Tra il dire e il “fare” rispunta la Robin tax per le rinnovabili

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Ci eravamo lasciati in clima post elettorale, freschi di una Strategia energetica nazionale appena pubblicata dal governo Monti ricca di buoni propositi energetici, chiedendoci che direzione avrebbe assunto il nuovo governo in materia di energia.

In effetti la SEN, al dì la delle questioni di metodo relative alla condivisibilità politica di un documento pubblicato da un governo già dimissionario, non sembrava affrontare in maniera incisiva le tematiche principali del settore energetico e delle fonti rinnovabili, quali la crescita apparentemente incontrollata delle bollette, la difficile convivenza tra fonti rinnovabili e fonti convenzionali in un mercato elettrico sempre più gramo (siamo tornati ai consumi di un decennio fa: nel primo semestre 2013 la domanda è diminuita del 3,9% rispetto all’anno precedente) o la direzione che dovrà assumere in futuro la crescita dell’energia verde, ricordando che gli incentivi al fotovoltaico sono già terminati e nel giro di 12 mesi termineranno anche quelli per eolico, biomasse e idroelettrico.

Essendo molte delle tematiche in gioco ormai indifferibili, il gravoso compito si è poggiato sulle spalle del governo Letta, il cui sussulto principale è stato fino ad oggi rappresentato dal cosiddetto “decreto del fare” (Dl. n. 69/2013 “Disposizioni urgenti per il rilancio dell’economia”), contenente anche numerose disposizioni relative al mondo dell’energia.

All’interno del “decreto del fare” solo uno dei macro-temi citati in precedenza (la riduzione delle bollette) trova spazio: tuttavia, a dispetto dell’enfasi con cui la disposizione è stata comunicata, l’entità della riduzione che si va a disporre è piuttosto marginale, essendo pari a 550 milioni di euro all’anno o, in altri termini, a poco meno di 15 euro/anno per famiglia. Curioso anche che tale risparmio sia stato ottenuto eliminando una porzione della componente A2 (che copre i costi del decomissioning nucleare) della bolletta elettrica, che dal 2005 era stata distratta dalla sua funzione originaria per confluire direttamente nelle casse dello Stato, rappresentando così, a tutti gli effetti, un’impropria tassazione inserita nella bolletta elettrica.

Ma si sa, ogni tassa che scompare riappare spesso sotto mentite spoglie: ecco dunque che, proprio per compensare il mancato gettito derivante dalla riduzione della A2, ricompare, in forma assai più estesa, la Robin tax. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, si tratta di un’addizionale del 10,5% all’Ires originariamente destinata, tra gli altri, ai produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili con un fatturato superiore a 25 milioni di euro (poi divenuti 10), attualmente sotto giudizio di compatibilità costituzionale per i propri profili discriminatori (colpisce infatti solo il settore dell’energia).

Orbene, nell’attesa della sentenza della Consulta, si è ritenuto di dover estendere l’applicazione della Robin tax, che ora colpirà tutti gli impianti alimentati da fonti rinnovabili con un fatturato superiore a 3 miliardi: non saranno più solo i grandi impianti a dover pagare dunque, ma anche iniziative di dimensioni più contenute, come gli impianti eolici di taglia superiore a 10-12 MW, le centrali a biomasse di potenza almeno pari a 2-3 MW, i parchi fotovoltaici di potenza superiore ai 5-8 MW (a seconda del tipo di incentivo percepito). È altrettanto evidente come tale misura andrà a colpire non solo impianti che godono di incentivi sin troppo generosi, ma anche le nuove iniziative, sviluppate sotto il nuovo regime di incentivazione con sussidi assai ridotti, in cui il ritorno economico, ottenuto mediante la ricerca di efficienza sulla produzione e sull’approvvigionamento, verrà messo in seria discussione.

Per il resto, salvo il tristemente consueto aumento delle accise, una lodevole revisione dell’incentivo CIP6 e un non meglio chiarito proposito di ridurre gli incentivi sui bioloquidi, non c’è molto altro da segnalare nel “decreto del fare”.

E il futuro dei sistemi di incentivazione alle fonti rinnovabili? Non una parola, anche se l’impressione, sempre più solida, è che la stagione degli incentivi sia ormai definitivamente alle spalle.

E la guerra di posizione tra rinnovabili e cicli combinati, o il futuro della generazione distribuita? Niente, salvo qualche estemporanea uscita del ministro dello Sviluppo economico, sensibile forse più al tema della crisi del termoelettrico che non a quello del nuovo paradigma decentralizzato di produzione dell’energia.

Insomma, i temi caldi del settore rimangono per il momento a sbollentare, in attesa di qualcuno che inizi a maneggiarli. Si poteva “fare” di più?

L’autore è partner eLeMeNS

www.lmns.it


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