MAIS: Sempre più probabile il boom delle superfici

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Un’altra annata di incertezza, ma con molte aperture alla speranza. É questo, in estrema sintesi il primo giudizio che si può formulare sul 2010 nel momento in cui si accavallano gli interrogativi per la nuova campagna maidicola.
La frequenza e l’entità delle variazioni dei prezzi stanno diventando uno degli elementi che più sembrano in grado di influenzare la dinamica produttiva delle principali colture e, in particolare, di quelle che, come il mais, sono commercializzate sul mercato mondiale in quantità maggiore. Il ricordo della tempesta dei prezzi e dei costi scatenata fra la seconda metà del 2007 e l’inizio del 2008 è ancora troppo vivo per essere accantonato. Subito dopo si è avuto un periodo di quotazioni depresse che si è protratto per la seconda parte del 2008, per tutto il 2009 e per i primi mesi del 2010. Poi, in maniera inizialmente timida e via via sempre più forte, i prezzi hanno incominciato a salire. Vorremmo dire che l’hanno fatto, almeno inizialmente, in un contesto quasi incredulo che si stesse profilando una situazione simile a quella del biennio ruggente.
Ma la salita dei prezzi è continuata e, ancora alla metà di gennaio, il mercato mondiale tiene, le quotazioni, pur rallentando e talvolta calando, rimangono vicine ai massimi del 2007/08, un fatto su cui nessuno nel corso del 2009 avrebbe scommesso. Ci si interroga sulle caratteristiche di questa nuova impennata e, soprattutto, sulla sua consistenza in termini sia di valori sia di durata nel tempo. Le ipotesi si moltiplicano e hanno in comune alcuni elementi, il principale dei quali consiste nella crescente convinzione che le fiammate dei prezzi, seguite dalle brusche cadute, ci accompagneranno ancora per molti anni, in parte come risultato della crescente globalizzazione dei mercati e in parte come conseguenza di questa crisi economica che sembra non finire mai.
Lo scorso anno, in questa sede, nel dar conto della perdurante debolezza del mercato, dicevamo che essa stava smentendo le previsioni di nuove fluttuazioni e di un tono di fondo del mercato più alto che in passato, ora ci troviamo di fronte a massimi analoghi a quelli di quel biennio e ad un’annata che si profila molto incerta, ma che parte con prezzi per il mais attorno ai 220 euro/t e per il grano oltre i 270 euro, un dato che certamente influirà sulle scelte aziendali.

 

IL CONSOLIDAMENTO DEL QUADRO PRODUTTIVO
Il 2010 è stato per il mais un anno di consolidamento. La superficie è aumentata di poco, ma la produzione ha avuto un incremento superiore grazie ad una significativa risalita delle rese. Allo stesso tempo, però la domanda è apparsa meno decisa che in passato, mentre il mercato assisteva all’aumento dei prezzi e ad un rallentamento degli scambi dettato dalla prudenza degli operatori di fronte alle prospettive rialziste. I commenti sull’annata che si chiude e i tentavi di previsione vanno dunque inseriti in un contesto gravato da molti interrogativi.
Il 2010, pur nel contesto di incertezza e di pesantezza delle previsioni in cui si era aperto, probabilmente indica che la produzione di mais si sta consolidando dopo un quinquennio in cui, al contrario, è stata in continua contrazione. Nonostante la prudenza d’obbligo nell’esaminare i dati provvisori dell’Istat disponibili in questa stagione, la superficie a mais nel 2010 risulta in lieve ripresa o, quanto meno stazionaria, rispetto agli anni precedenti e si attesterebbe a 925.000 ettari, poco al di sopra dei 916.000 del 2009 (vedi tab. 1 e fig. 1). Come si può rilevare, dopo un decennio in cui essa si era consolidata in media oltre il milione di ettari, negli ultimi tre anni è scesa al di sotto di tale valore avvicinandosi alla soglia dei 900.000. All’aumento, sia pure minimo, della superficie si è accompagnato quello della produzione che con 8,8 milioni di t si riavvicina a quella degli ultimi anni, recuperando quasi mezzo milione di t rispetto al 2009 in cui fece segnare un minimo inferiore persino al 2003, l’anno del grande caldo. Questo recupero è dovuto alla ripresa delle rese unitarie che salirebbero da 9 t/ha del 2009 a 9,6 t/ha, un valore che colloca il 2010 nella media degli ultimi 15 anni e che si allinea al dato di inizio decennio che, con l’eccezione del 2008 che toccò 9,9 t/ha, era stato sempre inferiore. Tuttavia corre l’obbligo di ricordare che nelle rese del mais non vi è progresso, come invece avviene dappertutto nei paesi grandi produttori mondiali, a causa del ridotto tasso di innovazione varietale sui mais non Ogm e della tendenza a imporre vincoli nell’uso dei mezzi tecnici. L’insieme di queste cause, se poteva in certa misura essere comprensibile in passato, certamente non lo è più nell’attuale situazione dei mercati mondiali.
La dinamica del mais, peraltro, va confrontata con quella dell’insieme dei cereali (vedi tab. 2) la cui superficie complessiva tocca nel 2010 il minimo storico con 3,4 milioni di ettari perdendone circa 40.000 rispetto al 2009. Per effetto di questi andamenti contrastanti, il peso del mais sale dal 26,3%al 26,9% mostrando che tutto il comparto è in contrazione, ma il mais lo è meno dell’insieme dei cereali.
Ancora una volta sembra importante notare che la dinamica del quadro produttivo del mais va vista nell’ambito di quella di tutti i cereali o, meglio, dei seminativi in genere a causa del cambiamento introdotto nei meccanismi di sostegno dal disaccoppiamento, un fatto le cui conseguenze devono ancora essere valutate in vista della sua generalizzazione. D’altro canto le vicende più recenti dei mercati mondiali, a cui quello europeo con il calo delle protezioni risulta più esposto che in passato, fanno ritenere che rimarrà forte la volatilità dei prezzi e, in ultima analisi si confermerà sempre più la tendenza a cambiare coltura seguendo l’evoluzione dei prezzi.

