Parmalat, scalata all’italianità

Viene prima il marchio o la materia prima made in Italy? Parlano i protagonisti della filiera
latte_bicchiere.jpg

«Un’azienda che deve dar conto agli azionisti prenderà il latte dove costa meno». Questo avverrà dopo la scalata francese alla Parmalat secondo Gianpiero Calzolari presidente di Granarolo.
Dove francese è l’azienda Lactalis, proprietà familiare (Bézier), primo gruppo lattiero-caseario in Europa, bilancio mai comunicato (non è quotata in Borsa), in portafoglio diversi formaggi a marchio italiano (Cademartori, Galbani, Invernizzi, Vallelata, Locatelli) oltre che internazionali e, da pochi giorni, proprietaria del 29,9% del gioiellino (come la definisce il film) italiano Parmalat. Doveva essere un blitz in due mosse (una prima fetta di azioni rastrellate in borsa e poi un ulteriore 15% dai tre fondi di investimento).
Rapidissimo non sarà più dopo che il governo italiano ha rimesso la palla in campo con il decreto “antiscalate” di Tremonti.
Servirà a comprare tempo e la convocazione delle assemblee per l’approvazione del bilancio e il rinnovo dei vertici potrà slittare sino al 30 giugno. Partita tutta da giocare.
È tornata allora in pista l’ipotesi Granarolo, la più grande filiera italiana, poco meno del 5%del latte nostrano. In cordata con banca Intesa San Paolo e, forse, Ferrero.
Presidente Calzolari, è una manovra solo difensiva o ci stavate già pensando?
Da sei anni sapevamo che i francesi potevano essere una delle industrie più interessate a Parmalat.
Da tempo pensiamo che parlare di latte è guardare alla competitività e l’integrazione Parmalat-Granarolo è una considerazione che si fa da tempo, legata a fatti agricoli (una produzione molto polverizzata) e industriali (marginalità molto contenuta, ma una continuità dei volumi consumati). Se il Paese vuole un’opportunità dobbiamo tenere quel che abbiamo.
E ve la potete permettere?
Da soli non ce la facciamo, questo è il dato vero. Non possiamo comprare un’azienda che è quattro volte le nostre dimensioni. Altri soggetti dovranno entrare in gioco. Mondo cooperativo e mondo finanziario si dovranno adoperare. L’italianità non si ottiene per decreto.
Quindi la cordata….
Se perdiamo questo appuntamento, l’avremo perso per sempre. Potrebbe essere l’occasione per accompagnare dei processi di ristrutturazione necessari per competere anche all’estero dove è importante difendere i marchi, ma lo è altrettanto fare massa critica.
Ma è davvero italiana un’azienda, come quella di Collecchio, che fattura poco più del 20% nel Belpaese e il resto all’estero?
Pensare che la Parmalat brasiliana rappresenti l’italianità è un po’ tirata…
Cos’è l’italianità?
La Parmalat italiana. Tutto il resto è unmarchio importante nel mondo, ma questo settore non è come quello della moda dove il marchio ha un valore in sé e per sé.
Una scalata di Granarolo più altri partner su Parmalat attirerebbe le consuete attenzioni dell’Antitrust?
Problema da risolvere in ambito politico: se l’Antitrust ci costringe a essere piccoli allora mettiamoci tutti d’accordo. Se uno dei limiti del nostro sistema è la dimensione modesta e se dobbiamo competere con grandi colossi allora bisogna capire come aiutare le imprese a diventare grandi.
Se invece vincesse Lactalis? Cosa accadrebbe?
La materia prima ne uscirebbe fortemente condizionata.Non siamo tanto preoccupati per Granarolo, il suo plus è il latte italiano. Non faremo altro che pubblicizzare ancora di più la nostra posizione di leadership in questo settore. Lo stresseremo ancora di più.
E il prodotto a lunga conservazione?
Lì non c’è storia a meno di non studiare qualche forma di differenziazione.
Granarolo quanto ne importa dall’estero?
Solo un 20% destinato all’uht perché puntiamo molto e soprattutto sull’alta qualità. Del latte e dei prodotti lattiero-caseari.


Pubblica un commento