Nuova «ritirata» per il grano duro

L’indagine Istat stima un calo delle semine del 13,5% causato da maltempo, riforma Pac e volatilità
coltivazioneGrano10.JPG

Nuova ritirata per il grano duro nelle campagne italiane. Se non è un vero e proprio crollo, la diminuzione del 13,5% stimata dall’Istat nel documento sulle intenzioni di semina relativo alla campagna 2010-2011 rappresenta quantomeno una ulteriore conferma del progressivo declino per uno dei prodotti simbolo dell’agricoltura made in Italy. Incertezze dovute alla nuova Politica agricola Ue, e in particolare all’applicazione del famigerato «articolo 68», instabilità dei mercati con conseguente aumento della volatilità dei prezzi e un clima particolarmente sfavorevole i fattori che secondo l’Istat hanno contribuito all’ennesimo risultato negativo per il grano duro nazionale.
L’indagine, datata 11 febbraio 2011, è basata su un campione di circa 9mila aziende e rileva informazioni sulle semine effettuate nella scorsa campagna, oltre alle intenzioni per quella corrente. Oltre al calo del grano duro, concentrato soprattutto nelle regioni del Centro Italia (-20,5%) e del Sud, l’Istat stima una diminuzione anche per il frumento tenero (-5%, in forte diminuzione al Nord mentre le regioni del Centro fanno segnare un aumento del 16,7%) e un aumento, sostenuto dal buon andamento dei mercati, delle semine a mais, in crescita del 5,8 per cento.
Da segnalare il vero e proprio boom delle semine per i cosiddetti cereali minori, a partire dal sorgo (+50,8%), seguito da orzo (+18,4%) e avena (+5,9%). In forte aumento secondo l’Istat anche la coltivazione di semi oleosi, con le superfici investite a soia in progresso del 15,3% e quelle a girasole del 9,3 per cento. Male invece la colza che registra una contrazione delle semine del 19,5 per cento.
Per quanto riguarda gli ortaggi, l’Istat registra una forte diminuzione (anche questa largamente prevista) delle superfici investite a pomodoro (-15,5%) e altre ortive (-28,5%), a fronte di un aumento delle aree destinate a legumi freschi dell’8,8 per cento. In calo del 19,8% poi le superfici investite a piselli e del 27% quelle destinate a fagioli e fave.
Restano infine stabili, secondo l’indagine Istat, le superfici investite a foraggere temporanee, mentre quelle coltivate a patate registrano una crescita del 16,5 per cento.
Un dato interessante, che conferma anche in buona parte il disorientamento delle imprese agricole di fronte alla crisi dei mercati accompagnata dalla deregulation della Politica agricola comunitaria, riguarda l’aumento dei terreni dichiarati a riposo, pari al 19,1%, e soprattutto di quelli per il quali non era ancora stata decisa, al momento della rilevazione, la coltivazione da mettere in campo.
Tornando al grano duro, ad allarmare è anche il crollo delle sementi certificate utilizzate per le operazioni di semina. In una nota inviata al ministero delle Politiche agricole, Regioni e organizzazioni agricole, l’Associazione italiana sementi (Assosementi) denuncia, sulla base dei dati ufficiali di certificazione diffusi dall’Inran (l’ente pubblico italiano per la ricerca in materia di alimenti) il «vero e proprio crollo dell’impiego di sementi certificate: -33% per il grano duro rispetto alla campagna precedente ».
Non solo. «Sommando le ultime due campagne di semina – sottolinea l’associazione –, la contrazione per il grano duro si avvicina al 50%, per il grano tenero al 28% e per l’orzo al 42%». Questo tracollo nella certificazione delle sementi utilizzate, secondo Assosementi «è la diretta conseguenza della mancanza dell’obbligo di impiegare sementi certificate per accedere ai contributi Pac e per il grano duro, in particolare, della modifica introdotta nel febbraio 2010 al decreto sulle misure dell’articolo 68 per l’avvicendamento».
Di qui la richiesta dell’associazione di reinserire l’obbligo di usare sementi certificate, e di rivalutare il ruolo del seme certificato nell’ambito della prossima riforma Pac.


Pubblica un commento