VERTENZE. Ogm, si riapre il dossier-coesistenza

Gli assessori regionali all’Agricoltura si sono dati appuntamento pre discutere
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Il tema Ogm ha dominato le cronache dell’ultimo mese tra semine vietate, raid degli ambientalisti e polemiche tra agricoltori, associazioni e le stesse istituzioni. E alla ripresa dei lavori estivi, insieme all’agenda Pac che si discuterà in Europa resta il dossier più caldo da affrontare. Il primo appuntamento è fissato per il 14 settembre, data in cui gli assessori regionali all’Agricoltura si sono dati appuntamento per discutere le linee guida sulla coesistenza tra varietà tradizionali, biologiche e transgeniche. L’obiettivo, per nulla facile, è quello di mettere a punto un piano per inviarlo alla prima riunione utile della Conferenza Stato-Regioni. L’incontro è stato sollecitato dal ministro delle Politiche agricole, Giancarlo Galan, all’indomani della scoperta dei campi in Friuli Venezia Giulia di campi coltivati con semi di mais Ogm non autorizzati in Italia e la successiva distruzione da parte degli ambientalisti.

Attualmente in Italia le coltivazioni Ogm sono subordinate all’autorizzazione di tre ministeri (Agricoltura, Salute e Ambiente) previo parere della commissione tecnica per i prodotti geneticamente modificati, cui partecipano anche cinque esperti regionali designati dalla conferenza Stato-Regioni. La Commissione si è espressa una sola volta, chiamata in causa dal Consiglio di Stato, bocciando la richiesta di coltivazione avanzata da Silvano Dalla Libera, vicepresidente di Futuragra. Nella sentenza la commissione sottolineava anche possibili rischi di contaminazione legati all’assenza delle misure sulla coesistenza.

La commissione sta esamindando numerose richieste di coltivazione di mais Ogm, presentate da oltre 300 agricoltori ma anche da società sementiere, ma è difficile che si esprima prima del varo delle linee guida che dovranno essere recepite dalle singole Regioni con proprie leggi. In tutto sono undici le Regioni italiane e una Provincia autonoma che aderiscono all’European network Ogm-free: sono Alto Adige-Südtirol, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana e Umbria. A queste si aggiungono le amministrazioni che, pure in assenza di specifiche prese di posizione in merito, si sono espresse con chiarezza contro le colture geneticamente modificate. Come la Campania, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto guidato dall’ex ministro Zaia, fiero avversario delle biotecnologie. Il primo nucleo delle rete europea Ogm free fu creato già nel 2003. Oggi le Regioni che aderiscono alla rete sono 51 in 8 Stati europei e la Toscana fa parte della vicepresidenza della Rete, dopo essere stata per anni capofila. «I punti fondamentali della battaglia che abbiamo portato avanti con la Commissione Ue si sono basati – sottolinea l’assessore toscano all’Agricoltura, Gianni Salvadori – non certo su una contrarietà aprioristica all’innovazione e alla ricerca, ma sul principio di precauzione, sul diritto alla libera scelta e alla sussidiarietà, al principio “chi inquina paga”». Il principio di sussidiarietà è stato da poco riconosciuto dalla Ue che ha deciso di lasciare agli Stati membri la decisione sulle coltivazioni. Alla Stato-Regioni, invece, spetterà il compito di definire, tra l’altro, eventuali distanze di sicurezza per evitare contaminazioni e l’entità del risarcimento in caso di inquinamento.

Dal canto suo il ministro dell’Agricoltura, Giancarlo Galan, ha ribadito che prima di dare il via libera agli Ogm occorre sviluppare una seria ricerca. Galan ancora una volta ha ribadito che occorre lasciar «perdere le ideologie e affrontare con intelligenza e illuminismo un problema in cui siamo già inseriti». Al momento attuale, ha spiegato il ministro, «non abbiamo alle spalle una seria politica di sperimentazione e di studio dei pro e contro». Occorre togliere i lucchetti ai laboratori, dunque, secondo il ministro anche per evitare di importare tecnologia dall’estero: «Non so se sia vero – ha concluso Galan – ma mi hanno detto che il pomodoro pachino è stato sviluppato in un laboratorio israeliano e poi trasferito in Sicilia».

Galan, infine, ha lanciato un appello alle associazioni agricole per ricomporre le fratture. «Di questo mondo – spiega Galan – mi ha colpito la frattura violenta tra i leader delle organizzazioni: succede così che in Europa non facciamo il bene dei nostri agricoltori. I francesi non fanno così». Pronta la replica della Coldiretti che a proposito del pomodoro pachino ha affermato che «bisogna fare molta attenzione quando si parla di miglioramento genetico e di Ogm perché un conto è la selezione naturale aiutata dall’uomo secondo le leggi di Mendel e un conto sono gli Ogm. Galan dica da che parte sta».


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