Mais sotto il pressing dal Mar Nero

Prezzi a livelli 2005-2006. Produzioni scarse. Che fare? Un giro di opinioni fra esperti
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Regolazioni dei mercati, gestione dell’offerta, ricerca e assicurazioni: sono alcuni “rimedi” proposti a chiusura di una campagna maidicola che vede il ritorno delle quotazioni ai livelli del 2005-2006.

Ne parliamo con il trader Stefano Serra (Infogranarie e servizi), il produttore Mario Vigo (presidente dell’Unione agricoltori di Milano e Lodi) e l’economista Dario Casati (Università di Milano).

 

VENDO O NON VENDO?

Tenere o vendere subito? Quali sono le prospettive a breve-medio termine del mercato del mais?

SERRA
Il Cbot (Chicago board of trade) di dicembre è tornato ai valori di “partenza” del 2007 (circa 3,3 $/bushel) con chiara evidenza che la bolla del 2008 (prezzo del cereale tradizionale e bioenergetico), è terminata.
In Europa la situazione, nonostante possibili problemi colturali (diabrotica) e climatici sfavorevoli, resta eccedentaria e siamo sempre più sotto la pressione delle origini del Mar Nero e dell’effetto dollaro.
Dopo i sussulti delle scorse settimane dovuti a ritenzione, le quotazioni sono tornate a livelli storici del 2005-2006 e non dovrebbero esserci ulteriori sensibili variazioni a meno che l’offerta ungherese non cali ulteriormente: se si vuole vendere si venda, ma senza patemi d’animo.

VIGO
Rispondere a questa domanda è molto arduo, perché non è semplice inquadrare con chiarezza la situazione di mercato e ancora più il suo probabile andamento futuro, dal momento che ormai i prezzi vengono determinati non più a livello locale e o nazionale ma internazionale; ciò è tanto più avvalorato dalla situazione di mercato del mais degli ultimi due anni, che ha visto una volatilità dei prezzi che è difficilmente interpretabile.
In ogni caso attualmente i prezzi del mais sono tendenzialmente bassi, anche il mais ungherese spunta quotazioni minime, oggi siamo a 105-107 €/t. Confagricoltura ha promosso uno studio previsionale sulla campagna maidicola in corso dal quale si evince che la produzione italiana si attesterà probabilmente intorno ai 7,5 milioni di tonnellate, registrandosi così la campagna più scarsamente produttiva dell’ultimo decennio. Certo, si potrebbe di conseguenza ipotizzare per i prossimi mesi un possibile rialzo del prezzo, ma tutto dipenderà anche dalle quotazioni del prodotto di importazione.

CASATI
Un dilemma antico come l’agricoltura. In condizioni di stabilità il consiglio classico è quello di aspettare, in attesa del fisiologico aumento dei prezzi, oppure di vendere il minimo per fare cassa, finché non si intuisce come sarà la campagna. A quel punto, sperando che nulla cambi, si deve agire con celerità. Ma nell’anno della fiammata dei prezzi ha avuto ragione chi ha venduto prima, dunque la regola non è rigida. Ora a questi prezzi non conviene vendere, sperando che il mercato salga, ma bisognerà capire prezzo, quantità e qualità del mais importato dall’Est.
Un nuovo calo dei prezzi sembra improbabile, anche perché la produzione nazionale è in calo per la contrazione delle superfici e i danni della diabrotica, ma il mais serve. Per “resistere” però occorrono strumenti finanziari e strutture di stoccaggio, recuperando potere contrattuale e attuando una politica di gestione dell’offerta. Presto detto…

 

RESISTERE ALLA CRISI

Esistono alternative colturali? Quali adattamenti si possono mettere in campo per “resistere” alla crisi?

SERRA
Le aree produttive del mais sono le stesse di altri cereali a paglia che non stanno passando momenti di gloria a livello di quotazioni e prospettive di mercato. Il mais si colloca, fino a che non si vorrà liberalizzare l’ingresso dei ogm, in una nicchia semiprotetta con quotazioni (in annate medie) abbastanza stimabili, alla luce dell’ormai consolidata produzione europea allargata a Ungheria e Romania. Risicare sui costi colturali all’osso è una possibilità, ma di recente (diabrotica) abbiamo avuto conferma che forse è meglio fare tutti i trattamenti necessari; l’obiettivo bioenergetico è attraente, ma percorribile con varietà ad altissima resa per ettaro, e qui si ricade sul concetto ogm sì o ogm no?

