Un marchio italiano per i prodotti kosher

Matzo ball soup

Vino, lattiero-caseari, miele: alcune delle esperienze in atto. Si fa largo il brand “K.It”. Che non guarda solo alla minoranza ebraica

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Da un lato la possibilità di reperire sul mercato, a prezzi ragionevoli, beni agroalimentari di largo consumo per i membri della comunità ebraica.

Dall’altro l’opportunità, per le aziende, di incrementare le quote di export e aggredire un segmento in grande espansione, sfruttando l’arma del made in Italy.

Dall’incontro tra queste due esigenze è nata l’idea di far nascere un marchio italiano di prodotti kosher, ossia “idonei” secondo le rigorose norme alimentari previste dalla religione ebraica.

«In un Paese noto per le sue eccellenze a tavola, la stragrande maggioranza dei prodotti kosher viene importata» ci spiega Jacqueline Fellus, assessore dell’Unione delle comunità ebraiche italiane alla kasherut.

Così nel 2010 l’Ucei ha lanciato il progetto “Kasherut”, supportato dal ministero dello Sviluppo Economico, dal quale lo scorso anno è scaturito “K.It”, ente e marchio nazionale kosher, dedicato alle imprese italiane (attualmente una decina in trattative).

Un marchio che non si rivolge esclusivamente alla minoranza ebraica osservante, né al solo mercato domestico: nel mondo si stima siano circa 25 milioni i consumatori di prodotti kosher, per un giro d’affari che solo negli Stati Uniti sfiora i 15 miliardi di dollari e cresce ad un ritmo del 15% l’anno. Questo perché sempre più persone vi si rivolgono per motivi salutistici o per fiducia.

Tracciabilità e trasparenza

«Il controllo infatti non avviene solo sul prodotto finito, penso ai biscotti o alla pasta, ma su tutti gli ingredienti, i metodi e gli strumenti di produzione. La tracciabilità e la trasparenza sono rigorosi, così come l’assenza di contaminazioni, anche accidentali, con sostanze non dichiarate, o l’assenza di coloranti e additivi animali. Questo rappresenta una garanzia assoluta per intolleranti, allergici, vegani, celiaci. I prodotti kosher, tranne quelli alcolici, sono inoltre halal, cioè rispettano le regole alimentari mussulmane».

kosher

Il sistema di certificazione

Ma come avviene nello specifico questa certificazione? «La procedura è abbastanza complessa» spiega Francesco Leuci, titolare dell’omonima casa vinicola pugliese, che dal 2013 certifica un Rosso Dop Salice Salentino e un Rosso Igp Salento e che insieme a 14 altre aziende ha partecipato all’ultima missione (Kosher Fest) organizzata da Mise, Federalimentare, Fiere di Parma e Ucei negli Usa.

«Si parte con due visite preliminari del rabbino, in cui viene verificata l’idoneità di impianti, macchinari, serbatoi e tecnologie enologiche, che devono rispondere a standard all’avanguardia. Tutto il processo di vinificazione deve essere poi seguito da un addetto dell’ente certificatore,……

 

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