 

LA DISTRIBUZIONE TERRITORIALE
Contrariamente all’anno precedente, nel 2010 torna ad affermarsi una logica di concentrazione territoriale della produzione del mais cheporta la superficie delle due circoscrizioni settentrionali all’89% del totale rispetto all’88,3% del 2009 e la produzione di quest’area al 91,8% contro il 90,7% . Di conseguenza si presentano in calo il centro e il sud, il primo dal 7,3 % scende al 6,7% della superficie e dal 6% al 5,6% della produzione, il secondo rispettivamente al 3,6% della superficie e al 2,6% della produzione, riportando il quadro al suo assetto storico.
Un’analisi condotta a livello delle cinque regionimaggiori produttrici (vedi tab. 4) conferma al primo posto per la superficie con 231.000ettari il Veneto e al secondo la Lombardia con 220.000, seguita dal Piemonte con 186.000, dall’EmiliaRomagna con 99.000 e dal Friuli con 90.000. Ma in termini di produzione la Lombardia sale al primo posto con 24,7 milioni di t e il Veneto al secondo con 22,3 milioni, come conseguenza del differenziale esistente nelle rese che in Lombardia sono pari a 112 quintali/ettaro mentre nel Veneto si fermano a 95,7 in linea con lamedia nazionale che ha favorevolmente risentito dell’andamento climatico e della minore incidenza delle avversità che invece nell’anno precedente, si pensi alla diabrotica, erano state più importanti.

 

IL MERCATO DEL MAIS
Dopo un anno come il 2009 in cui le quotazioni si sono mantenute basse, con una media annuale di 13,3 €/tonnellata il 2010 si è aperto con prezzi superiori a 14 euro, sia pure di poco, fino a maggio, mese in cui hanno superato i 15 euro per poi incamminarsi, nella seconda metà dell’anno, sulla strada del rialzo fino ai 21,45 euro di dicembre (vedi tab. 3 e fig. 5). La tendenza al rialzo è stata vista, almeno inizialmente, con molto scetticismo, tanto che i nostri prezzi salivano meno di quelli internazionali. In seguito, tuttavia, il mercato ha cominciato a credere nella possibilità di una nuova ondata al rialzo dei prezzi dei principali prodotti agricoli, in analogia con la analoga tendenza delle altre materie prime, tutte in tensione e in qualche caso approdate a valori superiori a quelli del biennio 2007/08, anche se sul finire dell’anno il boom agricolo sembrava in via di esaurimento.Agennaio, complici anche gli assalti speculativi, la tendenza non si è rovesciata e anzi sembra trovare conferma. Certamente un prezzo più elevato di tutti i cereali a fronte di una prospettiva meno evidente delle altre produzioni, tranne le oleaginose che sono in una situazione analoga, sembra un fatto interessante e quindi tale da far prevedere una certa ripresa del comparto da tutti i punti di vista, anche se l’esperienza della crisi 2007/08 rimane pesante e induce ad una maggiore riflessione, in particolare sulla dinamica dei costi che in quell’occasione si sviluppò toccando i suoi massimi nel momento in cui, al contrario, i prezzi erano repentinamente calati.

 

LE PROSPETTIVE
La lezione degli ultimi anni deve essere compresa a fondo e pone ai nostri agricoltori interrogativi a cui non erano avvezzi. Il primo punto è la crescente incidenza di un contesto internazionale su cui agiscono ancora forze speculative destate dalla crisi e destinate a non cedere prima che questa sia finita, anzi contrastandone il decorso positivo.
A ciò si è aggiunto un nuovo periodo climaticamente negativo, nella scorsa estate con siccità e incendi nell’est europeo e ora con un inverno eccezionalmente piovoso in alcune aree dell’altro emisfero.
La domanda mondiale, terzo fattore da considerare, rimane stazionaria, non in calo come si temeva, ma certamente neanche in espansione come si sperava. Gli usi energetici costituiscono ancora una grande incognita, anche perché la corsa del petrolio è meno impetuosa dell’altra volta.
La domanda interna rimane anch’essa solida e in leggero incremento, mentre la scarsa produzione del 2009 si è fatta sentire e quella del 2010 ha dato soddisfazione in termini di prezzi e di rese. D’altro canto le importazioni dall’est europeo si sono ridotte mentre il mondo cerca di capire come andrà il raccolto in Argentina ed anche in Australia, dove però le inondazioni non hanno colpito zone cerealicole.
Non va dimenticato, infine, il ruolo strategico unico del mais prodotto in Italia per l’intero sistema agricolo e per la valorizzazione dei prodotti tipici. Per recuperare redditività i maiscoltori debbono puntare su ulteriori rafforzamenti della produzione e sulla razionalizzazione dell’impiego dei mezzi tecnici e dei rendimenti economici, un’equazione difficile da risolvere, ma che può dare buoni risultati se si accompagna a un occhio molto attento e prudente al mercato.

 

 


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