Taglio alle spese dell’agricoltura

Spending review degli enti vigilati dal Mipaaf nel ddl presentato dalla senatrice Pignedoli
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Tengono investite risorse per 3,5 miliardi di euro, ma fatturano ogni anno circa 750 milioni (di cui circa il 70% coperto da risorse pubbliche, Mipaaf e Regioni): come comprare un computer che costa 3.000 € per fare le tabelline…

Impiegano ben 4000 persone (il 20% con contratti a termine) e possiedono un centinaio di sedi decentrate e disperse sul territorio nazionale (talvolta vuote, talvolta in affitto).

Sono i sette, su 13, principali enti vigilati dal Mipaaf, così come emergono dall’indagine condotta della senatrice pd Leana Pignedoli che firma ora un disegno di legge per il riordino degli enti vigilati dal Ministero. È una spending review applicata all’agricoltura, un tentativo di dare un taglio agli sprechi razionalizzando la spesa pubblica e orientando le risorse verso investimenti produttivi.

Un progetto partito mettendo sotto esame Agea, Ismea, Inea, Sin, Unire, Isa, Cra (a breve arriveranno i dati di Inran e Agecontrol). Ed ecco una sintesi delle criticità, le più rilevanti: «Una grave situazione patrimoniale e gestionale (spesso negativa), vaste aree di sovrapposizione delle attività (nessuno conosce i programmi degli altri e talvolta si considerano concorrenti), nessuna misurazione del rapporto costi-benefici (tra risorse investite e produzione di elementi di competitività per il settore agroalimentare), frammentazione organizzativa e territoriale, disarmonia di competenze fra centro e periferia». A fronte di questa situazione, «più o meno tutti ricercano attività “extracaratteristiche” (sempre coperte da risorse pubbliche) per integrare i fatturati calanti e i tagli lineari (“acquisti e servizi” è la voce più ricorrente)».

Il progetto di riordino prevede intanto una drastica cura dimagrante per scendere da 13 a 4 enti corrispondenti alle principali aree di attività ora disperse e duplicate: pagamenti Pac, ricerca, strumenti finanziari, informazioni. Pochi e selettivi strumenti che dovranno possedere un forte livello di specializzazione e sussidiarietà. Ma prima ancora un governance unica, a tempo determinato, nonchè snella («basterebbero sei persone…») per realizzare il progetto a partire dalla ridefinizione del ruolo del pubblico: «Oggi lo Stato fa il trader fondiario, l’assicuratore, il ricercatore,l’allevatore di cavalli e il coltivatore diretto (17 mila ettari): è questa la sua funzione?» chiede Pignedoli. Ma passiamo alle proposte

 

 

AGEA, I FLUSSI PAC

Agea, l’ente pagatore della Pac, riceve dalla Ue e trasferisce gli aiuti validando i dati. Ma in un grande paese agricolo come la Francia, il suo omologo non esiste più e gli aiuti transitano direttamente attraverso le banche: «Con il disaccoppiamento quasi totale, serve solo un controllore».

Agea, invece, è un coacervo di attività: detiene il 51% di Agecontrol, l’ente controllore (controllore controllato: strano, ma vero) e il 51% del Sin (Sistema informativo nazionale; il 49% è dei privati) che, a sua volta, gestisce il Sian (Sistema informativo agricolo nazionale).

«Bisognerebbe anche decidere “chi fa cosa” tra l’Agea centrale e le sei agenzie pagatrici regionali: o un centro molto leggero o una “corposità” regionale. Agea dovrebbe poi essere tutta concentrata sulla gestione dei flussi finanziari della Pac. I controlli invece in mano ad Agecontrol da riorganizzare anche grazie a un accordo Stato-Regioni focalizzato su efficienza, costi e terzietà» commenta Pignedoli.

Dall’analisi risulta che Agea ha circa 50 milioni di patrimonio netto, ma è in atto(dal 2008) un contenzioso con l’Agenzia delle entrate per un credito Iva di quasi 100 milioni: se perdesse, la situazione patrimoniale finirebbe nettamente in negativo.

Agea si occupa anche di informazione assieme ad altri enti a vario titolo come Sin, Enea ed Ismea. Il progetto di riordino segue una logica federalista e riduce le attività da svolgere a due fondamentali: raccolta e trattamento delle informazioni. La metodologia statistica potrebbe uniformarsi a quella dell’Eurostat: Istat potrebbe essere l’interlocutore giusto per questa attività. Per la lettura, l’elaborazione dei dati e la definizione degli scenari economici a supporto di una policy propone invece un unico strumento, eventualmente partecipato da Mipaaf e regioni.

