«Questa lobby vende made in Italy»

Tassinari, presidente Coop Italia, interviene sulla bufera dei tempi di pagamento
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Nuove regole nel commercio dei prodotti alimentari per favorire la libera concorrenza e il mercato. Tempi di pagamento a 30 giorni per i freschi e 60 giorni per gli altri; obbligo di contratti scritti per la fornitura dei prodotti, sanzioni per i disobbidienti e l’Antitrust a fare da controllore. Le prevede, fra l’altro, il decreto liberalizzazioni all’art. 62, emendamenti parlamentari permettendo.

Si può dare di più? In tempi di crisi («è passato di moda pagare» ci ha detto qualcuno) con i rubinetti bancari chiusi (lo chiamano “credit crunch”) e gli anelli intermedi delle filiere costretti a sostituirli in attesa dei versamenti, il provvedimento profuma di rivoluzione. Avrà una portata universale? Si applicherà ad esempio, anche ai tempi di liquidazione delle cooperative verso i soci? E ai rapporti con i Cap? O ispirerà magari anche le pubbliche amministrazioni che ormai di lentezza (finanziaria) sono i campioni? (v. articoli successivi).

 

LO SCONTRO

La materia sarebbe dunque vastissima nonché spinosa. Ma in fase di passaggio parlamentare del decreto, è divampata, improvvisa, una cruenta battaglia. È stato individuato un nemico, la gdo (grande distribuzione organizzata) e i primi missili (sotto forma di dichiarazioni alla stampa) sono partiti dallo stesso ministro delle Politiche agricole, Mario Catania: «La gdo si è mossa armi in pugno per far saltare l’art. 62. Vedo già reazioni da parte di alcune forze politiche – ha detto il Ministro –. C’è un tentativo in atto di spazzare via principi equi e sacrosanti come il diritto di avere contratti scritti nelle transazioni commerciali e a essere pagati entro certi termini. Sono soprattutto le piccole e medie imprese (pmi) dell’agroalimentare a essere strozzate dalle condizioni poste dalla gdo». E alla chiamata alle armi hanno risposto in tanti.

A brevissimo giro di posta, il presidente della Commissione agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro: «Le pmi alimentari difendono fortemente il decreto. Inoltre, vi è la forte necessità di un’armonizzazione delle regole in tutta Europa, un problema che abbiamo già posto anche al vicepresidente Antonio Tajani». Quindi, a sostegno del ministro: Copagri, Cia, Confagricoltura, Federalimentare, il presidente della Commissione agricoltura del Senato, Paolo Scarpa Bonazza, ognuno con singolo comunicato. Solo Coldiretti e Alleanza cooperative hanno scritto una nota congiunta (curiosità: che fine hanno fatto gli scontri frontali di questi ultimi anni? E l’alleanza di filiera cereali con Coop Italia, lanciata e promessa a Cernobbio?).

Fuori dal coro, la Confcommercio (i piccoli commercianti) che delle esternazioni di Catania ha detto: «Un intervento a gamba tesa sul terreno del libero svolgimento delle relazioni economiche che sa tanto di antiquato dirigismo e non ha davvero nulla di quelle logiche di liberalizzazione spinta alla competitività che costituiscono l’insegna complessiva del decreto».

 

DUBBIA COSTITUZIONALITÀ

Come risponde la gdo? È stupito Vincenzo Tassinari, presidente Coop Italia: «Non capiamo. Il ministro Catania dice di voler fare battaglia contro la distribuzione moderna, eppure siamo i migliori venditori di prodotti italiani oltre a essere d’accordo nel voler difendere gli interessi delle pmi».

Presidente, quei 30-60 giorni vi stanno stretti?

Intanto esistono elementi di illegittimità rispetto all’articolo 41 della Costituzione: l’economia privata è libera. C’è poi incompatibilità con la normativa Ue: si introducono delle dilazioni di pagamento nonostante esista la clausola “fatti salvi gli accordi fra le parti”.

A parte questo, l’art. 62 introduce condizioni economico-finanziarie prescrittive senza averci preventivamente coinvolti per una valutazione: siamo d’accordo per autoregolamentare, non per legge, le condizioni di pagamento delle pmi e degli agricoltori italiani.

