RISO: Sale la superficie, non la produzione

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Come se non bastassero le normali incertezze dell’attività agricola, vi sono quelle del quadro generale reso ancor più torbido dalle vicende di una crisi economica che non accenna a risolversi. Anzi, ogni volta che si riesce a individuare un segnale positivo, atteso e invocato anche se di dimensioni minime, subito dopo emerge con insospettata violenza qualche evento negativo di proporzioni tali da congelare sul nascere ogni speranza. Le economie mostrano i primi sintomi di ripresa e subito ecco che si scopre che la speculazione internazionale sta minando addirittura i bilanci degli Stati più deboli. Cresce un po’ la domanda di beni di consumo, ma poi si viene a sapere che l’occupazione è in calo e la produttività non cresce come sarebbe necessario.
Proviamo a riflettere, ad esempio, a ciò che sta accadendo sull’altra sponda del Mediterraneo e vedremo che l’intreccio fra problemi economici generali, confuse situazioni politiche e mercati dei principali alimenti è talmente stretto e inestricabile da rendere quasi impossibile ogni seria previsione. Se poi nella complessa equazione del risiko agroalimentare mondiale proviamo a considerare il ruolo del riso, per molti aspetti trascurato oltre il lecito, ma essenziale, ci accorgiamo che anche il nostro prodotto è, al contempo, protagonista e vittima di giochi molto più grandi di quanto normalmente si pensi.
 

 

RISULTATO PRODUTTIVO DELUDENTE
E poi bisogna tenere sempre presenti gli eterni limiti della produzione agricola, basti considerare gli ultimi due anni: nel 2010 nonostante un incremento di superficie a riso di 9mila ettari rispetto al 2009, la produzione è rimasta lontana di circa 28mila tonnellate, lasciando al 2009 il record storico, mentre i prezzi, dopo essere scesi per tutto quell’anno e sino alla tarda primavera/estate del 2010, sono poi saliti, insieme a tutte le materie prime, agricole e non.
Nella campagna 2009 si era già verificato un importante incremento della superficie a riso che, con 238.500 ettari aveva registrato un record per gli ultimi decenni (vedi tab. 1 e fig. 1). Si riteneva che non vi fossero margini per un’ulteriore espansione, anche perché la produzione, a sua volta, aveva fatto toccare, con 1,66 milioni di tonnellate un record storico. Nel decennio precedente la superficie si era attestata sui 220mila ettari, con una ripresa nel 2007 che però era stata riassorbita nell’annata seguente a causa dell’emergere della propensione a favore del frumento e degli altri cereali nelle situazioni in cui ciò era agronomicamente possibile. Nel 2010 si è avuto invece un nuovo incremento della superficie, in parte imprevisto, che l’ha fatta giungere sino a 247.500 ettari, una estensione che non ha precedenti, ma a cui non ha fatto seguito una produzione altrettanto elevata. A causa sia dell’andamento climatico sia del fatto che l’espansione delle superfici è avvenuta in parte in aree in cui non vi era più da tempo la consuetudine alla coltivazione del riso. La produzione del 2010, infatti, viene stimata in circa 1,56 milioni di tonnellate. Le rese, dopo aver toccato un massimo nel 2009 di 7 t/ha sono ridiscese a 6,32 con ciò contribuendo al deludente risultato produttivo.
In termini di riso lavorato, il 2009 aveva segnato un record molto elevato con circa 975mila tonnellate, 150mila in più rispetto alla produzione 2008, ma nel 2010 per effetto dei fattori di cui si è detto ha perso oltre 28mila tonnellate portandosi a 947.500. A fronte del risultato del 2009 si erano manifestati forti timori sul versante della rimuneratività del mercato ma, come si è detto, la ripresa dei prezzi, e anche della domanda, nella seconda metà del 2010 hanno contribuito a migliorare le prospettive per i produttori.
 

 

