Unimi: bovini da carne, meno antiobiotici se l’alimentazione è controllata

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Benessere e utilizzo di farmaci sono influenzati da una serie di fattori di tipo manageriale e strutturale. La gestione alimentare ha un ruolo decisivo: predispone l’animale ad alcune problematiche sanitarie e condiziona il suo status immunitario, fisiologico e metabolico. Ecco le indicazioni degli esperti dell’Università di Milano su come gestire al meglio questo momento

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Già da “ieri” e sempre più nel prossimo futuro le parole chiave nel comparto zootecnico, dagli obiettivi fino ai requisiti e ai controlli, riguarderanno il consumo di antibiotici e il benessere animale. Tali aspetti, tra loro intimamente e strettamente connessi, sono infatti gli argomenti più rilevanti per il consumatore in quanto riguardano temi di fondamentale importanza e cioè l’etica, il crescente sentimento animalista e la salute. Tale evidenza emerge chiara se si considera che l’attività di monitoraggio e verifica del benessere animale, secondo le realistiche e pratiche indicazioni del CReNBA, il Centro di referenza nazionale per il benessere animale (Istituto zooprofilattico sperimentale Bruno Umbertini, Brescia), pur essendo iniziata da non molto tempo, già verrà integrata con un importante capitolo riguardante gli antibiotici, come richiesto dal ministero della Salute.

Crescente è inoltre l’attenzione da parte del comparto distributivo, recentemente sollecitato da campagne internazionali come “antibiotics off the menu – basta antibiotici nel mio piatto”, promossa da Consumers International e portata avanti a livello nazionale da Altroconsumo. La portata di tale campagna sembra essere elevata, tanto da determinare già prese di posizione nette da parte di alcuni colossi della ristorazione collettiva. McDonald’s infatti ha già assunto l’impegno formale di utilizzare solo carni di pollo ottenute da allevamenti che non usano antibiotici per profilassi generalizzata a far data dal 2017 negli Usa e dal 2018 in Canada, mentre Subway (altra grande catena meno nota in Italia) si è impegnata ufficialmente, per il territorio Usa, a utilizzare carni provenienti da allevamenti che non utilizzano antibiotici con le seguenti scadenze: pollo (2016), tacchino (2019), manzo (2025) e suino (2025).

A livello nazionale, al momento, sono stati coinvolti solo operatori del settore avicolo e della grande distribuzione, ma è verosimile immaginare che la questione arriverà ben presto a toccare anche il comparto produttivo della carne bovina.

Tale orientamento riguarda non solo l’Italia ma tutta Europa e il mondo Occidentale intero, e nel breve porterà a una nuova e super selettiva classificazione degli allevamenti ma anche a profonde e complesse variazioni nelle modalità produttive che dovremmo, in qualsiasi caso e in qualsiasi modo, affrontare.

Italia: stop all’anonimato dell’allevamento

All’Europa e ancor più all’Italia è comunque già da tempo richiesto di produrre eccellenza, con modelli produttivi in equilibrio perfetto tra ambiente, benessere, sicurezza alimentare, qualità del prodotto, sicurezza per il lavoratore, etica, con però un’unica grande nota dolente e cioè l’anonimato dell’allevamento. La maggior parte dei produttori italiani è comunque pronta a proseguire quest’ulteriore importante sfida e per la quale viene solo richiesta l’eliminazione di quell’anonimato che tanto ha fatto comodo al comparto della trasformazione e ancor più della commercializzazione. Solo con i prodotti a marchio si potrà infatti seriamente distinguere la carne e le reali modalità produttive da cui essa origina, giustificando l’aumento dei costi di produzione che inevitabilmente comporta il perseguimento di così complessi e autorevoli requisiti. Al contempo si farà chiarezza su tutta quella gran quantità di carne concorrente che, sulla base di tali requisiti, non dovrebbe neppure passare il confine.

Alimentazione: strumento di prevenzione e profilassi

È riconosciuto come benessere e consumo di antibiotici siano influenzati da una notevole varietà di fattori di tipo manageriale e strutturale ma anche soggettivo (caratteristiche dell’animale). L’alimentazione è certamente un fattore altamente critico, con un ruolo che sarà sempre più importante non solo perché in grado di predisporre l’animale ad alcune importanti problematiche sanitarie come ad esempio le patologie respiratorie, le patologie podali e le dismetabolie digestive ma anche e principalmente perché in grado di migliorare lo status immunitario, fisiologico e metabolico dell’animale aiutandolo nel rispondere, affrontare e superare al meglio le patologie che inevitabilmente caratterizzano alcune fasi critiche del processo produttivo.

Un approccio pertanto all’alimentazione come strumento di prevenzione e profilassi verso le complicanze sanitarie.