E a parte la scrittura frettolosa , cosa pensa dell’articolo?

Il decreto impone vincoli di cui beneficeranno solo le grandi imprese industriali. Grandi marchi che sanno benissimo difendersi e contrattare al meglio. Più che loro, dovremmo essere tutelati noi.

In più, la previsione di contratti scritti è una gabbia burocratica. Pretende di definire quantità e prestazioni fuori dalla logica di mercato che richiede invece una sistematica reattività lungo il corso dell’anno. Questo non fa gli interessi delle imprese.

Pensiamo ad esempio alle campagne promozionali straordinarie lanciate per gestire i momenti di sovrapproduzione: abbiamo venduto 40 mila q di uva o di pesche nel giro di una settimana: in futuro, che si farà? Staremo bene attenti a evitare le sanzioni.

Se ci avessero consultati, pacatamente avremmo suggerito degli emendamenti per togliere le gabbie e tutelare, al contempo, i soggetti più deboli.

 

NO ALLE DITA NEGLI OCCHI

Lo strapotere della gdo sarebbe un’invenzione?

Mi spiace che il ministro dell’Agricoltura definisca una lobby i suoi migliori venditori di prodotti italiani. Una realtà che dà lavoro a 450mila persone cercando di fare l’interesse dei consumatori. Pensi all’inflazione: dal 2004 al 2011 è stata pari al 17,6%; la moderna distribuzione l’ha tenuta al 7,6%. Viviamo una crisi economica di portata inusitata: stiamo cercando di tenerla con i denti. Il problema n. 1 è ragionare nell’interesse del Paese senza metterci le dita negli occhi.

Il ministro sottolinea pure che incassate tutti i giorni.

È vero, come è altrettanto certo che siamo riconosciuti sul mercato come pagatori corretti e trasparenti. Ciò di cui non si tiene conto è la complessità del nostro mestiere.

Il circolante della gdo è dato da tre elementi: incassi, pagamenti e approvvigionamenti. Questi ultimi, giacenze e rotazioni delle merci, in buona parte si portano via il circolante. È la cosiddetta gestione full replenishment (effettuata da centri distributivi ad hoc) che garantisce un servizio continuo e pieno, negozi sempre riforniti.

È vero che i margini sul fresco sono dell’1-2%?

Anche secondo analisi terze nell’ortofrutta non esiste una redditività tale da far emergere elementi speculativi: la gestione è complessa e i redditi molto limitati.

Ma il problema centrale per capire come affrontare la crisi produttiva non è mettere in discussione i pagamenti a 45 giorni, peraltro previsti per legge: se poi vi sono inadempienze, ci vuole il coraggio per denunciarle così come esistono dilazioni prescritte per legge: basta il codice civile per introdurle.

Qual è il problema?

Rilanciare i consumi delle famiglie (nel 2011 l’ortofrutta ha rappresentato il 2% in volume) oltre alla sovrapproduzione. Un tema strutturale, non finanziario. Non è la distribuzione che strozza, ma le regole di mercato. In questo caso, tutte a scapito dell’offerta.

 

APERTI AGLI ACCORDI

Sareste disponibili ad accordi?

La Coop è da sempre disponibile ad accordi per dare valore a consumatori e agricoltori. Abbiamo già lavorato con 10 mila aziende agricole. La bufera passerà e rimarranno i fatti. Rimbocchiamoci le maniche per progettare collaborazioni.

Se passerà la legge, che impatto finanziario avrà?

Vi sarà uno squilibrio sostanziale per l’effetto già detto sul circolante. Una valutazione è prematura, di certo inciderà in modo pesante su piccole e medie aziende distributive

E voi cosa farete?

Cambieranno in modo strutturale le relazioni costruite con i fornitori in questi ultimi 20 anni.

Anche la Francia ha legiferato sui contratti con la gdo.

Ci sono differenze sostanziali rispetto all’art. 62 e andrebbero verificate.

In Italia, poi, c’è una moderna distribuzione molto articolata (non solo grandi soggetti, anche piccoli e medi che fanno il loro mestiere con grande impegno) a differenza della Francia dove pochi soggetti dominano il mercato.


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