Mais, segnali d’allarme sui mercati

Ordini extra per gli Usa che già coprono il 50% dell’export mondiale – Stock ai minimi storici
mais_pianta.jpg

Alcune notizie circolate nei giorni scorsi potrebbero avere l’effetto di spingere ancora più in alto le quotazioni del mais che hanno già superato il livello record segnato nel 2008.
La prima notizia arriva dal Messico, dove il raccolto di mais bianco, utilizzato per le «tortillas», è stato seriamente compromesso dalle gelate. Gli agricoltori ritengono troppo costose le operazioni di risemina e, pertanto, dovranno essere aumentate le importazioni per coprire il fabbisogno interno.
Secondo fonti dell’Us Grains Council, l’associazione statunitense a cui aderiscono agricoltori, commercianti ed esportatori di cereali, il quantitativo richiesto dovrebbe essere nell’ordine di 2,5 milioni di tonnellate, che si andranno ad aggiungere alle 750mila già acquistate nei mesi scorsi con consegne nel periodo giugno-ottobre.
Una delegazione di operatori messicani si è già recata in visita negli Usa per chiudere i nuovi contratti. E non solo: per la prima volta è stato proposto ai rappresentanti della filiera cerealicola statunitense di negoziare accordi di esportazione a lungo termine, in modo da assicurare stabilmente l’equilibrio tra domanda e offerta, al di là delle oscillazioni della congiuntura.
L’altra notizia che potrebbe avere impatto sull’evoluzione dei mercati riguarda il livello dello scorte cinesi di mais.
Sempre sulla base di informazioni diffuse dall’Us Grains Council, gli stock potrebbero essere inferiori di almeno 10 milioni di tonnellate rispetto alle stime (90 milioni) elaborate dalla Fao nel dicembre dello scorso anno.
Di conseguenza, entro la fine della campagna di commercializzazione 2010-2011, il Governo di Pechino potrebbe avere la necessità di importare 2-3 milioni di tonnellate da destinare, principalmente, alla produzione di alimenti per il bestiame.
In effetti, l’allarme sull’ammontare delle scorte cinesi non è nuovo anche per l’assenza di dati ufficiali. Già nel corso della campagna 2009-2010, le importazioni si erano attestate a 1,3 milioni di tonnellate, il quantitativo più elevato da quindici anni a questa parte.
In questo quadro complesso, l’Usda, il ministero americano dell’Agricoltura, ha reso noti nei giorni scorsi i dati relativi alle semine interne di mais che avrebbero superato i 37 milioni di ettari, con un aumento del 5% sulla precedente annata. Ma i numeri che fanno più discutere riguardano le giacenze, soprattutto nell’ottica della possibile evoluzione dei mercati, tenendo conto che l’export americano di mais rappresenta più del 50% degli scambi a livello mondiale.
Alla fine di marzo, la stima Igc sugli stock mondiali era di 118 milioni di tonnellate, con una riduzione del 22% rispetto alla campagna 2010: si tratta del livello più basso da 15 anni.
Stando ai pareri espressi da alcuni analisti, le giacenze potrebbero essere corrette al ribasso a breve scadenza, perché è tutta da verificare l’ipotesi avanzata dall’Usda secondo la quale i produttori di mangimi, a fronte degli alti prezzi raggiunti dal mais, saranno indotti a spostare gli acquisti verso il grano.
E c’è pure chi non esclude che la crescita dei corsi del mais possa far ripartire il dibattito sull’opportunità e sulla convenienza di destinate un crescente volume di materie prime agricole alla produzione di biocarburanti. Circa il 40% del raccolto totale di mais negli Usa è destinato alla produzione di bioetanolo.


Pubblica un commento