% della produzione resta in Italia.

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