SPECIALE AGROENERGIE

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Sembrava la via più diretta per ridurre la dipendenza energetica dal petrolio e raggiungere gli obiettivi di taglio delle emissioni di CO2, con importanti ricadute anche per l’agricoltura, alla disperata ricerca di sbocchi alternativi per l’asfittico mercato delle derrate di base. E, invece, si sono fatti i conti senza l’oste. A partire proprio dal mercato dei cereali, il cui boom dei prezzi ha provocato un vero e proprio cortocircuito del sistema. Di fronte al raddoppio delle quotazioni la grande alternativa delle agroenergie è diventata una «seconda scelta». Uno scenario in cui, tra emergenza cibo e richiami della Fao al senso di responsabilità, lo scontro tra food e no food non ha fatto che acuirsi. A completare il quadro, sono arrivati i dubbi sulla sostenibilità ambientale dei biocarburanti, messi in discussione anche sul piano del bilancio energetico (energia ottenuta in rapporto a quella immessa). Sullo sfondo, la proposta Ue di fissare un target di miscelazione in gasolio e benzine fossili del 10% entro il 2020. Una scelta difesa anche di recente dal commissario Ue all’Agricoltura, Mariann Fischer Boel.

Nel 2007 sono state prodotte in Europa circa 4,7 milioni di tonnellate di biodiesel, mentre in Italia ne sono state realizzate 469mila rispetto a una capacità produttiva che sta per raggiungere 1,9 milioni di tonnellate. Gli impianti, in sostanza, funzionano a meno del 30%. È stato fissato nel nostro Paese un obbligo di miscelazione del 2% nel 2008, che richiederebbe circa 800mila tonnellate di biodiesel (3% nel 2009), ma mancano ancora regolamenti attuativi e sanzioni.

Dal punto di vista della materia prima agricola, sono stati modesti i risultati raggiunti, con la copertura di meno della metà delle circa 60mila tonnellate assegnate sul plafond defiscalizzato riservato alla filiera (che era di 70mila). Sono stati poco più di 35mila gli ettari destinati a colture energetiche lo scorso anno e, per il 2008, le previsioni non sono certo migliori. Ben lontani, comunque, dai 180mila ettari che costituivano l’obiettivo per il 2008 dell’accordo quadro siglato a fine 2006 tra associazioni agricole e produttori di biocarburanti.

Ancora meno positiva la situazione del bioetanolo, la cui produzione 2007 (60 milioni di litri) è stata interamente esportata e per il quale manca ancora l’ok di Bruxelles al sistema di defiscalizzazione. Le stesse associazioni agricole, intanto, sembrano voltare le spalle ai biocarburanti: rilanciano le microcentrali e giudicano poco sostenibili i grandi impianti. In questo scenario, si collocano gli ambiziosi progetti per la riconversione degli ex zuccherifici in impianti medio-grandi alimentati con materie prime cerealicole e altri prodotti importati: la loro realizzazione deve fare i conti con le polemiche sul no food.

Una spirale, quella in cui sono finiti i biocarburanti, dalla quale sembrano escluse le biomasse per la produzione di energia elettrica, a partire dal biogas. Un modello, quello della microgenerazione, che sembra più rispondente alla realtà italiana,  e al riparo dalle polemiche sullo scontro cibo-energia, proprio per le caratteristiche dei prodotti utilizzati.

L’ultimo censimento fatto in Italia conta infatti 154 impianti, che utilizzano reflui zootecnici, scarti agroindustriali e colture energetiche per produrre energia e calore, con una potenza totale di 49 MW. Un modello sul quale ha puntato anche  l’ultima Finanziaria, prevedendo per il biogas e le altre biomasse agricole un rafforzamento degli incentivi: rivalutazione dei certificati verdi e la nuova opzione del cosiddetto «conto energia», che fissa una tariffa di 30 centesimi per chilovattora per gli impianti inferiori a 1 megawatt e che utilizzano biomasse da filiera corta.

Gli agricoltori ci hanno creduto, ma aspettano ancora le ultime norme applicative. Diversamente, c’è il rischio di unsecondo cortocircuito produttivo.


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