Paolo Scarpa Bonazza: “Criteri selettivi per i premi Ue, priorità ai produttori di professione”

FORUM AIUTI PAC. Intervento del presidente della commissione Agricoltura del Senato
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L’intervento del legislatore, sia comunitario che nazionale, in materia agricola si è caratterizzato negli ultimi anni per la crescente attenzione rivolta alla capacità delle imprese agricole di rapportarsi al mercato. In tale direzione, significative appaiono le sollecitazioni dell’Unione europea che, di fronte ai limiti dimostrati dalla politica agricola comunitaria antecedente ad Agenda 2000, ha voluto puntare su nuove politiche di sviluppo rurale, finalizzate a favorire la modernizzazione del settore mediante forme di intervento a sostegno di un modello di impresa sempre più propensa a instaurare un sistema di relazioni esterne e di assumere nuove funzioni.

Emblematica di tale cambiamento nella strategia di intervento della Ue è la circostanza che la definizione delle misure di sviluppo rurale, da realizzare nell’ambito della programmazione della nuova politica agricola comunitaria, vuol costituire una valida risposta alla richiesta, proveniente sia dagli operatori del settore agricolo che della società, di non attribuire all’agricoltura soltanto il ruolo di attività chiamata a fornire le materie prime all’industria alimentare.

L’interesse avvertito in modo sempre più sensibile è quello di dare maggiore dignità al settore primario, nel senso di destinare le risorse economiche pubbliche in modo preferenziale alle imprese agricole che organizzano i fattori della produzione e «vivono» il rapporto con il territorio in funzione delle esigenze della società, così da premiare le imprese capaci di:

a) puntare a prodotti tipici e di qualità in risposta a una domanda evoluta di consumo, in considerazione del crescente interesse avvertito dalle persone per le questioni della rintracciabilità e dell’origine dei prodotti agroalimentari;

b) legare a una logica di programmazione aziendale la scelta di applicare metodi di produzione ecocompatibili, in risposta alla richiesta di servizi «territoriali» e di ambiente salubre che proviene dalla collettività.

In coerenza con il nuovo atteggiamento della politica comunitaria e con il cambiamento socio-culturale che ha accompagnato l’evoluzione della mentalità con cui oggi «si fa agricoltura», il legislatore nazionale ha ritenuto indispensabile fornire alle imprese agricole una strumentazione normativa in grado di supportare la loro propensione ad assumere il nuovo ruolo di soggetto vocato alle relazioni con l’esterno. Da tali presupposti, infatti, trae origine la riforma della definizione giuridica delle attività agricole contenuta nella cosiddetta «legge di orientamento e modernizzazione del settore agricolo» (decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 228).

Tuttavia, a fronte della riscrittura dello statuto dell’impresa agricola sul piano «oggettivo», ossia delle attività considerate per legge agricole, non si è proceduto in modo consequenziale a una profonda rivisitazione delle figure soggettive operanti in agricoltura.
Basti considerare che nel nostro ordinamento quando ci si riferisce ai soggetti esercenti le attività agricole di cui all’articolo 2135 del codice civile ci si imbatte in tre diverse qualifiche: l’imprenditore agricolo, il coltivatore diretto, l’imprenditore agricolo professionale. Qualifiche soggettive che spesso si contrappongono e in alcuni casi risultano di difficile utilizzazione, posto che, a proposito del coltivatore diretto si è in presenza di ulteriori definizioni rispetto a quella codicistica che la stessa giurisprudenza stenta a governare.

Complicato risulta, inoltre, l’aspetto delle modalità e dei mezzi di prova del possesso della qualifica di coltivatore ai fini, ad esempio, dell’esercizio della prelazione agraria ovvero per il godimento di determinate agevolazioni fiscali.

Diventa, pertanto, indispensabile provvedere al riordino delle figure soggettive e alla semplificazione dei criteri di accertamento del possesso dei requisiti.

Nel voler dare un contributo alla discussione aperta da «Agrisole» sull’opportunità o meno per lo Stato italiano di riservare l’erogazione degli aiuti comunitari a un imprenditore qualificato, va evidenziato come il legislatore nazionale, invero, ha già operato una scelta diversa da quella degli altri paesi dell’Unione europea in ordine alla individuazione dei destinatari delle agevolazioni previste per sostenere gli investimenti ovvero per contenere il costo dei fattori di produzione.

Mi riferisco al fatto che con i decreti legislativi 99/2004 e 101/2005, l’Italia ha ritenuto opportuno salvaguardare l’imprenditore che si dedica «professionalmente» all’esercizio delle attività agricole introducendo la qualifica di Iap (imprenditore agricolo professionale) al posto dello Iatp (imprenditore agricolo a titolo principale). A livello comunitario fin dal 1972, con la direttiva Cee del Consiglio del 17 aprile 1972, n. 159, si era individuato l’imprenditore agricolo a titolo principale quale destinatario del regime di aiuto agli investimenti nelle aziende agricole, ma l’evoluzione della disciplina comunitaria sullo sviluppo rurale, culminata nell’approvazione del regolamento Ce 1257/99, ha portato all’estromissione di qualsiasi riferimento alla qualifica professionale dello Iatp.

Rispetto a tale abbandono da parte del legislatore comunitario, è stata compiuta la scelta, con i decreti legislativi sopra ricordati, di procedere a una vera e propria sostituzione di qualifiche professionali, accompagnata da una diversa disciplina delle condizioni richieste per l’attribuzione della qualifica di Iap.

Paolo Scarpa Bonazza La scelta di rivolgere maggiore attenzione a un soggetto che fa dell’agricoltura la principale fonte di lavoro e di reddito risulta ancora più significativa se si pensa che allo Iap il legislatore ha voluto attribuire, oltre che le agevolazioni già in precedenza riconosciute allo Iatp, molte delle agevolazioni finora riservate ai soli coltivatori diretti e, inoltre, ha consentito che questa qualifica professionale venga attribuita, a determinate condizioni, anche alle imprese organizzate in forma societaria.

In conclusione, ritengo indifferibile l’avvio di una riflessione, che veda coinvolte anche le organizzazioni di rappresentanza delle imprese agricole, sulla necessità della razionalizzazione delle figure soggettive operanti in agricoltura, portando a conclusione il processo avviato con gli interventi legislativi del 2004 e del 2005 in modo da riservare i trattamenti «agevolati» a coloro la cui attività agricola costituisca una parte significativa della propria attività economica.

Paolo Scarpa Bonazza
Presidente della commissione Agricoltura e produzione agroalimentare del Senato

 


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