Selvaggina pubblica o privata

All’estero appartiene al proprietario del terreno, in Italia allo Stato
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L’articolo “Caccia, aria di liberalizzazione” di Giuseppe Fugaro (Terra e Vita 13-2009) sollecita ulteriori riflessioni con particolare riguardo alla “filosofia” e al clima politico che hanno dato spazio alla presentazione di ben nove progetti di modifica della legge-quadro n. 157/1992 e portato ad un passo dall’approvazione il disegno di legge col quale il senatore Orsi, notissimo esponente del mondo venatorio, ne ha proposto una sintesi.

In realtà il disegno si presenta sotto la veste di una modifica alla vigente legge 152, che non viene, quindi, abrogata. Tuttavia le modifiche sono così numerose e corpose che, in caso di approvazione finale, il risultato sarà qualcosa di molto diverso, addirittura di opposto, soprattutto alla ratio ispiratrice.

Il fatto è che le leggi sulla caccia sono, più ancora che altre o comunque in modo più significativo proprio a causa della loro apparente, sostanziale estraneità (o, quanto meno, marginalità) tanto alla politica quanto all’economia, manifestazione di un determinato clima politico-culturale, delle modifiche che via via intervengono negli orientamenti della mentalità collettiva.

In Italia (non così in altri paesi, come l’Inghilterra e la Germania, dove invece appartengono al proprietario del terreno) gli animali selvatici, definiti col termine generico di “selvaggina” dal Testo Unico n. 1016 del 5 giugno 1939 (emanato in un periodo nel quale la caccia era apprezzata come “preparazione alle armi” e rimasto in vigore per quasi 40 anni), sono stati per lungo tempo considerati res nullius e la disciplina del prelievo venatorio era ispirata assai più a ragioni di ordine pubblico che a esigenze di tutela della fauna (all’epoca anzi esisteva la categoria dei cosiddetti “nocivi”, che includeva specie animali ritenute dannose per l’agricoltura o anche, se non specialmente, per l’esercizio della caccia in quanto la loro alimentazione era costituita da animali particolarmente apprezzati come oggetto dell’attività venatoria).

La situazione venne totalmente ribaltata dalla legge-quadro 27/12/1977 n. 968 (“quadro”, perché nel frattempo erano state istituite le Regioni, alle quali la Costituzione repubblicana del 1948 attribuisce proprie competenze in materia di caccia). Questa legge, emanata in un momento storico nel quale tutto era “politico”, “pubblico” equivaleva a “utile” e “positivo”, mentre “privato” era quasi una brutta parola, modificò profondamente la situazione, ma soprattutto sancì, all’art.1, il principio fondamentale dell’appartenenza della fauna selvatica italiana al patrimonio indisponibile dello Stato, che la tutela nell’interesse della comunità nazionale.

Evidentemente di fronte a questa radicale mutazione di prospettiva l’attività venatoria, di natura eminentemente privatistica anche se, secondo alcuni, con qualche connotazione sociale, passava, quanto meno in via di principio, in secondo piano di fronte alle esigenze di una tutela fondata, oltre che sulla proprietà pubblica, sull’interesse della comunità nazionale (fra l’altro l’attribuzione della proprietà allo Stato consentì proprio all’autore di queste righe l’elaborazione di una nuova figura di reato, il furto venatorio, in caso di prelievo di fauna non conforme alle regole, poi recepita, dopo qualche contrasto, dalla giurisprudenza).

Se il Testo Unico del 1939 aveva resistito per quasi 40 anni, la legge del 1977 ebbe una durata assai inferiore in un’epoca, quale la nostra, caratterizzata da un rapido succedersi di idee e crolli ed inversioni di principi ritenuti fino a poco prima irrinunciabili e definitivi.

Nel 1992 molti avevano cominciato a dubitare dell’assoluta bontà del “pubblico”, e il “privato” stava riacquistando valenza positiva soprattutto in economia, ma anche in politica. Tuttavia la nuova legge-quadro, emanata l’11 febbraio di quell’anno, tentò sì di conseguire un maggiore equilibrio fra i vari interessi in gioco, tenendo conto delle istanze provenienti dal mondo agricolo (che tuttavia nemmeno in questa circostanza ottenne l’abrogazione, già inutilmente tentata per via referendaria, dell’art. 842 del codice civile, che consente il libero ingresso dei cacciatori nei fondi agricoli), da quello ambientalista- protezionista e da quello venatorio (in particolare, pur restando penalmente sanzionate, nei casi più gravi anche con pene detentive, come contravvenzioni le violazioni alla legge venatoria, si escluse l’applicabilità ai prelievi illeciti di fauna degli articoli 624, 625 e 626 del codice penale con conseguente abrogazione del reato di furto venatorio), ma tenne comunque ben fermo il principio-base dell’appartenenza della fauna selvatica al patrimonio indisponibile dello Stato.

In realtà nemmeno il disegno di legge Orsi, nonostante le aggiunte proposte all’art. 1 della legge vigente, incide espressamente su tale principio (nel testo originario era stato però soppresso il richiamo all’interesse della comunità nazionale), che tuttavia viene, se non svuotato, notevolmente depotenziato dalla nuova disciplina, che torna a mettere in primo piano l’attività venatoria, che va sì programmata, ma che può per sua natura svolgere, attraverso il prelievo, una funzione regolatrice, finalizzata al raggiungimento di “un soddisfacente equilibrio tra le specie animali e vegetali presenti all’interno dei singoli territori” (nuovo testo del comma 2° dell’art. 1). Non per nulla il disegno di legge Orsi mira anche ad allargare la platea degli “operatori venatori”, anticipando a 16 anni l’età di accesso e favorendo il permanere in attività degli anziani con l’abbattere fino al 50% l’importo delle tasse venatorie per coloro che hanno superato il 69° anno di età.

Un’aria di liberalizzazione, come la definisce nel suo articolo Fugaro, singolarmente corrispondente (anche se forse un po’ in ritardo rispetto alle recentissime inversioni di tendenza in senso “statalista” determinate dalla crisi economica mondiale) al successo, in politica e in economia, delle tesi liberiste, favorevoli alla deregulation per lasciare spazio alla libera operatività delle “leggi delmercato”.


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