Trattore New Holland T9.565

Apertura-grande1-600x398.jpg

Arriva a Lodi, per la precisione a Brembio, il primo T9 venduto in Italia. Il proprietario conta di fargli fare mille ore l’anno, tutte in preparazione del terreno e trincea. Lo abbiamo visto lavorare con un Lemken Karat 9, su terreno tenace e a 35 cm di profondità, a una media di oltre 4 ettari e mezzo l’ora

L’articolo Trattore New Holland T9.565 è un contenuto originale di M&MA Macchine e Motori Agricoli.

E finalmente abbiamo il primo T9 italiano. Lo aspettavamo da anni, il maxi-trattore di New Holland, e infine eccolo. Il primo modello è sbarcato a Brembio, provincia di Lodi; se lo è aggiudicato Eurosio Bassanetti, contoterzista, agricoltore e proprietario di un impianto per la produzione di biogas. Una scelta non certo impulsiva, la sua, ammesso che si possa – d’impulso – spendere oltre 350mila euro in un trattore. «Certamente è stata una decisione ponderata. Per anni, direi. Volevamo una macchina speciale, per fare un lavoro molto particolare: preparare il terreno con un Karat 9 della Lemken, sostituendo con un solo passaggio aratura ed erpicatura. Per questo – ci spiega Bassanetti – avevamo bisogno di tanti cavalli, perché per un lavoro del genere è necessario scendere almeno a 30 cm di profondità e un trattore convenzionale non ha traino sufficiente per farlo. D’altra parte – aggiunge il contoterzista – avendo due aziende molto distanti tra loro, avevo bisogno anche di un trattore che potesse fare parecchi trasferimenti su strada e questo mette fuori gioco i cingolati. Siamo andati a veder lavorare i T9 in repubblica Ceca e alla fine mi sono convinto che fosse la miglior soluzione».

Arrivato a Brembio nel marzo scorso, la macchina aveva accumulato, al momento del test, oltre 200 ore di lavoro, tutte con il Karat. «In due mesi e mezzo ha fatto preparazione su circa 400 ettari, sempre con il Lemken. Lo useremo, comunque, anche con altri attrezzi: un aratro a sette vomeri, per esempio, e poi due preparatori Maschio da 7 m. In estate, infine, lo attaccheremo alla lama e lo metteremo sulla trincea. Penso che non sarà difficile fargli fare sulle 1.000 ore l’anno».

In attesa di vedere se il pronostico si realizzerà, ci siamo affrettati a mettere alla prova il super-trattore, ovviamente con l’attrezzo con il quale stava lavorando al momento del test.

Cursor Tier 4F, cambio e idraulica

In questa occasione è ancor più d’obbligo iniziare la descrizione dal motore, visto che rappresenta la vera novità di questa gamma T9, per il resto assai simile alla precedente. La serie è composta da sei modelli, con potenze nominali da 425 a 628 cavalli. Le motorizzazioni sono due, varianti sempre di un Cursor 13 6 cilindri, common rail, da 12.900 cc con Hi-eScr, ovvero basato solamente sul sistema di riduzione selettiva catalitica dei gas di scarico, senza ricircolo esterno dei medesimi. Come ci riesce? Qui entrano in gioco, appunto, le differenze tra le due motorizzazioni. Fino al T9.565, oggetto di questa prova, il contenimento delle emissioni avviene con il catalizzatore Scr e, a monte, con un controllo attentissimo dell’iniezione e della temperatura del motore, realizzato attraverso una valvola Waste-gate e un intercooler aria-aria che riesce a ottenere un’efficienza eccezionale, superiore al 95%. Una combustione più efficiente, ovviamente, comporta minori scarichi e quindi meno inquinanti da eliminare. I modelli T9.600, 645 e 700, invece, adottano lo stesso motore, ma con alimentazione costituita da una doppia turbina a geometria variabile e intercooler aria-acqua, per aumentare la potenza senza variare più di tanto le emissioni.

La macchina che prendiamo in considerazione è dunque la più grande tra quelle a una sola turbina e sviluppa una potenza nominale di 373 kW (507 cv) che diventano 412 (557 cv) in potenza massima con Epm attivato, dunque in applicazioni alla presa di potenza e durante il traino a elevata velocità.

