Per attività venatoria e agricoltura servono nuove regole di convivenza

A 30 anni dal referendum proposto da Terra e Vita per abrogare l’articolo 842
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Forse i lettori più fedeli e meno giovani di Terra e Vita forse ricorderanno che oltre 30 anni fa la rivista, sollecitata dai quesiti-protesta di molti produttori agricoli, dedicò particolare attenzione e ampi spazi alle difficoltà causate all’attività agricola dall’esercizio venatorio come conseguenza della libertà di accesso ai fondi concessa (allora e ancora oggi) ai cacciatori anche contro la volontà dei proprietari dall’art. 842 del codice civile.

Le problematiche evidenziate da Terra e Vita vennero recepite dal pretore di Civitanova Marche, che con due ordinanze, rispettivamente in data 6/11/1974 e 25/1/1975, sollevò questione di legittimità costituzionale dell’art. 842 per violazione degli artt. 2,3,9,33 e 42 della Costituzione (cioè, in breve, per violazione del principio di uguaglianza, in quanto il diritto di libero accesso non era consentito a chi volesse, ad esempio, praticare la caccia fotografica, e per ingiustificata limitazione del diritto di proprietà). Tali questioni vennero dichiarate infondate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 57 del 1976, la cui pur elaborata motivazione lasciò adito a non poche perplessità.

Un referendum
Convinta che fra le pretese di chi difendeva un’attività ludica, quale era allora ed è oggi la caccia, e chi si batteva per il rispetto del proprio lavoro fossero questi ultimi a dovere prevalere, Terra e Vita si fece promotrice di una richiesta di referendum popolare per l’abrogazione dell’articolo 842 così fortunosamente scampato al giudizio di costituzionalità. L’iniziativa suscitò vastissimi consensi fra i produttori agricoli, ma, a causa dello sfilarsi, per evidenti pressioni provenienti dagli ambienti politici più vicini al mondo venatorio e alle industrie armiere, dei sindacati agricoli, che inizialmente avevano aderito o quanto meno espresso consenso e simpatia, non si raggiunsero le firme necessarie.

Tuttavia il sasso non era stato gettato invano. Difatti l’iniziativa venne ripresa dal partito radicale e dalle associazioni ambientaliste, che allargarono il tiro nel tentativo di giungere alla generalizzata abrogazione della caccia. I due primi tentativi fallirono, perché le richieste, che pure avevano raccolto un numero largamente sufficiente di adesioni, vennero dichiarate inammissibili, sulla base della formulazione dei quesiti, dalla Corte Costituzionale (sentenze n. 27/1981 e n. 28/1987.

Smentendo il proverbio che non c’è due senza tre, compulsata per la terza volta la Corte concesse il via libera al referendum per l’abrogazione dell’art. 842 proposto dai radicali (assieme a molti altri di assai diverso genere), che nella consultazione del 1990 raccolse, fra i votanti, un’amplissima maggioranza per l’abrogazione, ma non conseguì il risultato per il mancato raggiungimento del “quorum” (cioè la partecipazione alla consultazione del 50% più 1 degli aventi diritto).

La legge quadro
In ogni caso il ripetersi dei tentativi e il permanere dell’insoddisfazione degli ambientalisti e di tutto il mondo agricolo (sfogliando Terra e Vita di quegli anni ci si avvede come la caccia e i conseguenti danni fossero uno degli argomenti più presenti nei quesiti proposti dai lettori) indussero il governo a sostituire la legge venatoria vigente (la n. 968 del 1977) di impronta eccessivamente filo-venatoria.

La nuova legge-quadro (“Norme per la protezione della fauna omeoterma e prelievo venatorio”, n. 157 dell’11/2/199) introdusse, assieme al principio rivoluzionario dell’appartenenza della fauna selvatica allo Stato (che consentì alla dottrina giuridica e alla giurisprudenza di costruire la figura, fino a quel momento ignota, del furto venatorio), anche alcune disposizioni tese ad allargare o, quanto meno, a rendere più agevole la possibilità di impedire l’accesso dei cacciatori ai fondi agricoli (vedi riquadro).

Un articolo superato
Pur nella staticità della norma base, il mutamento di quelle di rinvio ha determinato una modificazione apparentemente modesta se la si considera solo nel ristretto ambito dell’art.842 del codice civile (anche la legge n. 968 del 1977 consentiva la chiusura del fondo, pur imponendo recinzioni di maggiore altezza e, quindi, di maggior costo), ma assai più significativa se il riferimento è all’intero complesso della nuova legge e soprattutto se si tiene conto delle modificazioni socio-ambientali nel frattempo intervenute.

Sono in particolare queste ultime a rendere verosimile che oggi, di fatto, la disposizione di cui all’art. 842 abbia perso il ruolo centrale che aveva a lungo avuto nel rapporto non di rado conflittuale agricoltura-fauna-caccia. Ma di questo si dirà in una prossima occasione.


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