Trifoglio incarnato, opportunità per l’alimentazione delle bovine

1-059-533x400.jpg

La coltura è stata rilanciata da un recente convegno pugliese

Leggi l’articolo originale Trifoglio incarnato, opportunità per l’alimentazione delle bovine su Terra e Vita.

Il trifoglio incarnato (Trifolium incarnatum) è una tipica leguminosa da erbaio, dallo sviluppo rapido e abbondante, che fino ad alcuni anni fa entrava nei miscugli utilizzati dai foraggicoltori e allevatori pugliesi per gli erbai misti autunno-vernini. Erbai destinati al pascolo temporaneo e alla produzione di foraggi per l’alimentazione delle vacche da latte. In più, grazie alla capacità di fissare l’azoto atmosferico, questo trifoglio si rivelava ottimo nella rotazione colturale.

Ma la difficoltà della produzione del seme, la concorrenza di semi più facili da ottenere e quella di colture, come il pisello, capaci di produrre piante più accattivanti all’occhio per la vistosa fioritura hanno indotto negli ultimi anni i foraggicoltori a trascurare il trifoglio incarnato e a scartarlo nella composizione dei miscugli degli erbai.

Tuttavia, poiché questa coltura è ottima per lo sfalcio, e il prodotto che si ottiene è un alimento zootecnico di buona qualità, è possibile ritornare a coltivarlo? A questo interrogativo ha voluto offrire risposte il convegno “Trifogli incarnati. Il ritorno alla tradizione: ragione e sentimento”, organizzato ad Alberobello (Bari) dalla società sementiera Intini di Putignano (Ba). Incontro che non ha mancato di sottolineare le proprietà zootecniche dell’alimento: è facilmente digeribile dalle bovine e molto palatabile, cioè gradevole al palato, appetibile, purché il taglio venga effettuato a inizio fioritura.

 

Due popolazioni migliorabili dell’“ecotipo di Putignano”

In collaborazione con l’Istituto di bioscienze e biorisorse (Ibbr) del Cnr, ha informato Maurizio Intini, amministratore della società   sementiera, «abbiamo avviato un progetto di recupero del trifoglio incarnato “ecotipo di Putignano”. Progetto condotto attraverso la coltivazione in purezza, nelle annate 2013-14 e 2014-15 e in agro di Putignano, di due popolazioni migliorabili, una precoce e l’altra tardiva, entrambe seminate ai primi di ottobre. Il trifoglio incarnato ha dimostrato di adattarsi molto bene nel nostro ambiente pedoclimatico: le due popolazioni sono cresciute regolarmente (la tardiva un po’ più lenta), con piante perfette».

Di estrema importanza è risultata la gestione delle erbe infestanti, in quanto possono entrare in competizione con la coltura. «In particolare il ranuncolo favagello (Ranunculus ficaria) ha una diffusione così importante da coprire il trifoglio e annullarne la produzione. Poiché non esistono in commercio diserbanti registrati appositamente su trifoglio incarnato, abbiamo effettuato prove in parcelle, per valutare diversi diserbanti registrati genericamente su leguminose foraggere. Le prove hanno dimostrato che il diserbo è tanto più efficace quanto più le infestanti sono piccole».

Nello svolgimento delle diverse prove grosse difficoltà sono state causate dai ristagni d’acqua, causati dal continuo maltempo, ha evidenziato Intini. «Il trifoglio incarnato è una pianta che soffre molto questi ristagni, perciò va seminato dove pantani non se ne formano, oppure sono molto piccoli. Le prove hanno anche dimostrato che seminare il trifoglio incarnato in purezza per due anni di seguito sullo stesso terreno è una scelta sbagliata: il primo anno la produzione è discreta, il secondo è molto bassa. Il trifoglio incarnato precoce è stato trebbiato intorno al 10 giugno, con resa di 4 q/ha, quello tardivo un mese dopo, il 10 luglio, con resa di 2 q/ha».

 

In miscugli, per erbai e pascoli-erbai

Nella coltivazione del trifoglio incarnato uno dei principali problemi agronomici è la scelta della cultivar, ha sottolineato al convegno Eugenio Cazzato, ricercatore presso il dipartimento Disaat dell’Università di Bari. «Esiste un’ampia gamma di precocità delle 14 varietà iscritte a registro, con differenze nell’epoca di fioritura anche superiori a 45 giorni. Però non sempre è evidente la correlazione fra precocità e produttività, che quindi non è determinata dalla lunghezza del ciclo. Varietà a ciclo precoce o medio su terreni soggetti a carenze idriche primaverili forniscono produzioni superiori alle tardive. Ma le tardive in condizioni pedoclimatiche favorevoli presentano ugualmente buone produzioni».

Per quale tipo di erbaio è più adatto il trifoglio incarnato? Rispetto alla coltura in purezza, ha precisato Cazzato, i miscugli assicurano una maggiore stabilità produttiva, anche con annate molto diverse fra loro, e un prodotto qualitativamente più equilibrato.

