NUOVE POLITICHE. Crisi, lezioni per il futuro

Un black out finanziario e agricolo: come si รจ scatenato e come possiamo uscirne
coltivazioneGrano.JPG

La crisi mondiale sta ancora colpendo duramente le economie di tutto il mondo che, attonito, stenta a capire che cosa lo attenda nel prossimo futuro.

Ma non è solo l’economia in generale a soffrire della situazione. Fra i settori in crisi troviamo anche quello agricolo, parte integrante del complesso fenomeno che stiamo vivendo, soprattutto nelle incerte fasi iniziali in cui sembrava avere un ruolo del tutto specifico.

Perciò ci dobbiamo chiedere se la crisi agricola sia in un certo senso il paradigma di quella mondiale o un fenomeno connesso, ma comunque distinto. L’improvvisa esplosione della crisi agricola nello scorso biennio e, dopo, la crescente importanza di quella mondiale fanno ritenere che i legami fra le due crisi siano forti, ma da approfondire.

COINCIDENZE E DIVERGENZE

La crisi agricola, come si ricorderà, in effetti sembra precedere, sia pure di qualche mese, quella generale. I prezzi, in particolare quello del frumento, si muovono con vigore già nell’estate del 2007, tanto che le semine segnano un boom.

L’improvvisa fiammata dei prezzi agricoli è però molto simile a quella delle altre materie prime e anche l’andamento è lo stesso:
un periodo di forte salita, avviato dal petrolio e dagli altri prodotti energetici coinvolge tutte le materie prime, come minerali e metalli, che toccano i rispettivi massimi degli ultimi 30 anni. Come era iniziata, la fiammata si spegne con altrettanta velocità. Guidata proprio dalle materie prime agricole, inizia la discesa già alla fine di aprile 2008, più rapida per queste e meno per le altre.

Il petrolio in quattro mesi si riduce a un terzo del massimo dell’agosto 2008, ma nei mesi successivi e sino ad ora continua a fluttuare, toccando minimi nettamente al di sotto del periodo pre-crisi. In un primo tempo, fino a febbraio/marzo 2008, si guarda all’impennata dei prezzi come a un effetto non del tutto negativo della crescita dell’economia mondiale in atto ormai da tre anni. Poi, da aprile a giugno, si comincia a temere il sorgere di un’ondata inflazionistica mondiale e quindi vengono alzati i tassi del denaro per contenerne i possibili danni.

Ma la verità non tarda a manifestarsi. Nei mesi successivi si teme una fase di stagflazione, le politiche economiche si fanno incerte, dall’autunno si inizia a parlare, con un eufemismo, di “recessione tecnica” e poi di recessione vera e propria, si registrano i primi fallimenti bancari e si manifesta la matrice finanziaria della crisi che esplode, nella sua potenza devastante, innescata dalla bolla dei mutui americani e dall’avventurismo delle banche, ma di cui non si conosce né la durata né l’entità.

A quasi due anni di distanza rimangono aperti i principali interrogativi, anche se le cose sembrano migliorare molto lentamente, ma le incognite sono in agguato, ultimi, in ordine di tempo, il caso Goldman sul piano bancario e la crisi greca che minaccia la stabilità dell’euro e di gran parte dell’economia mondiale. Con un’immagine di grande effetto si può dire che la crisi assomiglia ad un videogioco in cui appena sconfitto un nemico ne appare uno nuovo, ancor più terribile e imprevisto.

Entrambe le crisi non erano imprevedibili, ma sono esplose all’improvviso. I fattori scatenanti comuni vanno individuati nella fiammata dei prezzi delle materie prime, nella crisi finanziaria e nei suoi infiniti sviluppi. Ma i punti in comune finiscono qui. I fatti dimostrano che esistono evidenti fattori scatenanti specifici della crisi agricola.

SENZA AMMORTIZZATORI
Il fenomeno più vistoso è rappresentato dalla fiammata dei prezzi poi precipitati a valori più bassi del periodo pre-crisi. Episodi analoghi non sono rari nei mercati agricoli, ma il nostro sistema li percepiva in maniera attenuata grazie alla vecchia Pac. In questa occasione, invece, emergono due importanti differenze:
a) i contraccolpi del mercato mondiale si sono trasmessi a quello europeo senza ammortizzatori;
b) i tempi della crisi sono stati più ristretti e la volatilità maggiore.

