SOSTENIBILITÀ. «Non ci sono alternative: il futuro dovrà essere bio»

Un sistema economicamente vantaggioso, socialmente giusto e a basso impatto
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Anche se con la denominazione meno ambiziosa di “Seminario di studi sul Piano di azione italiano per l’agricoltura biologica fra Piano d’azione europeo, nuova normativa italiana e riforma della politica agricola comune” i primi “Stati generali” dell’agricoltura biologica italiana si erano tenuti nel luglio 2003 a Foligno, con Gianni Alemanno a capo del dicastero e Battista Piras dirigente dell’ufficio Agricoltura biologica ed ecocompatibile.

Con Luca Zaia ministro, con Teresa De Matthaeis subentrata ad Alberto Manzo alla testa dell’ufficio e con il coordinamento dell’Inea, si replica.

Gli stati generali si propongono come il momento di approfondimento comune tra amministrazioni pubbliche, associazioni di categoria, enti di ricerca, enti e organismi di controllo, associazioni ambientaliste e dei consumatori, per definire la situazione del biologico italiano, identificare i fabbisogni del sistema delle imprese e definire le proposte di intervento pubblico.

Dopo un congresso di presentazione a Piazzola sul Brenta (Pd), gli stati generali si articoleranno in gruppi di lavoro tematici, forum telematici (www.inea.it/statigeneralibio) e incontri pubblici in Veneto, Toscana e Basilicata, per poi presentare i documenti conclusivi nuovamente a Padova alla fine dell’anno.

I gruppi di lavoro vertono sulle tecniche produttive (il gruppo è guidato da Paolo Barberi della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa), su ambiente e biodiversità (Concetta Vazzana, dell’università di Firenze), impresa (Alessandro Corsi, dell’Università di Torino), filiera e mercato (Gianluca Brunori, dell’Università di Pisa).

A Piazzola sul Brenta il “la” ai lavori è stato dato da Fabio Maria Santucci, professore associato alla facoltà di Agraria di Perugia (dove insegna economia agroalimentare ed economia e politica agraria,) con un intervento sul contributo dell’agricoltura biologica allo sviluppo sostenibile.

«Secondo le stime della Fao, nel 2030 il pianeta sarà abitato da 8,3 miliardi di persone, che nel 2050 raggiungeranno quota 9,3 miliardi. Con tutta evidenza, la crescita della popolazione sarà accompagnata da una crescente urbanizzazione, con riduzione della superficie agricola a favore di insediamenti residenziali, industriali e di servizi, di strade, ferrovie e aeroporti. L’attuale struttura del consumo si modificherà anch’essa profondamente, con un aumento della domanda globale di cibo di circa l’1,5% all’anno».

PRODUZIONE INADEGUATA
Appare altrettanto evidente che l’attuale produzione primaria, già messa sotto stress dagli incrementi della domanda da parte dei Paesi emergenti, non è adeguata…
«Non è adeguata e non è sostenibile. Queste tendenze dei consumatori non possono essere accettate passivamente: dobbiamo intervenire, come si è intervenuti contro il fumo o l’alcolismo. Nei Paesi ricchi aumenta l’apporto calorico nella dieta (si prevede che nel 2030 si toccheranno le 3.500 calorie giornaliere pro capite). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2005 si contava su 1,6 miliardi di abitanti in sovrappeso e 400 milioni di obesi, a cui facevano da contraltare 450 milioni di sottonutriti.

La malnutrizione per eccesso è responsabile di oltre metà dei casi di diabete di tipo 2, di una malattia cardiocircolatoria su cinque, di quote tra il 10 e il 40% di alcuni tipi di tumori, per non parlare delle problematiche psicologiche e sociali.

Dal punto di vista economico, i costi medici diretti e indiretti collegati all’eccesso alimentare sono stimati in 96.2 miliardi di dollari negli Usa, ma anche in 3.6 miliardi di sterline in Gran Bretagna».

Il problema vero non è quindi produrre di più, ma produrre in modo più adeguato a un pianeta che per definizione conta su uno spazio finito, e intervenire sulla struttura dei consumi per un diverso utilizzo delle risorse…
«Ci sono problematiche d’ordine tecnico e d’ordine culturale. La perdita quantitativa in post raccolta dei cereali in India è valutata dall’8 al 25%. In Sudan va dal 6 al 19%, il frumento in Brasile ha perdite tra il 15 e il 20%. Va peggio con il riso nel sud est asiatico (ogni anno se ne perde dal 10 al 37% per stoccaggi inadeguati) e, in genere, in Africa, dove si perde il 50% del raccolto.

