Vitigni resistenti, l’innovazione negata

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Nessun trattamento contro peronospora e oidio, ma registrazione ostacolata

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Fleurtai: intense note floreali, nessun sgradevole aroma foxy o simil fragola. Soreli: decisi sentori di frutta tropicale, ottima acidità e mineralità. Sauvignon dorè: frutta candita e albicocca. Royal Cabernet: livelli interessanti di polifenoli, prevalenza di frutti rossi, spezie e viola. La vendemmia 2014 poteva essere quella dell’esordio dei 10 vitigni resistenti a peronospora e oidio messi a punto da Iga, Istituto di genomica applicata dell’Università di Udine (v. tab.). Invece l’iscrizione nel registro nazionale tarda ad arrivare e l’unica occasione per testare le elevate qualità enologiche delle nuove varietà è arrivata grazie al convegno-degustazione organizzato da Fedagri-Confcooperative al 49° Vinitaly. Le eccezioni sollevate dai tecnici del Mipaaf – che per ora bloccano l’iscrizione -riguardano il richiamo al nome del parentale, ovvero alla varietà di Vitis vinifera da cui si è partiti nel programma di introgressione dei caratteri di resistenza tramite reincrocio, e che costituisce oltre il 90% del “sangue” delle nuove varietà. «Secondo la normativa italiana – obietta Stefano Borrini della Società italiana brevetti – (D. lgs. 10/2/2005, n. 30 e succ. modificazioni) la denominazione di una nuova varietà non deve indurre in errore o creare confusione quanto a caratteristiche, valore e identità». Borrini fa notare come il ricorso al patronimico non è un’usanza confinata ai cognomi scozzesi o tedeschi (“Mac” e “Von” stanno per “figlio di”), ma una prassi frequente anche per le varietà vegetali. C’è poi il caso analogo della recente iscrizione (2013) di due varietà resistenti (Cabernet Carbon e Cabernet Cortis) messe a punto negli anni ’80 a Friburgo (Germania). Non si capisce quindi perché le varietà più recenti, caratterizzate da un maggiore livello di resistenza, migliori caratteristiche qualitative e dal plus di essere state messe a punto in Italia debbano essere discriminate. «Non si può nemmeno pretendere – continua Borrini – un nome diverso per il Registro nazionale: la denominazione dev’essere uguale a quella degli altri Stati aderenti all’Ue per la protezione delle nuove varietà vegetali (Upov)». «Negli altri Paesi – afferma Eugenio Sartori dei Vivai cooperativi Rauscedo – le iscrizioni sono più veloci e snelle. E le obiezioni sollevate in alcuni Paesi dell’Est riguardano paradossalmente solo le varietà che non richiamano il nome del parentale (Fleurtai, Soreli e Julius sono nomi che a diverso titolo fanno riferimento al Friuli Venezia Giulia, ente proponente l’iscrizione)». Vcr sostiene l’attività di miglioramento genetico della vite di Iga fin dall’origine. Il più grande produttore mondiale di barbatelle (67 milioni/anno) spinge per questi vitigni resistenti di nuova generazione proprio per unire sostenibilità e qualità. Con le nuove varietà è infatti possibile abbattere il numero dei trattamenti dagli oltre 30 registrati nell’ultima annata ai soli due consigliati per abbassare il potenziale d’inoculo. «Con la selezione clonale – ribadisce Sartori – non è possibile ottenere una resistenza genetica nei confronti delle malattie, al massimo una minore sensibilità indotta». «La vite – ribadisce Michele Morgante di Iga – non può fare a meno del miglioramento genetico. Il prezzo del fatto che i vitigni coltivati abbiano ormai parecchi secoli di storia si paga in termini di consumo di fungicidi, visto che la vite è la coltura che ne fa più ricorso». Grazie al ricorso a tecniche moderne come la selezione assistita da marker, i ricercatori di Udine hanno impiegato solo 12 anni per mettere a punto le nuove varietà, ma due di questi anni sono andati persi a causa delle lungaggini registrative. Il che contraddice l’impegno contro la malaburocrazia ribadito dal ministro Martina. Tab