Riforma Pac, tutti contro Ciolos

Documento firmato da 15 paesi (con Francia e Germania) chiede al commissario cambiamenti radicali
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Tutti contro il commissario all’Agricoltura, Dacian Ciolos. A Bruxelles e nelle capitali europee cresce l’opposizione a progetto di riforma della Pac dell’esecutivo comunitario. Opposizione che si è manifestata in modo evidente all’ultimo Consiglio agricolo Ue che si è svolto a Lussemburgo quando un gruppo di paesi (già ribattezzato «gruppo di Stoccolma» nell’originale toponomastica dei negoziati comunitari) ha recapitato al commissario un documento durissimo che smonta la riforma della Politica agricola 2014-20 dalle fondamenta.
Dall’azzeramento dei diritti all’aiuto alla fine del 2013 che penalizza i paesi che hanno già applicato la regionalizzazione dei premi, al plafonamento dei premi, fino all’intero capitolo dedicato alle misure ambientali, il cosiddetto greening, e alla definizione degli agricoltori attivi. Ma il minimo comun denominatore è la richiesta di maggiore flessibilità per i singoli Stati membri per scongiurare lo spettro della rinazionalizzazione. Sono 15 i paesi firmatari dell’iniziativa che rimescola le carte in tavola del negoziato. Quindici paesi che comprendono tre dei quattro più pesanti in termini di voto ponderato, ai fini della maggioranza qualificata in seno al Consiglio Ue, vale a dire Francia, Germania e Regno Unito.
L’Italia, il quarto partner «pesante» in termini di voti, non ha invece firmato il documento, mantenendo ancora aperto un dialogo con la Commissione con l’obiettivo di ottenere una sostanziale revisione dei criteri di ripartizione del futuro budget agricolo 2014-20. Criteri di riparto che secondo le stime del ministero delle Politiche agricole rischiano di penalizzare l’Italia non solo nella distribuzione dei 40 miliardi annui destinati agli aiuti diretti, ma anche nella spartizione dei fondi per lo sviluppo rurale. Mentre tutti indicano il secondo pilastro come il capitolo attraverso il quale recuperare parte delle risorse perdute con l’applicazione del parametro della superficie per gli aiuti diretti, i calcoli effettuati sulla base della relazione d’impatto che accompagna le proposte della Commissione indicano una potenziale debacle per l’Italia anche sul fronte dei fondi Psr. Con una quota che scenderebbe dall’attuale 9,3% del totale Ue al 6,9 per cento.
La stima risente però della mancanza di indicazioni precise sul finanziamento della nuova politica di sviluppo rurale, e si basa sulla mera trasposizione del criterio della superficie (valido, nelle proposte della Commissione, per gli aiuti diretti) agli aiuti del Psr. Con il dibattito sui singoli capitoli della riforma già entrato nel vivo, nelle prossime settimane la Commissione dovrebbe formalizzare anche i criteri di riparto dei fondi Psr. Nella partita, a favore dell’Italia dovrebbe sicuramente giocare un ruolo positivo la capacità di spesa mostrata negli ultimi anni, con alcuni Stati membri (tra i quali Germania e Portogallo) incappati invece nella tagliola del disimpegno automatico che hanno visto parte del proprio budget rimanere nelle casse di Bruxelles.


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