Passiamo ora, rapidamente, alla trasmissione e alla dotazione idraulica. Per la prima c’è poco da dire: il cambio resta quello delle versioni precedenti, un powershift integrale a 16 rapporti in avanzamento e due retromarce. A richiesta (standard per l’Italia, crediamo) è disponibile una mezza marcia ulteriore che sdoppia il sedicesimo rapporto portando la velocità massima a 37 km orari, rispetto ai 31 originari. L’aspetto più caratteristico dei T9, in tema di trasmissione, è comunque lo sterzo: che non è sulle ruote anteriori, ma sul telaio. Il T9 è infatti una macchina articolata, che ruota grazie appunto a uno snodo tra il corpo anteriore e quello posteriore del trattore. In questo modo si ha un maggior traino, dal momento che le ruote lavorano sempre in linea retta, e al tempo stesso un raggio di svolta di 4,9 metri, grazie a un angolo di articolazione di 42°. Numerosi, come sempre, gli automatismi: Terralock innesta e disinnesta automaticamente i differenziali anteriore e posteriore, in funzione della velocità e dell’angolo di svolta. Abbiamo poi, naturalmente, il Gsm – Ground Speed Management – che cambia automaticamente il rapporto in funzione del carico motore. In pratica il sistema trasforma il cambio Ultracommand del T9 in una trasmissione simile a quella a variazione integrale, lasciando al conducente soltanto il compito di scegliere se mantenere invariata la velocità o i giri del motore.

Da notare infine, per il nuovo T9, un diverso rapporto di trasmissione alla Pto, che ora arriva alla rotazione massima con un regime motore di 1.800 giri e non più duemila come in precedenza. Oltre a contenere i consumi, questa soluzione permette di migliorare le condizioni di lavoro in cabina.

Passiamo all’idraulica, un altro settore che non ha subito modifiche con l’ultimo rinnovamento di gamma. Abbiamo una pompa standard da 159 l/min: pochi, forse, ma già con la pompa optional si arriva a 216. Non bastano ancora? Ok, allora c’è la pompa Mega flow che, nelle versioni standard e alta portata, manda rispettivamente 371 o 428 litri al minuto ai distributori. Questi ultimi possono arrivare a otto, peraltro. Controllati da quattro levette sul bracciolo Sidewinder, cui se ne possono aggiungere altre due, oltre ai comandi presenti sulla leva multifunzioni. Il sollevatore, categoria III o IV-N, ha una portata di 90 quintali e controllo elettronico.

In prova

Abbiamo seguito i lavori del T9 per una mezza giornata. Come abbiamo scritto sopra, la macchina era al momento abbinata a un Karat 9, preparatore combinato della Lemken da 5 metri di larghezza. Si tratta di un attrezzo che, se usato al pieno delle sue possibilità, richiede potenze molto elevate: è infatti costituito da tre file di sei ancore, seguite da una fila di dischi stellati e, infine, da un doppio rullo a dischi. Come ha spiegato nella sua introduzione, Bassanetti ha acquistato il T9 principalmente per fare preparazione profonda del terreno con questo attrezzo: «L’obiettivo è eliminare del tutto l’aratura, ottenendo però un risultato che non abbia gli aspetti negativi della minima lavorazione classica. Due passaggi di Karat a una profondità di 30 o 35 cm dovrebbero avere lo stesso effetto di aratura ed erpicatura con un rotante. Infatti, in questo modo si abbina lo sminuzzamento del terreno tipico di un preparatore combinato con la profondità di lavoro dell’aratro. Questo aspetto è molto importante per assicurare al terreno le giuste proprietà drenanti. Abbiamo visto infatti che la minima lavorazione superficiale, soprattutto su terreni calpestati, non è sufficiente a garantire lo scolo delle acque né un buon livellamento del terreno».

In effetti, il giorno della prova il T9 stava proprio operando su un terreno con queste caratteristiche: preparato per anni con un coltivatore Karat da 3 metri, a una profondità di poco superiore ai 20 cm, era caratterizzato da numerosi dossi e avvallamenti, dovuti alla correzione di profondità del sollevatore, nel momento in cui lo sforzo si faceva troppo intenso. In questo modo, secondo il terzista, si creano però avvallamenti che favoriscono il ristagno delle acque, con rischio di asfissia.

Vediamo allora come si è comportato il cantiere formato da T9 e Karat su queste stoppie di grano profondamente compattate da carri-botte, trinciacaricatrici e trattori vari. Partiamo da quello che, lo sappiamo, incuriosisce di più i lettori: capacità di lavoro e consumi. La prima è, come dire, notevole: durante la nostra permanenza a bordo, la macchina ha lavorato a una velocità compresa tra gli 8,5 e i 10 km orari, ma – secondo l’operatore che la usa ogni giorno – la media a fine giornata è superiore, sebbene di poco, ai 10 km/h su terreni difficili e tenaci come quello del test. In caso di tessiture più sciolte, invece, si arriva tranquillamente ai 13 km orari, con una media giornaliera di 12. Questo, lo ribadiamo, trainando 18 ancore interrate per 35 cm in un terreno argilloso e molto calpestato. Evidente, quindi, che la potenzialità di lavoro sia parecchio alta: fino a 6 ha/h in avanzamento continuo. Tenendo conto delle manovre, si scende a poco meno di 5 ha/h e a una media di circa 4,5 ha/h con terreni difficili.