VIGO
Ormai è assodato: nelle aziende cerealicole, per una buona programmazione dell’attività, è opportuno introdurre la diversificazione colturale e la rotazione. Questa scelta può essere doppiamente vantaggiosa: dal punto di vista agronomico e da quello di mercato, perché consente di cogliere le eventuali opportunità di mercato dei diversi prodotti.
Tra le alternative, è senz’altro da prendere in considerazione la possibilità di introdurre in azienda le colture oleaginose, colza e soia in primis, la prima per un utilizzo energetico e la seconda per soddisfare la grande carenza di proteine vegetali del settore mangimistico.
Per quanto riguarda i possibili adattamenti da introdurre in azienda per affrontare la crisi in atto nel settore agricolo, la risposta potrebbe essere di vasta portata: potrebbe efficacemente venire dal mondo scientifico, ma purtroppo dobbiamo rilevare che da parte del mondo politico vi è una diversa visione e una certa resistenza al cambiamento; alcuni accorgimenti potrebbero migliorare la gestione della coltura del mais: penso all’utilizzo della concia per il seme, ad esempio. La riprova di quanto affermo sta nel fatto che negli ultimi 10 anni la resa del mais è ferma in Italia, mentre nel resto del mondo registra una continua e costante crescita di circa 1 q/ha/ anno.

CASATI
Oggi sono bassi i prezzi di tutti i prodotti e non solo del mais. Le alternative, da individuare caso per caso, esistono, ma bisogna tenere conto dei vincoli colturali e aziendali. Se il mais è reimpiegato, si valuta al costo aziendale e si valorizza con i prodotti zootecnici, dunque il prezzo di mercato conta meno. Per resistere alla crisi occorre studiare bene il mix colturale per ridurre il rischio tecnico e di mercato. Le scelte troppo sbilanciate sono come gli investimenti azzardati: quando vanno male lasciano il segno. L’impiego dei mezzi di produzione di solito è il primo a essere penalizzato perché permette risparmi di spesa, ma non può essere ridotto troppo, perché protegge dai rischi colturali e aumenta le rese. Ciò significa grande attenzione ai conti, coniugando l’incremento delle rese con i costi sapendo che gli input riducono le perdite. L’uso bioenergetico, infine, rimane ancora indecifrabile e richiede grande attenzione a tutti gli aspetti.

 

RISCHI SOTTO CONTROLLO

Redditi e rischi si possono gestire attraverso strumenti assicurativi?

SERRA
Innanzitutto è opportuno fare il possibile per ridurre il rischio, ossia operare agronomicamente al meglio per limitare l’impatto delle avversità climatiche e di prezzo/mercato. In generale per coprire il rischio climatico “non catastrofico” abbiamo strumenti assicurativi multirischio, per i singoli o cumulativi per associazioni e cooperative che costano poco (grazie al contributo pubblico) e coprono bene oltre la soglia di accesso al risarcimento… Per gli eventi estremi come le alluvioni è suggeribile la creazione di fondi di risparmio tra privati sapendo di contare all’occorrenza su quelli “generici” governativi.
Per la volatilità dei prezzi, meglio i mercati a termine (futures e options) e credo meglio la borsa di Parigi che il Cbot, almeno fino a che gli ogm non saranno, se lo saranno, liberalizzati.

VIGO
Quello delle polizze assicurative è un passaggio fondamentale per l’attività agricola, che oggi sembra ancor più esposta agli eventi meteorici imprevedibili ed eccezionali, anche a seguito dei cambiamenti climatici. Inoltre si devono considerare anche le fitopatie, ad esempio la diabrotica. Ben vengano poi anche eventuali polizze per garantire dai “rischi di mercato”. Ma l’incognita, come sappiamo, è di carattere finanziario: lo Stato si farebbe carico del sostegno agli agricoltori per il pagamento delle polizze?

