Marini: «La crisi è un’opportunità»

Assemblea Coldiretti. Acclamato presidente per altri quattro anni. Nuova centralità per il settore
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Una visione ottimistica di fronte a una crisi definita «planetaria» che potrebbe addirittura rivelarsi un’opportunità per l’agricoltura, la consapevolezza di essere alla guida «dell’unica organizzazione agricola italiana in grado di riportare il giusto reddito agli agricoltori» e un nuovo mandato di quattro anni per mettere in atto la seconda fase della rigenerazione targata Coldiretti, dopo il Patto con il consumatore, è arrivato il momento di «portarsi la filiera in casa».

Questo e molto altro è stato l’intervento di Sergio Marini, presidente rieletto con oltre il 99% dei voti (123 su 124) della Coldiretti che, in occasione dell’assemblea dell’organizzazione ha lanciato ufficialmente una nuova missione, da portare avanti su più livelli: sul territorio, con le istituzioni e con, o meglio, senza, le altre organizzazioni agricole.

Presidente Marini, la crisi economica mondiale come può essere un’opportunità per l’agricoltura italiana?
Questa crisi ha due radici: una economica legata al ricorso sistematico di aziende e persone all’indebitamento. Noi, invece, legati arcaicamente a cose reali e concrete pagheremo di meno, perché tutto ciò ridarà centralità all agricoltura. Con questa crisi crollano i miti della prima globalizzazione, ovvero la grande dimensione come prerequisito per competere, l’omologazione come unico modello culturale economico e vincente.

Ritorna la formula “piccolo è bello”?
Rappresentiamo piccole, medie e grandi imprese ma la dimensione ridotta, in alcuni casi, anziché essere un limite si sta dimostrando addirittura un vantaggio, è un altro effetto della crisi, le imprese piccole resistono meglio, altro che nanismo di cui siamo stati accusati da chi aveva in testa il sistema economico degli anni ’70.

Il vostro progetto interessa anche i Cap, come sarà possibile valorizzare i loro prodotti?
Il nostro obiettivo è quello di implementare le attività della filiera agroalimentare, portando alla nascita di una filiera tutta agricola e tutta italiana, in modo da mettere in competizione questo made in Italy, cioè quello che riusciremo a creare, anche attraverso i Cap, dove si troveranno questi prodotti, con un altro made in Italy, quello che già conosciamo.

Quali saranno le tappe?
È necessario un percorso a quattro tappe: riorganizzare le filiere con un forte investimento su Cap e cooperative, moltiplicare il numero dei mercati di Campagna Amica, aprire un confronto con la distribuzione italiana e straniera e fare attenzione ai percorsi di accompagnamento richiesti alla politica.

Qual è la sua opinione sul ministro Zaia?
Condividiamo la prospettiva di modello agricolo adottato dal ministro Zaia, lotta alle contraffazioni, tutela del made in Italy, contrarietà ai processi di omologazione, mentre ci sono alcune cose sulle quali occorre riflettere e restano poche settimane per farlo, come la questione dell’Ici sui fabbricati rurali.

In occasione dell’assemblea, Marini ha poi preso le distanze da «pomposi e sterili accordi a perdere, chiusi in altrettanto pomposi e pericolosi tavoli della finta concertazione».
Ora, il compito che attende l’organizzazione passa dallo smascherare coloro che perpetuano una vera e propria «rapina» ai danni degli agricoltori.
«Su un euro, solo 17 centesimi vanno agli agricoltori, ma stavolta non c’entra la crisi mondiale», alla base del crollo dei redditi agricoli c’è l’attuale struttura della filiera.
«A noi ha precisato non arriva niente perché non abbiamo potere contrattuale: una volta è la trasformazione, una volta l’intermediazione, una volta la grande distribuzione, sta di fatto che c’è sempre qualcuno a dettare le regole».


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