Naturalmente, un Cursor 13 non vive di aria, ma di gasolio e quando si fanno certe performance, ce ne vuole parecchio. Secondo il proprietario, la media giornaliera è di 100 litri l’ora e i dati raccolti durante il test attraverso il terminale Intelliview III lo confermano. Anche considerando una produttività più bassa di quella riscontrata, siamo comunque sui 25 litri per ettaro lavorato, un valore interessante. Il merito è ovviamente del motore, che in nessun momento è stato in difficoltà. Anche in capezzagna, dove si raggiunge il compattamento massimo, il Cursor se la cava semplicemente rallentando un po’ la velocità – e qui si vede l’efficacia del Gsm – per poi ritornare all’andatura selezionata dal conducente quando le condizioni del terreno lo permettono.

Quanto alla trasmissione, i rapporti sono sembrati ben calibrati, senza strappi nel passaggio da uno all’altro. Certamente la macchina risente dell’impostazione tipicamente americana: due sole retromarce faranno storcere il naso a più d’uno, nel nostro paese, soprattutto in zone di collina, dove si tira soltanto in discesa e si torna indietro in retromarcia veloce. Ma tant’è, la trasmissione è questa e al momento non sembra prossima l’introduzione del cambio a variazione continua. Se il cambio non è propriamente europeo, comunque, lo stesso non si può dire del telaio: i T9 ne offrono due, il primo con una larghezza massima di 2,93 m (con pneumatici 900/60R42) e l’altro più largo di una trentina di cm. Inutile dire che il 565 oggetto della prova appartiene alla prima categoria e pensiamo che difficilmente, in Italia, si venderà una macchina che, di partenza e con una gommatura adeguata alla sua potenza, non rientra nei 3 m di larghezza stradale. Al di là delle dimensioni, è interessante l’articolazione del telaio. Grazie ai 42 gradi di angolo, infatti, la macchina gira in meno di 5 m e dobbiamo dire che è un buon risultato, per un trattore con 3,76 m di passo e una lunghezza totale di 7,4 m.

La cabina offre spazio più che a sufficienza, contando sulle imponenti dimensioni del trattore. Per il comfort, è disponibile un impianto di climatizzazione elettronica che sembra lavorare bene, ma che ha bocchette sistemate solo attorno al piantone del volante. La visibilità è buona anteriormente e, come ovvio, limitata posteriormente dalla forma del trattore, oltre che dalle sue dimensioni. Per la notte non abbiamo molti fari: quattro davanti e pochi più dietro. Tuttavia l’operatore della ditta Bassanetti sostiene che il lavoro notturno non è un problema, grazie anche alla guida satellitare. Buona l’insonorizzazione: sul T9 si chiacchiera o telefona senza problemi, anche quando il motore è fortemente impegnato, e la riduzione del regime di Pto a 1.800 giri dovrebbe migliorare ulteriormente le cose. Le uniche note, riguardo al comfort, sono l’assenza di un vano refrigerato per le vivande, almeno sul modello da noi provato, e la scaletta di accesso all’abitacolo: davvero ripida e, pertanto, disagevole.

Concludiamo il capitolo con le sospensioni: la macchina è dotata del sistema Comfort Ride, basato su molle e ammortizzatori ad azoto che sospendono l’abitacolo su quattro punti. Grazie al sistema anti-rollio, la cabina risulta abbastanza stabile e l’operatore, grazie anche all’ottimo sedile ammortizzato elettronicamente, è saldamente al comando. Quando si lavora su terreno fortemente sconnesso, tuttavia, i sobbalzi sono ben avvertibili. I comandi sono quelli di ultima generazione: abbiamo infatti il bracciolo Sidewinder II, con leva multifunzioni, quattro tasti per i distributori, isola di comando del sollevatore e regolazioni secondarie del medesimo sotto al poggia-gomiti. Il computer è l’ormai noto terminale Intelliview III di New Holland, touch screen e in grado di fornire numerose informazioni sui parametri di lavoro, oltre che di gestire la guida satellitare automatica Intelllisteer, attivata durante il nostro test e che ha ben funzionato.

A conti fatti, si conferma quindi l’impressione iniziale: il T9 è un trattore di stampo americano, sebbene alcune soluzioni lo rendano assai adatto ai mercati europei. È una macchina che scommette sulla potenza di un motore inarrestabile e su un traino poderoso, assicurato dai circa 200 q di peso (con sollevatore posteriore e serbatoio pieno). In cabina si notano alcune carenze, ma di poco conto se paragonate a prestazioni fuori dal comune: oltre 4 ha/ora a 35 cm di profondità, su terreno tenace e compatto, non è cosa da tutti. Cose da T9, insomma.

 

Visualizza l’articolo completo New Holland_trattore T9.565