LOCALIZZAZIONE E CONCENTRAZIONE
L’incremento di superficie avvenuto nel 2010 ha comportato un’inversione rispetto al 2009, quando si era verificato un importante ritorno alla risicoltura in quelle aree in cui questa era stata sostituita dagli altri cereali. Infatti nel 2010 l’espansione avviene altrove, tanto da far calare il peso di due delle quattro maggiori province e cioè di Vercelli e Novara che insieme perdono l’1% della loro quota, mentre Pavia e Milano riescono a recuperare qualche decimo di punto percentuale (vedi tab. 2 e fig. 2). Sembrerebbe così arrestarsi il processo di concentrazione territoriale già rilevato in passato, ma occorre ricordare che le prime quattro province si confermano all’86,4% circa del totale nazionale e che se si considerano anche Alessandria, Biella e Lodi in realtà la quota di superficie dei due distretti risicoli piemontese e lombardo a cavallo del Ticino arriva a circa il 92,4%, mentre il polo della pianura padana nord orientale con Ferrara, Rovigo, Verona e Mantova copre circa un altro 5%.
Nelle due regioni più importanti prosegue il processo di concentrazione delle aziende e delle superfici a riso (vedi tab. 3). La tendenza all’incremento nel numero delle aziende emersa nel 2009 prosegue con un totale che sale da 4.652 a 4.769, ma cessa in Piemonte, dove si ha un calo di 13 unità, mentre si conferma in Lombardia, dove il numero sale di 84; di conseguenza l’aumento totale risulta localizzato per il 60% in questa regione. Tuttavia il dato più interessante è costituito dalla superficie media aziendale a riso che sale ancora in entrambe le regioni portandosi a 59,8 ha in Piemonte e a 49,7 ha in Lombardia, da confrontare rispettivamente con 58,7 ha e con 49,0 ha nel 2009. Gli incrementi dimensionali e la sostanziale riduzione delle aziende risicole continuano a rappresentare un’importantissima caratteristica del riso che lo rende unico nel quadro dell’agricoltura italiana e che lo pone in una condizione del tutto particolare in vista dei futuri sviluppi della Pac.
La produzione per gruppi di varietà (vedi tab. 4 e fig. 3), pur mostrando le consuete oscillazioni fra i diversi gruppi varietali in funzione delle indicazioni di mercato al momento delle semine, mostra che il calo di 100mila tonnellate va attribuito per il 26% al tondo, al lungo di tipo A per il 40% e a quello di tipo B per il 34%. Rispetto al 2009 il tondo perde in percentuale il 7% circa e 28mila tonnellate, il lungo e medio di tipo A il 5,6% e 42mila tonnellate, mentre il lungo di tipo B registra anch’esso un calo del 7% corrispondente a circa 36mila tonnellate, principalmente a causa delle difficoltà di mercato che incontra.
 

 

L’EVOLUZIONE DEL MERCATO
Il 2010 si era aperto in una situazione di grave pesantezza del mercato su cui ancora era difficile prevedere quanto avrebbe potuto incidere la produzione record del 2009. I prezzi del riso (vedi fig.5) per tutto il 2009 erano stati in costante flessione, con l’eccezione dell’arborio la cui risalita è iniziata all’epoca del nuovo raccolto.
Nello stesso periodo si era verificata anche una ripresina degli altri risi che, tuttavia, si è esaurita nel corso dell’autunno/inverno 2009/10. A questa fase ne ha fatto seguito un’altra in cui i prezzi hanno continuato a scendere nonostante vi fosse un discreto assorbimento del prodotto da parte della domanda, sia per il mercato interno che per quello estero. A partire dall’estate 2010, invece, dopo aver toccato i minimi nel maggio, è iniziata una risalita dei prezzi che mentre scriviamo è ancora in corso, ma che tuttavia non è specifica del solo riso perché ha coinvolto tutte le commodity.
Per quanto riguarda la situazione europea (vedi tabb. 5 e 6) si può notare che l’incremento di superficie del 2010 è un fenomeno generalizzato, anche se la quota maggiore è attribuibile al nostro paese.
 

 

SCENARI E PROSPETTIVE
La situazione di mercato del riso ha presentato negli scorsi mesi ulteriori elementi di complessità, connessi in parte all’andamento dei prezzi internazionali e in parte alle vicende della crisi economica. Se a tutto ciò si somma il fatto della produzione record del 2009 si nota come il quadro sia complicato, soprattutto tenendo conto dell’elevato grado di internazionalizzazione del riso rispetto agli altri prodotti agricoli italiani.
In realtà si comprende che anche i movimenti dei prodotti agricoli sono collegati alle dinamiche mondiali delle materie prime. Ma lo sono, oltre a ciò, anche e in misura crescente, per quanto riguarda i fenomeni speculativi alimentati da capitali alla ricerca di prese di beneficio a breve termine. Non sappiamo se e quando l’attuale fase di tensione dei prezzi finirà e se ciò avverrà o meno come nel 2008, prima con le derrate agricole e poi con gli altri prodotti, ma il problema per i prodotti alimentari è molto serio, come dimostrano i fatti che si svolgono nei paesi del Mediterraneo. Il mercato interno ha assorbito negli scorsi mesi, e anche in questa fase di avvio dell’annata 2010/11, un discreto quantitativo di prodotto (vedi tab. 7). I quantitativi venduti all’inizio di gennaio e confrontati con quelli delle precedenti campagne alla stessa data risultano ad esempio più elevati, in percentuale e in assoluto, di quelli degli anni recenti, anche se la domanda si muove sempre con cautela. Il fatto che gli acquisti proseguano indica da un lato l’evidente necessità di far fronte a richieste e, dall’altro, il timore che la salita dei prezzi non sia conclusa spingendo ad anticipare gli acquisti, seguendo in entrambi i casi un comportamento che riduca l’esposizione.
Sul piano delle scelte colturali il richiamo esercitato dal riso è stato forte lo scorso anno, ma i prezzi alti dei cereali come frumento e mais o della soia possono far ritenere che nelle semine primaverili vi sia un ritorno verso queste colture. Il 2011 sarà un anno di transizione e di riflessione in tutte le risaie in vista della fine dell’aiuto disaccoppiato e del passaggio al pagamento unico che sarà attuato con grande probabilità dalla riforma della Pac. Ma bisognerà fare attenzione al problema mondiale, perché la situazione resta molto incerta e i mercati sono stretti fra il freno all’esportazione e gli incrementi di domanda nei grandi paesi produttori e consumatori dell’Asia.


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