Si tratta di milioni di tonnellate, una quantità che basterebbe a nutrire 170 milioni di persone. E questo per limitarci alle perdite quantitative in post raccolta: chiaramente si aggiungono quelle qualitative, con depauperamento del valore nutrizionale a causa del decadimento di zuccheri, vitamine e altri nutrienti.

A queste carenze tecniche, si aggiunge una quantità impressionante di sprechi alimentari nei Paesi ricchi. Le famiglie italiane buttano il 10% dei loro acquisti domestici di cibo: sono 600 euro a famiglia ogni anno. Ma altrove le quantità che finiscono in pattumiera e, a valle, costituiscono fonte di preoccupazione per lo smaltimento, sono anche superiori: in Gran Bretagna si sale dal 30 al 40%, in Usa dal 40 al 50%. Gli alimenti che finiscono in pattumiera consentirebbero di sfamare 150 milioni di persone».

SPRECHI DA EVITARE
Tra perdite post raccolta e scarti, si sprecano alimenti che potrebbero nutrire adeguatamente più di 300 milioni di persone…
«Sì, cambiare i paradigmi dell’agroalimentare è non solo fondamentale, ma assolutamente urgente. Vanno tenute in considerazione criticità di estremo rilievo, come quella idrica. La scarsità d’acqua, aggravata dal riscaldamento globale, è già fonte di esodi e di conflitti regionali. Non è possibile proseguire con una struttura del consumo che impone sistemi produttivi troppo assetati, che devono essere sostituiti da metodi sostenibili».

Nonostante l’aumento dell’introito calorico, la percentuale della spesa totale destinata all’alimentazione è in continuo calo.
«È vero, ma si consumano sempre maggiori quantità di prodotti industriali molto processati e le diete sono sbilanciate nei loro componenti nutrizionali. La corsa al prodotto economico ha radicalmente modificato la struttura non solo della produzione primaria, ma anche della trasformazione e della distribuzione, con un incremento costante del peso delle grandi catene, spesso transnazionali, e degli hard discount, a scapito del tessuto commerciale costituito dai punti vendita di prossimità.

Le stesse imprese alimentari sono di dimensioni sempre maggiori, con una semplificazione nel catalogo dei prodotti. E i grandi trader internazionali chiedono quantità crescenti di commodity, in tempi e qualità predeterminati. La produzione si sta sempre più contrattualizzando, ma in filiere che sono dirette da forze esterne, e l’obbligo di concentrare masse critiche di prodotto per rispondere alla domanda dell’industria e del trade sta sempre più marginalizzando il piccolo produttore».

Ne sono una dimostrazione i dati Istat: gli oltre 3 milioni di agricoltori italiani del 1990 si sono ridotti a meno di 1,7 milioni nel 2007: un crollo di 1,3 milioni di imprese – più l’indotto – che avrebbe fatto gridare al disastro in qualsiasi settore produttivo, ma la cui drammaticità non sembra aver scosso più di tanto.
«Sì. Le aziende sono costrette a semplificare, riducendo la varietà di colture e allevamenti, adottando una specializzazione e una meccanizzazione spinta, con dimensioni aziendali sempre maggiori, ma minor ricorso alla manodopera. La biodiversità e la scelta alimentare per i consumatori diminuiscono, assieme al numero di braccianti e degli imprenditori che non sono più in grado di sostenere gli investimenti, stante anche la bassa redditività, che raramente consente di remunerarli».

COSTI “OCCULTI”
La razionalizzazione e l’economia sono però solo apparenti: si riducono i costi interni di produzione, ma i costi ambientali, sanitari e sociali vengono esternalizzati. Non appaiono inglobati nel cartellino del prezzo, ma sono comunque a carico della fiscalità generale.
«Lo scenario non è futuribile: molti segnali si possono cogliere anche ora. Aver meno agricoltori significa aver meno servizi rurali, cui segue la riduzione della popolazione con l’esodo dalle campagne. Le aree meno favorite per potenzialità produttive e per la logistica sono sempre più marginalizzate. A seguire, si ridurrà il numero delle piccole e medie imprese della trasformazione alimentare e del commercio, sia nelle aree rurali che in città. L’agricoltura ricca e apparentemente efficiente, in sostanza, porta con sé il rischio del deserto sociale, denunciato peraltro già da decenni».