«Da numerose prove effettuate in differenti annate e località, non sono emerse indicazioni univoche sul comportamento produttivo dei miscugli a due e tre componenti. Ciò perché numerosi sono i fattori pedoclimatici che, interagendo fra loro, determinano le rese produttive e la composizione floristica dell’erba. I miscugli con avena risultano tendenzialmente più produttivi di quelli contenenti loiessa; invece questi ultimi sembrano proponibili in condizioni edafiche favorevoli e nei casi di utilizzazione invernale a pascolo dell’erbaio, poiché la loiessa ha capacità di ricaccio superiori all’avena. I miscugli costituiti da cultivar tardive risultano sensibilmente più produttivi di quelli formati da cultivar precoci che, però, forniscono un’erba qualitativamente migliore. Con cultivar tardive, l’epoca del taglio a fieno viene ritardata di circa un mese e potrebbe, pertanto, risultare vantaggioso utilizzare, in una stessa azienda, erbai precoci e tardivi, ampliando, così, la scalarità della raccolta e della fienagione dell’erba. Il corretto rapporto di semina in peso tra i componenti è il 30% di graminacee e il 70% di leguminose; a volte, erroneamente, si eccede con le graminacee, soprattutto avena, perché più produttive».

Gli erbai che non vengono sottoposti a pascolamento invernale sono in grado di fornire una maggiore produzione di sostanza secca per ettaro, che però risulta qualitativamente più scadente.

«In molti casi e dove le condizioni di terreno lo permettono, l’allevatore preferisce immettere, in inverno, il bestiame al pascolo per ridurre i costi di gestione dello stesso e fornire all’animale un alimento fresco, altamente proteico e digeribile, particolarmente utile nel caso di allevamento da latte. Negli areali della Murgia il pascolamento dovrebbe protrarsi non oltre la metà di marzo per permettere un adeguato ricaccio da affienare in primavera. L’utilizzazione a pascolo-erbaio, dove possibile, se attuata con specie e cultivar idonee, può fornire produzioni non molto diverse da quelle ottenibili con l’erbaio indisturbato. È opportuno concimare gli erbai puri di trifoglio incarnato soltanto con fosforo e solo nei terreni poco dotati di questo elemento e non superare la dose di 100 kg/ha di azoto nei miscugli con graminacee, poiché, oltre tale quantità, la produzione per ettaro non aumenta».

 

Alimento facilmente digeribile ottimo per le vacche da latte

Fra gli attuali problemi degli allevatori di vacche da latte, ha ricordato al convegno Giovanni Sabato, alimentarista zootecnico del Gruppo Veronesi, ci sono il reperimento della frazione proteica ed energetica da fonti extra-aziendali e l’incremento dei prezzi di materie prime come il mais e la farina di soia.

«Negli ultimi anni si è verificato un aumento notevole dei costi di produzione e in particolare dell’alimentazione, che corrisponde circa al 50% dei costi totali, mentre il prezzo del latte da quasi vent’anni è rimasto invariato, anzi ultimamente è stato in flessione rispetto agli anni precedenti».

La volatilità dei prezzi degli alimenti zootecnici e del latte bovino alla stalla influenza negativamente i profitti dell’azienda zootecnica da latte. «Per contrastare tale volatilità e ridurre i costi dell’alimentazione, uno dei mezzi più efficaci è il miglioramento della qualità dei foraggi aziendali. Infatti una migliore qualità aumenta la quantità di foraggi ingeriti e la loro digeribilità. Così l’allevatore può incrementare il rapporto foraggi/concentrati nella razione, riducendo la dipendenza dal mercato degli alimenti proteici».

Tenendo conto che, nel corso del ciclo vegetativo delle leguminose foraggere, dopo l’inizio dell’emissione dei bottoni fiorali le unità foraggere latte per ettaro diminuiscono, la proteina grezza per ettaro rimane pressoché stabile e la quantità di sostanza secca per ettaro aumenta, solo il taglio precoce dei foraggi permette di ottenere foraggi realmente idonei per le vacche in lattazione, ha sottolineato Sabato.

«Purtroppo gli allevatori tendono a portare nel fienile più quantità che qualità e quindi ritardano la raccolta dei foraggi. Invece è opportuno che per le graminacee lo sfalcio venga effettuato tra fine levata e inizio spigatura, mentre per le leguminose che avvenga fra stadio vegetativo avanzato e inizio dell’emissione dei bottoni, cioè indicativamente, per queste zone, dal 15 al 25 aprile. Il taglio precoce garantisce basso contenuto di lignina, e quindi maggiore ingestione da parte delle vacche, elevata digeribilità e alto contenuto in proteina. Ebbene, il ricorso, nel periodo estivo, a fieno di trifoglio incarnato ben conservato permette all’allevatore di sopperire alla carenza di proteine che durante l’inverno gli animali acquisiscono al pascolo. Peraltro, poiché le leguminose hanno una velocità di degradazione a livello ruminale più elevata delle graminacee, sono cioè più digeribili, una loro maggiore assunzione porta a una più elevata produzione di latte».