Patologia respiratoria

È riconosciuto che la fase di accasamento dei bovini provenienti dal pascolo comporti l’inevitabile rischio, e pertanto presenza, di patologie, in primis respiratorie (BRD – Patologia respiratoria bovina). L’incidenza della BRD è infatti variabile dal 7 al 30% a seconda della tipologia di animali allevati e del sistema di allevamento ed è la principale causa dell’utilizzo di antibiotici e della mortalità in allevamento.

Una corretta gestione nutrizionale dei ristalli influenza positivamente il ripristino delle normali condizioni metaboliche e favorisce un’efficace risposta dell’organismo sia agli eventi stressanti che ai patogeni con cui l’animale viene a contatto. L’apporto di una dieta bilanciata e adeguatamente integrata con specifici nutrienti ad azione nutraceutica (vitamine, minerali, pre- e probiotici, oli essenziali, ecc.) consente infatti di ristabilire velocemente condizioni fisiologiche di normalità e di elevare la reattività immunitaria, garantendo così una migliore risposta alla vaccinazione e una maggiore protezione a livello locale e sistemico.

Ovviamente, pur svolgendo l’alimentazione un ruolo determinante, essa non è sufficiente a limitare il consumo di antibiotici e in particolare degli interventi preventivi in metafilassi che tanto gravano su tale voce. Certo è, sulla base di evidenze reali, che il suo abbinamento a pratiche di allevamento ottimali risulta invece in grado di abbattere realmente e notevolmente il consumo di farmaci. Tali pratiche, riguardano una complessa serie di procedure già ben discusse e divulgate (Informatore Zootecnico n. 18, 2015) che comprendono la disponibilità di informazioni sugli animali di nuovo arrivo, sulla loro movimentazione e sul trasporto, la presenza di una zona specifica di quarantena dotata di box “ciechi” con ridotta numerosità, il lavaggio e la disinfezione dei box tra ogni partita di nuovo arrivo, il protocollo vaccinale e le modalità di attuazione, il dimensionamento e l’omogeneità dei gruppi, le modalità di controllo e la qualità del controllo degli animali, l’interazione uomo/animale, il tempestivo intervento e isolamento dei soggetti gravemente compromessi, l’ambiente in termini di microclima e ventilazione, e numerosi altri aspetti tra cui e certamente non da ultimo, la selezione del fornitore, che a sua volta sarà costretto a effettuare una selezione dell’allevamento di origine innescando in questo modo un processo di continuo miglioramento dei sistemi produttivi. Fantascienza? …. No! È un meccanismo molto complesso che inevitabilmente dobbiamo attuare perché il consumatore lo pretende e con esso i nostri interlocutori della commercializzazione.

Indagini condotte sul nostro territorio a riguardo evidenziano gli importanti riflessi che un tale approccio comporta e non solo in termini di miglioramento del benessere animale e del consumo di antibiotici ma anche, di riflesso, sul bilancio aziendale (figura 1).

Dismetabolie digestive

Se nella comparsa e gravità delle problematiche respiratorie la responsabilità non è esclusivamente attribuibile al management aziendale, in quanto patologie a carattere infettivo che giungono in allevamento con gli animali di nuovo arrivo, lo stesso non può dirsi per le dismetabolie digestive. La loro origine è infatti riconducibile a errori o carenze nella gestione dell’allevamento che possono essere efficacemente e facilmente prevenuti. Il rischio di dismetabolie digestive può essere ridotto attraverso un corretto bilanciamento della dieta in termini di apporto in amidi e relativa fermentescibilità, carboidrati strutturali e loro proprietà fisiche e degradabilità a livello ruminale, livello proteico e cinetica di utilizzazione, nonché mediate l’utilizzo adeguato di tamponi e di specifici prebiotici, probiotici e oli essenziali. Un ruolo cruciale viene inoltre svolto dalla gestione del momento alimentare, con particolare riferimento alle caratteristiche fisiche dell’unifeed, all’accuratezza nella preparazione e distribuzione della dieta, alla disponibilità ad libitum dell’alimento, all’assenza di selezione da parte dell’animale grazie a una corretta struttura, coesione e appetibilità degli alimenti. Indipendentemente dalle scelte nutrizionali dell’allevamento, proteina alta proteina bassa, molto solubile poco solubile, amido al 50% o NDF al disotto del 20%, il punto cruciale è che il carro venga fabbricato rispecchiando perfettamente tali scelte e che l’animale possa assumere realmente e costantemente la dieta stabilita. Solo in questo modo si potranno trarre considerazioni e conclusioni corrette sulla validità o meno delle scelte nutrizionali adottate e soprattutto evitare le dismetabolie digestive, il loro conseguente riflesso su morbilità, mortalità e consumo dei farmaci e su performance di crescita e bilancio dell’allevamento. Anche in questo caso è stato dimostrato come una corretta gestione del momento alimentare si rifletta in un miglioramento dell’efficienza in allevamento (figura 2).