Appare evidente che esistono anche fattori specifici del mercato agricolo che possono ricondurre ad una diagnosi di squilibrio fra offerta e domanda di commodity. In effetti, l’offerta è in flessione nei paesi sviluppati dove, a causa dei bassi investimenti degli ultimi due decenni legati alle nuove politiche agrarie, rallentano i tassi di incremento della produzione. L’offerta dei Pvs, pur in crescita, non basta per compensare la domanda in espansione provocata dall’incremento demografico e dai consumi pro capite mossi dal miglioramento dei redditi e dei livelli di alimentazione.

Di conseguenza, in particolare nei paesi emergenti dell’Asia, oltre al maggior consumo di prodotti vegetali, si manifesta una forte domanda di alimenti animali e quindi di cereali per il bestiame. Nel triennio che precede la crisi due annate siccitose in Australia e in parte dell’Asia hanno ridotto i raccolti. Infine, si è fatta sentire una domanda, forse più virtuale che reale, di cereali per usi energetici, in funzione ambientale, ma soprattutto di contrasto al petrolio, per cui manca una specifica offerta.

Il momento di maggiore interrelazione è quello in cui entra in campo la speculazione finanziaria
che punta a rapidi realizzi credendo, forse, in una durata breve della crisi. Nonostante il rapido fiorire di uno specifico mercato di titoli, le aspettative vanno deluse e gran parte del movimento speculativo sulle commodity agricole si esaurisce.

L’intreccio più interessante è quello legato al meccanismo innescato dai prezzi elevati e dalle relative aspettative.
I prezzi stimolano gli investimenti agricoli: cresce la superficie coltivata, aumenta l’impiego di mezzi tecnici, i cui costi salgono in parallelo, in un quadro di euforia la produzione del 2008 tocca un record storico. Ma lo scenario cambia subito: il crollo dei prezzi, insieme alla minore discesa dei costi, frena la produzione nel 2009 e fa scendere i redditi agricoli in tutti i paesi, in particolare in Italia. La crisi agricola da noi sul finire del 2008 e nel 2009 si è fatta sentire molto più che negli altri paesi dell’euro, tutti i prezzi sono scesi: dai cereali al latte, dalle carni ai prodotti vegetali. Anche i costi sono calati, ma in misura minore rispetto ai prezzi, e ciò manda in crisi il modello agricolo italiano senza che vi siano misure di sostegno.

UN SOLCO FRA SETTORI
Paradossalmente, l’opinione pubblica incolpa l’agricoltura dei rialzi che fanno più notizia come per il pane, la pasta o gli ortofrutticoli e ignora il crollo dei prezzi all’origine e la dinamica competitiva che si sviluppa nei differenti stadi della produzione e distribuzione. In effetti, un confronto fra l’andamento dei prezzi alla produzione, nella fase industriale e al consumo mostra che si è aperto un solco fra le dinamiche dei due settori produttivi e quello distributivo. Tuttavia, se si valutano i tassi tendenziali di incremento dei prezzi, si constata che la distribuzione negli anni della crisi di fatto ha mediato gli alti e bassi del mercato per riuscire a mantenere i livelli di vendita.

Intanto la crisi colpisce, insieme a tutti i consumi, anche quelli alimentari, rafforzando il potere contrattuale della distribuzione nei confronti dei settori a monte di essa.
Solo una ripresa dei consumi potrebbe dare fiato al sistema, ma la prospettiva è remota e pone un inquietante interrogativo: che cosa accadrebbe il giorno in cui, sotto la spinta dell’auspicata ripresa, si manifestasse una pressione inflazionistica?

LOGICHE A CONFRONTO

La nostra agricoltura sta attraversando uno dei peggiori momenti che si ricordino, reso ancor più grave dalle vicende degli ultimi due anni, anche perché è in crisi l’intera economia. Il 2008 è stato un anno carico di lezioni, ma siamo sicuri che siano state comprese?

L’esplosione della crisi agricola, nel quadro di quella generale, pone due problemi: la comprensione del fatto che lo scenario agricolo è mondiale e non “regionale” e la necessità di una riconsiderazione delle politiche di sostegno agricolo.