I sussidi al sistema agroalimentare sono pagati dai contribuenti, così come i costi privati e sociali che derivano dalle malattie legate all’obesità e al diabete, alle allergie e alle intolleranze alimentari. Gli alimenti sono meno nutritivi, il che ha dato vita al crescente segmento dei prodotti fortificati e degli integratori alimentari.
«Si tratta di prodotti che comportano altri costi diretti a carico del consumatore. È un quadro assurdo. I consumatori vogliono pagare poco il cibo, poi ne buttano via gran parte. Per vari motivi, ingrassano e quindi spendono per cure e palestre, oppure per interventi chirurgici. E inoltre spendono una piccola fortuna per integratori vitaminici, fibre, prodotti fortificati… Costi sanitari, dispendio energetico, degrado ambientale e paesaggistico, erosione genetica vegetale e animale, forme di allevamento sempre più innaturali e poco rispettose del benessere animale, redditi agricoli troppo bassi che sfociano nell’esodo dalla professione e dalle campagne, le influenze nefaste per i Paesi in via di sviluppo del dumping e delle altre misure anticoncorrenziali di sostegno alla produzione nei Paesi ricchi… Il cibo apparentemente economico comprato al supermercato, magari precotto, ha invece costi enormi».

TUTELA PER L’AMBIENTE
Come s’inserisce l’agricoltura biologica in questo scenario a tinte fosche?
«Com’è definita dall’Ifoam e, in gran parte, dalla normativa comunitaria, l’agricoltura biologica mantiene e ripristina l’ambiente naturale, gestendolo con siepi, alberi e fossi per evitare erosione, dar rifugio ai predatori naturali e abbellire il paesaggio.

Usa tecniche colturali adeguate: consociazioni, rotazioni, lavorazioni ridotte, per limitare infestanti e parassiti, risparmiare acqua ed energia, ridurre l’erosione e ottimizzare il ciclo dell’azoto. Sviluppa la fertilizzazione naturale con letame, sovesci, compost.

Sviluppa la biodiversità animale e vegetale, non usa gli ogm, adotta forme di allevamento compatibili con il benessere degli animali e l’ambiente, riduce la plastica e abbandona la chimica di sintesi. La stessa conservazione e lavorazione alimentare sono più “naturali”. Nei Paesi in via di sviluppo è spesso inserita in progetti di cooperazione in un’ottica di economia equa e solidale. Rappresenta così una forma di produzione e di consumo sostenibile, quindi intelligente».

Tra i driver del consumo ha gran rilievo il desiderio di tutelare la propria salute grazie all’assenza di fitofarmaci di sintesi.
«Il sistema agroalimentare proposto dal biologico vede consumatori informati e coscienti, che acquistano meno e sprecano meno, comprando prodotti con più vitamine, sostanza secca, antiossidanti e migliori proteine, pagandoli prezzi giusti, con un’entità di spesa sostanzialmente analoga, ma con miglior salute. La ricerca di maggior sicurezza alimentare in questo quadro ci sta tutta, e certo non si può censurare chi la anteponga agli altri vantaggi più collettivi».

Il futuro ha da essere biologico, insomma?
«E conto che sia un futuro prossimo. Il biologico valorizza le produzioni agricole, le lega a quelle tipiche e al fair trade, rilancia le piccole e medie imprese. Le aziende biologiche sono complesse, biodiverse, lavorano con intelligenza per creare valore aggiunto dalla diversificazione. Il biologico si collega col turismo enogastronomico e culturale, con l’agriturismo e il turismo rurale, all’idea di ristoranti tipici anche in città. Pensa ai mercati locali e alle filiere corte, ma anche alla Gdo e ai mercati esteri.

Ha costi ambientali e paesaggistici minori o nulli, quando non ci sia piuttosto un miglioramento, cattura la CO2 in misura maggiore del sistema convenzionale.

In sintesi, il biologico per il sistema Italia è economicamente vantaggioso, socialmente giusto, ambientalmente assai migliore. E nei paesi in via di sviluppo è tecnologicamente corretto, più resiliente, non richiede l’apporto di ingenti capitali, difende e migliora la fertilità dei suoli, usa e valorizza la biodiversità locale; se poi è in un’ottica di fair trade, favorisce la giustizia sociale e offre l’opportunità di redditi migliori».


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