Succhi di arancia fuori mercato

Trasformare i frutti in concentrati non conviene più né agli agricoltori né all’industria
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In Italia produrre arance per trasformarle in succhi concentrati sembra diventato un optional. Non conviene agli agricoltori, perché vengono pagati sottocosto. Ma non conviene neppure ai trasformatori perché questi, faticando ad approvvigionarsi di materia prima made in Italy sono sempre più costretti a rifornirsi all’estero. Col risultato che nell’ultima campagna, come indica un Report di settore Ismea, il nostro paese a causa dell’aumento delle importazioni ha fatto registrare un saldo passivo della bilancia commerciale di circa 4 milioni di euro.
La filiera, del resto, è notoriamente fragile. Sulla carta, conta 80mila aziende agricole che producono, mediamente, 3,7 milioni di tonnellate di agrumi l’anno, per un valore alla produzione di 1,4 miliardi, e un giro d’affari alla trasformazione di 1,1 miliardi. Ma l’offerta è sfilacciata e fortemente soggetta a intermediazione. E le Organizzazioni di produttori, in particolare quelle che destinano la materia prima alla trasformazione, sono sempre di meno. Senza contare che la domanda nazionale di agrumi, nell’ultimo quinquennio, è diminuita del 4,2% l’anno.
La scorsa settimana la Coldiretti ha organizzato una manifestazione di protesta a Rosarno (Reggio Calabria). Denunciando che le arance vengono pagate agli agricoltori solo otto centesimi il chilo; che le etichette non contengono le indicazioni d’origine delle arance, permettendo che i succhi concentrati d’importazione siano spacciati come italiani; e poi che le bevande in commercio contengono solo il 12% di vero succo.
Due giorni prima era circolata la notizia che Coca Cola Company, per produrre la sua aranciata Fanta, aveva rescisso i contratti d’acquisto delle arance con i fornitori calabresi.
La notizia è poi stata smentita dalla stessa azienda. Ma tutto questo ha comunque fatto riaccendere i riflettori su un problema che in Italia è di natura strutturale. Con una parte residuale dell’agrumicoltura «definita da industria – come ha spiegato l’assessore all’Agricoltura della Calabria, Michele Trematerra – che per effetto di politiche distorsive di passata applicazione ancora permane, principalmente nella Piana di Gioia Tauro».
«Le superfici della piana investite ad agrumeti con la sola destinazione industriale – ha aggiunto l’assessore – non possono costituire un settore economicamente remunerativo. È opportuno che il segmento industriale della filiera sia meglio armonizzato, nell’ottica di una moderna agrumicoltura, con tutte le altre componenti della filiera stessa, compendiando aspetti commerciali, industriali e, soprattutto, qualitativi ».
L’industria, dal canto suo, fa notare che il problema è anche di natura giuridica. Posto che tra le bevande a base di succo figurano anche bibite, come l’aranciata, che per fregiarsi di questo nome devono avere almeno il 12% di succo d’arancia (questo peraltro solo in Italia, il 5% nella media Ue), Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, osserva che «aumentare per legge la quantità di succo di arance, o di altri frutti, nelle bibite gassate non è corretto, né utile». Spiegando che «negli ultimi anni l’industria di trasformazione delle arance ha subìto una involuzione determinata dalla riduzione degli operatori e da una incapacità di offrire forniture adeguate sia per quantità, qualità e costanza delle forniture.
I quantitativi di arance raccolte e acquistate sono in costante calo, ricorda poi Assobibe. E la maggior parte di queste sono destinate al mercato del fresco, dove sono fortemente condizionate dai criteri di selezione della grande distribuzione.
Solo una piccola parte, meno di 400mila tonnellate, viene invece destinata alla trasformazione in succhi concentrati e questi, a loro volta, prendono per lo più la via dell’export.


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