Alimentazione controllata

Come evidenziato, al fine di ridurre il rischio di comparsa di problematiche di origine nutrizionale ma anche per evitare un aumento e aggravamento di quelle non di origine nutrizionale, l’accuratezza nella fabbricazione della dieta risulta determinante. Numerose sono infatti le situazioni in cui la dieta pianificata non corrisponde a quella in mangiatoia o meglio a quella assunta dall’animale. Tale aspetto, la cui importanza può sembrare sovrastimata, è invece in grado di determinare riflessi drammatici in allevamento e in particolare quando il livello nutritivo delle diete è elevato.

È ovvio infatti che con livelli nutritivi non elevati, imprecisioni o addirittura errori grossolani, vengano con più facilità mascherati dalla naturale capacità di adattamento fisiologico di cui sia il rumine che l’organismo nel suo complesso sono dotati ai fini del mantenimento di una corretta omeostasi.

In presenza invece di diete mirate a massimizzare le performance e conseguentemente anche la qualità della carne e l’efficienza produttiva dell’allevamento, l’attenzione verso la precisione nel carico degli alimenti, i tempi di miscelazione, le caratteristiche fisiche degli alimenti, il consumo della razione da parte degli animali, le modalità di distribuzione e la gestione delle mangiatoie diventa un aspetto tecnico di primaria criticità. Se poi si sommano insilati anche solo leggermente non ben fermentati o alimenti con livelli di micotossine non estremi ma comunque degni di nota, si concretizzano i presupposti affinché ciò che è sempre andato bene d’improvviso si trasformi in un problema serio.

Ad esempio durante la fase di adattamento la dieta dev’esser caratterizzata da un’adeguata presenza e dimensione della fibra da un lato per stimolare la ruminazione e dall’altro per limitare la cernita dell’alimento al momento dell’assunzione. Tale aspetto è di altrettanta importanza anche durante le fasi di ingrasso-finissaggio.

Con la fibra eccessivamente lunga, gli animali selezionano l’unifeed (foto 1), assumendo pertanto una quantità insufficiente di componenti fibrosi con conseguenti variazioni del pH ruminale che portano alla comparsa di quel complesso di dismetabolie digestive che conducono all’acidosi sub-clinica e clinica e ad un’importante riduzione di assunzione di alimento

Per contro, anche una dieta con una granulometria eccessivamente fine sia della quota fibrosa che dei concentrati sortisce gli stessi problemi a livello ruminale. Una granulometria insufficiente e/o una fibra eccessivamente corta non stimolano infatti adeguatamente la masticazione e pertanto anche la salivazione con il suo importante ruolo tampone (foto 2).

Le conseguenze sono riduzione dell’assunzione, nervosismo, meteorismo principalmente schiumoso, patologie podali, riduzione della crescita, peggioramento dello stato di ingrassamento, aumento del rischio di enterotossiemie, fino alla paracheratosi ruminale e alla formazione di ascessi epatici.

Nir, per gestire al meglio l’alimentazione

In conclusione la gestione del momento alimentare rappresenta un altro importante aspetto del processo produttivo su cui grandi miglioramenti potranno essere fatti, ottimizzando performance produttive ed efficienza in allevamento e con esse anche benessere degli animali e consumo di antibiotici.

A riguardo la recente tecnologia ci offre possibilità a costi assolutamente sostenibili che solo nel recente passato erano impensabili. Attualmente si dispone di strumenti Nir portatili (spettroscopia nel vicino infrarosso) non solo in grado di determinare le caratteristiche degli alimenti come da anni già fatto ma anche dell’unifeed, aprendo nuovi orizzonti nel miglioramento della gestione alimentare dei nostri animali. La possibilità di poter “scorrere” sulla mangiatoia (ma anche sul fronte degli insilati) uno strumento portatile più volte nell’arco della giornata e sulle diverse diete, in abbinamento ad un riscontro immediato del risultato analitico e alla conoscenza e considerazione di tutte le variabili che caratterizzano il momento alimentare, ha infatti potenzialità semplicemente esaltanti.

 

(1) Dipartimento di Scienze veterinarie per la salute, la produzione animale e la sicurezza alimentare, Università degli studi di Milano.

(2) PhD zoonomo, Vercelli spa, Formigliana (Vc).

(3) DVM PhD, libero professionista.

 

L’articolo completo di box e grafici è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 18/2016

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