PAC: Coldiretti in campo contro le rendite

Marini a Ciolos: «L’Italia si è impegnata più di tutti sui beni pubblici e ora è la più penalizzata»
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Da sinistra Paolo De Castro, Dacian Ciolos, Sergio Marini e Mario Catania al summit Coldiretti del 29 novembre
 

 

La battaglia contro le nuove rendite che la riforma Pac rischia di creare comincia lì dove si erano gettate le basi per favorirne la nascita. Precisamente, quando al summit Coldiretti sulla riforma, la scorsa settimana a Roma con il commissario Ue Ciolos, il presidente della commissione Agricoltura De Castro accompagnato dal relatore al bilancio La Via, il ministro delle Politiche agricole Mario Catania dice che per migliorare le proposte della Commissione sarà necessario «riflettere anche sul disaccoppiamento del 2003: va bene recidere il legame con il volume della produzione ma senza dimenticare chi abbiamo davanti». Le imprese agricole, appunto, che «la Pac dimentica, senza distinguere chi fa agricoltura e chi non la fa». Il ragionamento non si ferma qui (e alle conseguenti richieste di una migliore definizione da demandare agli Stati membri degli agricoltori attivi) ma continua, perché «poi bisogna anche prestare attenzione alla differenza tra chi fa agricoltura e chi fa impresa».
Intanto bisognerà cominciare evitando che l’Italia paghi il prezzo più alto dei tagli al budget agricolo e della sua successiva redistribuzione tra i 27 partner Ue: «L’Italia perde circa 250 milioni di euro all’anno con questa proposta, in tutto fanno 1,4 miliardi – l’attacco del presidente della Coldiretti Sergio Marini –. Non è giusto perché siamo il paese che si è impegnato di più verso un modello agricolo capace di rispondere alle aspettative dei cittadini in termini di sicurezza, qualità, biodiversità, occupati e ricchezza prodotta per ettaro e ci ritroviamo ora paradossalmente a essere quelli più penalizzati. Se usiamo come riferimento solo la superficie agricola, senza meccanismi di correzione si favoriscono nuove rendite fondiarie».
Il ministro però sa bene che per ottenere correzioni sostanziali nel capitolo finanziario bisognerà alzare i toni della trattativa: «La riforma della Pac è inserita nel più ampio contesto del negoziato sulle nuove prospettive finanziarie della Ue per il periodo 2014-2020, nel quale l’Italia – sottolinea Catania – parte da un livello di contribuzione netta incredibilmente elevato: versiamo il 14% del bilancio Ue e riceviamo appena il 10 per cento. Uno scarto enorme non giustificabile in alcun modo, si tratta di 5 miliardi annui che trasferiamo verso altri paesi che probabilmente, nel frattempo, hanno raggiunto un Pil pro capite più elevato del nostro. Questo macigno va fatto pesare anche sul tavolo del negoziato agricolo». Sulla scelta della superficie come parametro per spartire i fondi Pac, Ciolos ha replicato invocando la necessità di criteri oggettivi validi per tutti i 27 partner europei, mentre sull’altro nodo chiave della riforma, quello della riduzione della platea dei beneficiari ai soli agricoltori attivi, ha confermato le aperture dei giorni precedenti: «Chi non fa niente non avrà più aiuti».
Ma non è questo ovviamente l’unico neo delle proposte della Commissione, in uno scenario descritto dal ministro di «fortissima volatilità, dove le imprese si trovano ad affrontare una concorrenza sempre più acuta nell’offerta di materie prime, con l’Europa passata da una situazione di chiusura tariffaria a una forte e repentina apertura alle importazioni che rendono l’agricoltura sempre più l’anello debole della filiera: quando i prezzi scendono paga le conseguenze più alte, quando salgono lucra meno rispetto alla trasformazione e alla grande distribuzione».
Un ruolo fondamentale per ridisegnare la riforma è quello dell’Europarlamento che, ha garantito Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura di Strasburgo, lavorerà su almeno tre fronti principali: «meno burocrazia, con la semplificazione del greening, più flessibilità nell’applicazione della regionalizzazione all’interno degli Stati membri e una migliore definizione degli agricoltori attivi cui riservare i finanziamenti, che va lasciata agli Stati membri con una norma cogente». A De Castro fa eco l’europarlamentare Giancarlo Scottà, intervenuto al summit: «Gli agricoltori attivi e la qualità dei prodotti agroalimentari saranno tra le mie principali ambizioni nel valutare la riforma».


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