Manovra: Doppia tassa sui fabbricati rurali in attesa della rendita autonoma

Sarebbe opportuno distinguere gli immobili di cui il contribuente รจ soltanto proprietario
TV_12_2_edifici_rurali.jpg

Il suggerimento di chiedere la variazione di accatastamento dei fabbricati in D/10 o in A/6 è stato da tempo rivolto ai proprietari di fabbricati in possesso dei richiesti requisiti di ruralità in quanto strumentali alla coltivazione del fondo o destinati ad abitazione rurale, ma diversamente accatastati.

Infatti, la Cassazione (Cass. n. 15321/2008, Sezioni Unite n. 18565/2009 e analoghe successive) nonostante l’opposto parere dell’Agenzia delle Entrate (risoluzione n. 10933/2010) si era mostrata irremovibile nell’assunto che la ruralità dipenda dall’accatastamento sicché soltanto gli immobili accatastati in D/10 e in A/6 possono (anzi potevano) godere dell’esenzione dall’Ici.

Va anzi precisato, anche a conferma dell’opinione che la manovra “Salva Italia” del governo Monti comporta una doppia tassazione, che solo in senso improprio si può (si poteva) parlare di esenzione in quanto i fabbricati rurali non vengono (non venivano) autonomamente tassati solo perché del loro reddito potenziale si era già tenuto conto nel determinare la rendita (e quindi l’imposizione) dei terreni. Appunto per questo ancora oggi a molti immobili rurali iscritti nel vecchio catasto e non ancora di fatto passati al nuovo Catasto Fabbricati (istituito con D.L. 30/12/1993 n. 557, convertito dalla legge 26/2/1994 n. 133) non è stato ancora attribuito un autonomo reddito.

 

EFFETTO MANOVRA

A ribaltare l’intero quadro è intervenuta la manovra Monti (Decreto Legge 6/12/2011 n. 201) che, oltre ad aumentare notevolmente l’imposta sui terreni coltivabili già gravati dall’Ici, assoggetta al pagamento dell’Imu (Imposta municipale unica) sostitutiva (e ben più esosa) della vecchia Ici, anche gli immobili rurali destinati ad abitazione o strumentali alla coltivazione, pur prevedendo per questi ultimi un’aliquota ridotta pari allo 0,2%, ulteriormente riducibile allo 0,1 dai Comuni.

 

IN GIOCO I COMUNI

Questi ultimi, nel concedere o meno tale riduzione, potrebbero forse tenere conto della sollecitazione, proveniente da alcuni ambienti agricoli e per ora non recepita in sede nazionale, a distinguere a seconda che si tratti di immobili di cui il contribuente è soltanto proprietario (imposta più gravosa) o. invece, proprietario-conduttore (imposta meno gravosa).

Nonostante questo non può dirsi che siano stati inutili denari e fatiche spesi dai produttori agricoli per presentare le domande di variazione finalizzate ad ottenere la classificazione dei propri fabbricati in A/6 e in D/10.

Difatti, non solo le domande già presentate conservano la loro efficacia, ma è prorogato fino al 31 marzo 2012 il termine per la loro proposizione, il cui accoglimento, per quanto riguarda gli immobili ad uso abitativo, in realtà comporterà sì il riconoscimento della ruralità (le modalità di inserimento in catasto di tale qualificazione saranno determinate da apposito decreto ministeriale), ma non necessariamente il classamento in A/6 dal momento che si prevede che tanto le domande già presentate quanto quelle che verranno presentate entro la nuova data del 31 marzo 2012 “producono gli effetti previsti in relazione al riconoscimento del requisito di ruralità, fermo restando il classamento originario degli immobili ad uso abitativo”.

 

CAMBIA LA RURALITÀ

A parte l’implicito riconoscimento della tesi dell’Agenzia del Territorio che, in opposizione all’opinione della Corte di Cassazione, riteneva non praticabile il classamento delle abitazioni rurali in A/6 (che però nel frattempo aveva rimesso in essere proprio in funzione delle abitazioni rurali), ciò che importa è che il riconoscimento della ruralità, non più necessariamente dipendente dal classamento catastale, ma dall’accertamento dei requisiti oggettivi e soggettivi di cui all’art. 9/3° comma del già citato Dl. n. 557/93 e successive modifiche e integrazioni, comunque avvenga (attraverso la classificazione in D/10, possibile ma non più indispensabile per i fabbricati strumentali, o altrimenti) da un lato consentirà comunque l’esonero dall’Ici per le annualità ancora accertabili, dall’altro conserverà la sua efficacia anche per il futuro e comporterà da subito l’applicazione della minore aliquota Imu per i fabbricati strumentali.

Dal termine del 31 marzo 2012, che riguarda la presentazione delle domande di variazione dell’accatastamento originariamente previste dall’art. 7/comma 2-bis del decreto legge n. 70/2011 (ora abrogato) va tenuto distinto il termine del 30 novembre 2012, fissato per l’iscrizione nel catasto fabbricati di tutti gli edifici (fatte salve alcune eccezioni) ancora allibrati al catasto terreni.

 

DA UN CATASTO ALL’ALTRO

Operazione che comporta l’attribuzione di una rendita e il corrispondente assoggettamento all’Imu, e difatti, nell’attesa che a tali fabbricati, che, proprio perché iscritti in catasto terreni, ne sono attualmente privi, venga attribuita una propria rendita, l’Imu andrà corrisposta, a titolo di acconto e salvo conguaglio, sulla base delle rendite attribuite a unità similari già iscritte in catasto.

 

FOTOVOLTAICO A TERRA

In tema di Imu, l’altro tema suscettibile di creare interpretazioni contrastanti è quello degli impianti fotovoltaici a terra di cui si è occupato Luciano Boanini (“Impianti fotovoltaici a terra accatastati in categoria D/10”, Terra e Vita 48/2011). Mi apprestavo alla lettura integrale della risoluzione dell’Agenzia del Territorio n. 3 del 16/11/2008 e, magari, a fare qualche ricerca giurisprudenziale al riguardo, ma mi sono accorto che forse non ne valeva la pena.

Come scritto nell’articolo, la tesi dell’Agenzia del Territorio è che gli impianti fotovoltaici di dimensioni maggiori di quelli di modesta consistenza, finalizzati alla produzione di energia per soli usi domestici (catastalmente irrilevanti), vadano considerati “opifici” e, quindi, accatastati nella categoria D/1.

Quando poi l’unità immobiliare sulla quale insiste l’impianto abbia natura rurale, l’opificio (cioè l’impianto fotovoltaico) se in possesso degli altri requisiti di ruralità va considerato “fabbricato rurale” e, quindi, censito nella categoria catastale D/10 con tutte le conseguenze del caso sul piano fiscale a cominciare dall’esenzione dell’Ici.

La manovra Monti non dovrebbe quindi incidere sulla qualificazione degli impianti fotovoltaici come opifici (accatastabili in quanto tali in D/1), e nemmeno sulla loro natura rurale quando insistano su un terreno agricolo. Non sarà invece più necessario (salvo forse che ai fini dell’esenzione per le decorse annualità Ici se e in quanto accora accertabili) chiedere la variazione in D/10 degli impianti classificati in D/1, dal momento che la ruralità, da accertare comunque caso per caso, anche per il fotovoltaico non dipende più dalla classificazione catastale, ma dalla ricorrenza dei requisiti oggettivi e soggettivi richiesti.

Ovviamente identiche considerazioni valgono per gli impianti di produzione di energia da biomasse.


Grafici: fonte Coldiretti Emilia-Romagna


Pubblica un commento