MERCATO. Grano, così va gestito il rischio

Contratti e accordi: nè una certezza (in assenza dei requisiti pattuiti) nè l’unica ricetta

Quanto accade da alcuni anni nei mercati del grano è diretta conseguenza di un insieme di fattori “endogeni” (direttamente imputabili alle scelte del mondo agricolo o all’evoluzione del settore cerealicolo) e fattori “esogeni”, trasversali o totalmente estranei all’agricoltura in senso stretto.

Se i fattori endogeni, come la scelta varietale o la corretta pratica agronomica, fino all’incognita dell’andamento climatico e all’evoluzione della domanda-offerta (la prima sempre più concentrata, la seconda da sempre polverizzata), sono aspetti che ogni produttore ha ben chiari, i fattori esogeni, come l’andamento valutario dell’euro o il costo del petrolio (che incide sulla logistica di terra e di mare) per non parlare della speculazione selvaggia sulle borse a termine da parte di entità finanziarie estranee all’ambito agricolo (fondi pensione e di investimento), spesso trovano a dir poco impreparati la maggior parte degli agricoltori.

In un recente incontro organizzato dalla Agribroker Europa di Bologn
a, che fa capo a Sada, società commerciale dell’Anb, si sono confrontati Giorgio Agugiaro (della Molini Agugiaro Figna) e alcuni dei principali cerealicoltori del Nord Est alla presenza mia, in qualità di agente per l’Italia della Chs Inc (Usa), e di Vittorio Lombardi, consulente di strategia e finanza nell’agroalimentare.

I CONSUMI
Lombardi ha sottolineato la rilevanza dell’evoluzione dei consumi alimentari (la crescente domanda asiatica e “multietnica” europea) e dei nuovi orizzonti della scommessa bioenergetica americana ed europea per poi evidenziare la necessità che domanda e offerta siedano attorno a un tavolo per definire forme di equa partnership commerciale tese a ridurre gli effetti devastanti della speculazione “esogena” e della evoluzione della domanda “endogena”(bio-energetica): nel breve volgere di una decina di anni si potrebbero manifestare seri problemi di approvvigionamento cerealicolo per l’industria alimentare.

Agugiaro ha individuato nel contratto di coltivazione lo strumento per «vincere assieme», ribadendone con fermezza alcuni termini base: la garanzia dei volumi, la ben definita qualità contrattuale (ben oltre le specifiche delle borse merci italiane), la continuità “annuale” di fornitura e il prezzo finito a tutti gli effetti prima della semina, costruito sui “reali” costi di coltivazione e di stoccaggio, incluso un equo margine che incentivi nel produttore la tensione al risultato “qualitativo”.

Chiari il contesto economico-finanziario “globale” e ribadite le principali esigenze del settore molitorio a tenero (ma anche a duro) italiano, come gestire al meglio il rischio commerciale?
Che approccio e, soprattutto, con che strumenti difendere il prezzo del cereale?

DIFENDERE IL PREZZO

Se affrontiamo il tema dal punto di vista del produttore, le decisioni e le scelte che devono essere prese in considerazione sono molteplici, ma semplificando al massimo possiamo suddividerle in quattro momenti/eventi:
– cosa coltivare,
– come coltivare e stoccare
– quando
– vendere a chi vendere.

Il “cosa” dovrà essere frutto di un’attenta e sincera concertazione tra domanda e offerta alla luce delle reciproche necessità e peculiarità produttive: che tipo di grano (tenero: biscottiero, panificabile, di forza o grano duro) e individuazione di una specifica varietà sono il primo passo.
Il “come” troppo spesso è sottovalutato e definito facile.

Per intenderci, chi è il produttore che accetta pienamente i suggerimenti agronomici (azioni, dosi e tempistica) contenuti nella scheda del sementiere? Alla luce dell’evoluzione varietale, della tensione ad incrementare rese e qualità della granella, e dell’evoluzione climatica, il “come” è un aspetto fondamentale alla pari della scelta del “cosa”.

Teniamo per ultimo il “quando” e identifichiamo subito il “chi”. Il miglior destinatario dello sforzo produttivo agricolo resta l’azienda stessa (la cosiddetta integrazione verticale), ma in alternativa il più logico ricevente è il molino che, come si dice, alla pari di chi produce cereali “rischia del suo”; produrre e vendere farine o semole 6-9 mesi avanti, nell’incertezza quali-quantitativa della materia prima che si potrà reperire sul mercato, non è certo meno rischioso del produrre cereali senza sapere a “chi” e a che prezzo lo venderemo.

Prima di passare al “quando” è bene sottolineare che se il molino è la naturale destinazione commerciale per meglio valorizzare il cereale, è altrettanto vero che questo è un soggetto commerciale che premia quando si consegna il prodotto con la qualità minima “attesa”, ma che fortemente penalizza o non ritira la merce se questa è difforme da quanto stabilito a contrattato; in altre parole, non illudiamoci che il contratto di coltivazione o l’accordo in pre-raccolto tra produttore e molino sia, in assenza di totale adempimento dei termini, certezza del ritiro della merce e del prezzo pattuito.

E ora il “quando”. La scelta del momento di compravendita, a livello strategico, si fonde con il concetto di migliore difesa del prezzo: decisione “spot”? Media del periodo? Quote mensili a prezzo finito? In questi contesti come si inserisce la possibilità delle coperture a termine (Future e Option sul Matif o sul Cbot)?

Le diffusissime tecniche della vendita a “sentimento”, sulla base delle voci di mercato, o sulla base della “media del periodo” su Bologna o Milano, nei prossimi anni dovrebbero essere via-via sostituite da più attuali forme di definizione del prezzo come: il prezzo concordato in pre-semina, sulla base dei costi di produzione e dei servizi accessori più il “congruo margine”, o il prezzo ove si definisca il “premio” ma si lasci aperta la componente di mercato.

BORSE A TERMINE

Se il prezzo del contratto di coltivazione è da anni oggetto di analisi e riflessioni (soprattutto sul “equo margine”) ma resta una validissima e già conosciuta alternativa per gli agricoltori, alla pari del binomio “premio” e quotazioni di una piazza come l’Ager o la Granaria (nda. già sperimentati in accordi di filiera come Sigrad), la soluzione del “premio” legato alle quotazioni dei mercati a termine necessita di una chiarificazione di fondo: nonostante il Matif abbia meno liquidità delle borse Usa, è preferibile per la maggiore correlazione con le vicende del mercato europeo rispetto ad un Cbot che sconta scenari e notizie dal continente asiatico che è decine di migliaia di chilometri lontano dall’Europa che spesso ne influenzano il corso di mercato solo marginalmente.

In conclusione come gestire il rischio? Non esiste una ricetta unica, ma per certo tra gli ingredienti non dovranno mancare una doppia dose di apertura al reciproco confronto, condita con la massima volontà di ascoltare e condividere le problematiche della controparte e per finire un pizzico di sana curiosità verso nuove soluzioni come i contratti a “premio” sulle borse internazionali.


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