 

 

RICERCA È DIVULGARE

Su oltre 4000 dipendenti del Mipaaf, 1700 lavorano al Cra (Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura) e ben 500 sono impiegati amministrativi. Cra vuol dire anche 15 centri, 32 unità, 1400 persone, 5.300 ha di aziende sperimentali. Un fatturato coperto al 90% dal Mipaaf. Trattandosi di risorse pubbliche è lecito chiedersi: chi si occupa della divulgazione e della fruibilità delle ricerche effettuate?

Da enti a società è la proposta per la vasta ragnatela della ricerca: «La forma societaria, potenzialmente, responsabilizza di più; virtualmente è anche più trasparente. A fine anno un ente presenta avanzi e disavanzi di gestione mentre una società esibisce profitti e perdite. Anche le parole sono sostanza» commenta Pignedoli. Che ricerca vogliamo? «Molto applicata, molto vicina al territorio e alle imprese, innovativa. La logica dev’essere federalista: un unico strumento centrale “leggero” che partecipa, assieme ai privati e alle regioni a una rete territoriale di spin-off universitari. L’idea è che i suini si studiano in Lombardia e l’ortofrutta in Emilia-Romagna».

 

 

SERVIZI FINANZIARI IN RETE

A occuparsi di servizi finanziari e dintorni oggi c’è, fra l’altro, Isa (Istituto sviluppo agroalimentare) la società finanziaria con socio unico il Mipaaf. Promuove e sostiene progetti agroindustriali. Ha realizzato sinora 34 operazioni e investito tutte le sue risorse, 650 milioni. Ora la sua sola attività è legata alla rotazione del conto economico.

La redditività è positiva, ma la domanda è un’altra: di quanto aumenterebbe (o sarebbe aumentato) il suo potenziale di investimento se fosse in rete con strumenti analoghi? Ad esempio i fondi mutualistici della cooperazione o analoghi del mondo industriale e bancario. «Non così tanto da salvare Parmalat, ma senz’altro a sufficienza per operazioni tra i 70-100 milioni di euro (ad es per tenere in casa alcuni marchi italiani dell’olio)» secondo Pignedoli.

Ma il progetto di un unico strumento per i servizi finanziari, meglio se in rete con altri strumenti non pubblici aprirebbe altre opportunità come quella di «agire con una leva finanziaria prudente. Prendiamo gli Agrifidi, rete «intelligentissima» che non ha esempi in Europa: per ogni euro di patrimonio ne posso garantire 8 (per conto dell’agricoltore e a favore delle banche). Sommando gli 1,2 miliardi di Ismea ai 650 milioni di Isa si farebbe leva per 3 miliardi di finanziamento bancario. Avrei così uno strumento di finanza per le imprese che potrebbe occuparsi di venture capital o rafforzare il patrimonio di Agrifidi».

 

 

 

ISMEA, SUPERFICI FERME

Nel bilancio di Ismea (che si occupa di raccolta informazioni e, allo stesso tempo, di riordino fondiario) risaltano due ingenti poste patrimoniali, in tutto 1,25 miliardi di euro (su un totale di 3,5 del Mipaaf), frutto della sua attività di banca per la piccola proprietà contadina. Sono crediti per attività pregresse (la cessione di terreni con riservato dominio) che sta riscuotendo e terreni rientrati nelle disponibilità dell’ente (per inadempienze dei compratori).

Ma dal 2009 Ismea non offre più mutui a tasso agevolato (sono aiuti di Stato secondo l’Ue). Per di più, agendo in regime di riservato dominio, la proprietà dei fondi resta a Ismea finchè non viene pagata l’ultima rata e, vista l’attuale crisi dei redditi, il 30% circa delle operazioni torna appunto indietro. Morale: se togliessimo quei 1,2 miliardi dal patrimonio netto, questo sarebbe prossimo a zero. Nel frattempo la superficie media delle aziende agricole italiane non ha fatto passi da gigante. Il 51% dei terreni è intorno ai 3 ha e, visti gli elevati prezzi dei terreni, sarà difficile aumentare la superficie media esclusivamente attraverso la mobilità della proprietà. La strategia dovrebbe puntare su una dimensione gestionale (non necessariamente basata sulla proprietà) agendo su più strumenti: societari, fiscali, finanziari.


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