SOIA: Trentacinque varietà alla prova del caldo estremo

I risultati 2011 della sperimentazione coordinata dall’Ersa Fvg
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Abbiamo già avuto modo di sottolineare sulla nostra rivista l’estate “africana” che ha caratterizzato l’Italia nel 2011, evidenziando anche che la soia era stata tra le colture che più avevano sofferto di questo andamento climatico anomalo, soprattutto in termini di rese. Puntuale arriva la conferma anche dai risultati delle prove di confronto varietale coordinate dall’Ersa del Friuli Venezia Giulia, assieme ad altre indicazioni interessanti.

Andiamo per ordine e cominciamo con il dire che quest’anno all’appello è mancata una delle quattro regioni che tradizionalmente rientrano in questa sperimentazione. L’Emilia-Romagna, infatti, che ha sempre contribuito con due località, ha registrato circostanze climatiche particolarmente sfavorevoli che hanno danneggiato le prove, per cui nel 2011 i dati fanno riferimento “solo” a Friuli Venezia Giulia (tre località, con Mortegliano al posto di Basiliano, ma sempre in provincia di Udine, tab. 1), Veneto (stesse tre località del 2010, tab. 2) e Lombardia (con una sola località, Corana, che ha sostituito Pancarana, sempre in provincia di Pavia, tab. 3). In tab. 4 sono riportati gli indici regionali nel biennio 2010-11.

L’impostazione delle prove ha ricalcato lo schema classico utilizzato negli anni precedenti, vale a dire parcelle da 6 file con interfila 45 cm e lunghe circa 8 metri. Nel 2011 le varietà in prova sono state 35, sette delle quali presenti per la prima volta.

Si segnala che le quattro varietà Ersa non saranno ancora disponibili per la commercializzazione nel 2012. Infatti, l’ente regionale, unico istituto pubblico a condurre programmi di miglioramento genetico sulla soia in Italia, in questo periodo sta ultimando le procedure di assegnazione alle varie ditte nazionali. La tecnica colturale è rimasta invariata, cioè tradizionale, perché l’introduzione della minima lavorazione e/o del sodo finirebbe con l’aumentare troppo i coefficienti di variabilità.

 

ANDAMENTO CLIMATICO

Venendo all’andamento meteo, il clima come detto è stato il fattore chiave della stagione. «Fino a tutto il mese di luglio le premesse sono state molto interessanti – spiega Marco Signor dell’Ersa – perché le semine di maggio avevano trovato terreni freschi e umidi (al contrario di quanto accaduto con il mais). Poi, però, tutto il mese di agosto è trascorso senza una goccia d’acqua e con temperature molto alte e la soia ha sofferto più di altre colture. A peggiorare la situazione il fatto che questo trend si è prolungato fino a metà settembre, quindi nemmeno le varietà tardive hanno avuto modo, come a volte invece succede, di recuperare. Le conseguenze di questo andamento anomalo del clima sono state le rese molto modeste, soprattutto dove non c’era la possibilità di intervenire con irrigazione di soccorso. In Friuli, infatti, abbiamo potuto irrigare con regolarità a Mortegliano e Fiume Veneto e le rese sono state superiori alle 5 t/ha, mentre a Palazzolo è stato possibile un solo intervento in agosto, che ha comunque consentito di raggiungere le 4 t/ha. È andata decisamente peggio in Veneto, che ha registrato una resa media di poco superiore alle 3 tonnellate per ettaro (a Caorle, a causa dei terreni molto sabbiosi, addirittura si è scesi sotto le 3 t/ha). Un pochino meglio si è comportata la Lombardia, con 3,5 t/ha di media».

Tra i pochi “strascichi” positivi di un clima così ostile si segnala l’assenza di avversità come il ragnetto, ma, forse, ancor più delle basse rese è il fronte psicologico il maggior limite. «In effetti – conferma Signor – l’agricoltore si trova a dover riflettere sulle possibilità di fare rotazione, ma su questo punto non bisogna transigere, nel senso che la coltura della soia rimane fondamentale per la rotazione. Contro problematiche come la diabrotica la rotazione è l’unica, vera e semplice soluzione, anche perché i trattamenti quasi sempre non vanno a bersaglio».

Dal punto di vista del ciclo vegetativo un periodo così esteso di siccità ha condizionato tutti i parametri, anche nel caso di chi ha seminato presto le varietà precoci, perché i risultati non sono stati soddisfacenti. «Un agosto così è stato pesante per tutte le varietà – aggiunge Signor – avevamo in prova anche delle varietà precoci e i risultati ci dicono che questa soluzione non è stata utile, perché cicli come 0 o 0+ vanno bene per il secondo raccolto, altrimenti non sono significativi. Per il resto, abbiamo registrato degli allettamenti soprattutto in Friuli, perché l’irrigazione ha portato ad altezze della pianta interessanti, ma poi “per fortuna” il caldo non ha fatto piegare la pianta (in parte anche perché non aveva il peso del seme)».

A proposito di caratteri morfologici, un dato interessante (riferito alla sola località di Mortegliano) è stato quello della deiscenza, un fenomeno non molto comune e comprensibile in tipi precoci e precocissimi, ma inatteso per altri. «La sorpresa è stata Regale – specifica Signor – una varietà a ciclo non precoce che in quella località ha registrato un piuttosto pesante 27% di deiscenza. Per precoci come Suedina e Proteix, invece, è un dato che ci si poteva aspettare: le abbiamo sperimentate con curiosità, ma abbiamo avuto conferma che non sono l’ideale, perché sono varietà adatte al clima fresco del Nord Europa, mentre da noi rimangono piccole e si “bruciano”».

 

SEME CERTIFICATO, INVESTIMENTO E USO FORAGGERO

Da ribadire, inoltre, due concetti: l’acquisto di seme certificato, perché commercializzare semente non certificata è una frode (oltre al fatto che predispone al diffondersi delle malattie) e la possibilità di ridurre l’investimento di un 20-30% portandolo a 25-30 le piante/mq, grazie alla grande capacità di compensazione della soia (in terreni ovviamente ottimali).

In conclusione, un breve accenno al crescente interesse zootecnico per soia a uso foraggero. «Anche noi ci stiamo muovendo in questa direzione – conclude Signor – tanto che abbiamo già mandato in iscrizione una varietà potenzialmente interessante per l’uso foraggero perché alta, resistente all’allettamento e con una produzione finale comunque interessante. In Italia siamo ancora agli inizi, ma altri Paesi sono più avanti e noi come Ersa dedicheremo un segmento specifico delle prove a questo scopo. Al momento è importante che alcune aziende sperimentino questa possibilità su qualche ettaro, perché occorre ancora capire come gestire al meglio dal punto di vista organizzativo la tecnica (che sul trinciato da mais è già consolidata)».
 

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