CASATI
Sono strumenti importanti e rappresentano un passo in avanti per garantire i redditi, ma il problema è la necessità del prodotto fisico, altrimenti si commette lo stesso errore che è stato alla base della crisi finanziaria. Per capirci: quando le vacche o i suini chiamano, non si può dar loro da mangiare un certificato di assicurazione. Ecco perché non si deve perdere di vista il fattore produttivo.

 

FUTURE. Sì, ma l’offerta è frammentata

I future sono proponibili anche in Italia?

SERRA
Con la precisazione che i “future” rispecchiano le condizioni e le aspettative dei mercati ove sono creati, la risposta è sì.
Il future del Cbot rispecchia principalmente la realtà del “mondo ogm” e “bioenergetico” Usa con influenza sia dall’America Latina e Bacino del Mediterraneo (concorrenti) che dall’Asia – Africa (clienti); il future di Parigi rispecchia sia, indirettamente, il quadro mondiale del Cbot (disponibilità, prezzi, domanda) che quello più strettamente europeo (eccedenza, domanda dei “foraggeri” .. effetto cambio €/$). Come si dice oltreoceano meglio comparare mele con mele e non mele con pere per cui, con tutti i difetti di minore liquidità e scambi giornalieri è più rispondente alla nostre esigenze e andrebbe preferito quello di Parigi, anche se per le multinazionali è più semplice portare il rischio a casa sul Cbot.

VIGO
Il meccanismo dei future è già una grande e consolidata realtà nel resto del mondo: un ottimo strumento di mercato. Ho qualche perplessità sul fatto che possano decollare anche nel nostro Paese, perché l’offerta è troppo frammentata: in Italia mancano l’organizzazione e l’aggregazione del prodotto e da questo punto di vista è un Paese ancora “giovane” per uno strumento quale i future.

CASATI
Nonostante le polemiche dei mesi scorsi essi rimangono uno strumento chiave di stabilizzazione dei mercati e ci si stupisce che in Italia non esistano. Il motivo è che il nostro mercato è troppo piccolo e dipendente da quello mondiale. Se si realizzassero, verrebbero travolti dai fatti speculativi innescati dalle altre piazze. La risposta rimane negativa, ma occorrono forme di aggancio del prezzo agli andamenti futuri per consentire agli agricoltori di “coprirsi” nei confronti della volatilità dei prezzi, sapendo che alla fine i certificati devono comunque coincidere con il prodotto fisico.

 

MERCATI. Regolare? Pro e contro

Gli strumenti di regolazione mercati sono da ripensare?

SERRA
Al momento credo che il disaccoppiamento dia all’agricoltore la massima flessibilità a chi produce e che la scelta colturale non possa essere condizionata più di tanto, se non nel puro concetto economico di base: coltivo o incasso l’aiuto e applico la condizionalità?
Un sensibile aiuto specifico al mais è impossibile (i francesi e gli ungheresi farebbero resistenza), alla pari dell’imposizione di nuove e più elevate barriere tariffarie che vadano al di là dei valori dettati dalle regole che da anni ormai governano i mercati che vedono stimati sulla base del Cbot il prezzo reso porto Usa più il nolo oceanico a Rotterdam.

VIGO
La nostra Organizzazione ha le idee chiare: siamo partiti dalla constatazione che negli ultimi due anni i continui sbalzi dei prezzi di mercato – sia verso l’alto che verso il basso – hanno messo in ginocchio le nostre imprese, mettendo in evidenza che sono frutto di fenomeni speculativi difficili da controllare; per questo abbiamo già proposto che vengano introdotti meccanismi di regolazione simili a quelli attuati negli Usa, i cosiddetti aiuti anticiclici: intervengono a sostegno del reddito con un andamento simile, ma opposto rispetto a quello di mercato.

CASATI
Nell’attuale crisi mondiale la maggiore delusione è la Pac che non ha saputo coglierne il senso. Il mondo ha sempre più bisogno di prodotti agricoli, oggi li paga poco, ma in prospettiva non sarà sempre così. Bisogna rafforzare il sistema produttivo puntando su produttività e competitività. Invece, quasi colti da delirio, stiamo smantellando un sistema produttivo che può salvare l’Europa e il mondo. Quando la crisi economica finirà e le economie si riprenderanno, si porrà il problema di avere cibo per tutti, a partire dai cittadini europei, ma come faremo se non si realizza una Pac più flessibile in funzione anti ciclica?


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