Inizialmente si parla di “world food crisis” e cioè di crisi alimentare: mancano i prodotti, i prezzi crescono, sale il numero di coloro che hanno fame e non possono accedere al cibo che manca per chi non può pagarlo. Poi le cose si complicano con la crisi generale e con i fatti speculativi che turbano il mercato delle commodity.

La drammaticità della crisi provoca in tutti i paesi e in tutti i settori un forte ricorso a soluzioni improvvisate e ad un protezionismo sconsiderato. Al colmo della confusione c’è chi celebra la fine del capitalismo e invoca il ritorno ad altri modelli economici. La maggior parte dei paesi deroga, almeno temporaneamente, agli accordi internazionali ispirati a logiche di libero scambio e ai vari criteri di stabilità interna, con i risultati visti per la Grecia.

Nelle politiche anti crisi si fronteggiano due logiche, una basata spesso sul puro salvataggio dell’esistente, l’altra sulla concessione di stimoli alla ripresa
e cioè ad aiutare le imprese a essere pronte al momento della fine della crisi.

SOSTEGNO O STIMOLO?
Anche le politiche agrarie entrano nel dibattito sugli aiuti. Ormai si è compreso che il mercato dei prodotti agricoli è unico e le conseguenze di comportamenti estemporanei ricadono prima o poi su tutti, in particolare proprio sui più deboli.

Nel caso dell’Ue la Pac non riesce a trovare risposte idonee e adotta misure deboli al momento dell’health check: elimina l’aiuto alle colture energetiche, ma era già indicato nelle proposte della Commissione; elimina il set-aside, anche qui secondo un indirizzo già previsto; riscopre i meccanismi di freno dell’esportazione di quei prodotti i cui prezzi mondiali sono più elevati di quelli interni che erano presenti già nei regolamenti dei primi anni’60. Infine, al colmo della crisi, nell’autunno 2009, con un gesto senza precedenti e contro ogni prassi, eroga un aiuto straordinario al (solo) settore del latte.

Al contrario, sarebbe necessario operare in funzione di stimolo all’incremento produttivo per tenere conto di un mercato mondiale che, a breve, potrebbe essere di nuovo carente di alimenti. Si è aperto intanto il dibattito sulla futura Pac, che appare già vecchia alla nascita perché non sembra tenere conto che il mondo cambia e continuerà a cambiare con crescente velocità e con frequenti crisi di volatilità.

Servirebbe una “nuova” Politica per l’agricoltura che tenesse presenti i fatti nuovi emersi in questi frangenti:
a) il crescente fabbisogno alimentare mondiale, oggi e dopo la crisi;
b) la necessità di contrastare e compensare la variabilità/il cambiamento del clima riducendo il rischio tecnico della produzione;
c) la sfida ambientale e le conseguenze sulle tecnologie produttive;
d) le questioni energetiche;
e) la crescente volatilità dei mercati.

In sintesi, si pone con grande evidenza il problema di passare da una politica prevalentemente di mero aiuto e sostegno a una che punti ad azioni di stimolo alla riorganizzazione del settore agricolo e di sviluppo della sua produttività per fargli recuperare competitività ai diversi livelli.

È chiaro che questa linea politica dev’essere compatibile con gli accordi internazionali in essere e con le linee di tendenza della politica commerciale mondiale, anche se al momento questo tema sembra essere stato accantonato da tutti i paesi.

Allo stesso tempo, considerando realisticamente che le risorse da destinare all’agricoltura del dopo 2013 saranno al massimo pari a quelle attuali, ma più probabilmente inferiori, emerge con chiarezza che la scelta fra sostegno e stimolo si farà sempre più necessaria e inevitabile. Una visione di ampio respiro vorrebbe che prevalesse il secondo indirizzo, andando a recuperare risorse dai pagamenti compensativi e dalle misure di mercato per destinarli a un’imponente strategia di rinnovamento del sistema agricolo europeo, puntando su strutture e infrastrutture, sul capitale umano, sulla ricerca e sullo sviluppo del trasferimento dei suoi risultati al settore produttivo.

Insomma, dopo tanto indugiare è il momento di scegliere a favore del miglioramento dei processi produttivi,
secondo una logica che forse penalizza il sostegno al reddito attuale, ma che può garantire il futuro a quell’agricoltura di cui l’Europa e l’Italia non possono fare a meno nel nuovo contesto mondiale.


Pubblica un commento