Mais italiano a caccia di redditività

Le linee guida per salvare il settore: stoccatori, produttori e ricercatori a confronto
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L’Italia è il paese per eccellenza dove coltivare mais. Eppure la crisi della maiscoltura italiana è così forte che si teme per la sua sopravvivenza futura.

Una tavola rotonda alla Borsa Merci di Bologna, organizzata da Aires (Associazione Italiana Raccoglitori Essiccatori Stoccatori), Glm (Gruppo lavoro micotossine), Assomais, Ager e Cra (Unità di ricerca per la maiscoltura), ha riunito i rappresentanti di tutta la filiera maidicola nazionale, compresa quella zootecnica. Con lo scopo di individuare i bisogni più urgenti e le proposte che possono essere attuate per mantenere alta la competitvità della maiscoltura e delle filiere collegate.

«La maiscoltura italiana è caratterizzata da elevate potenzialità produttive – ha detto Gianfranco Pizzolato, presidente Aires introducendo la giornata – a cui si associano ottime caratteristiche qualitative, sia per gli aspetti nutrizionali sia per quelli tecnologici legati alla trasformazione. Il nostro mais è alla base di filiere zootecniche di prestigio che, oltre a dare carne e latte di qualità, forniscono prodotti alimentari di gran pregio (ad esempio formaggi e prosciutti Dop), che contraddistinguono e qualificano il made in Italy».

LE TECNOLOGIE NEGATE
Ma allora cosa ha determinato un calo così preoccupante del mais nel nostro Paese? «Dal punto di vista tecnico – ha spiegato Alberto Verderio, ricercatore del Cra di Bergamo – dobbiamo sicuramente citare il non adeguamento dei sistemi irrigui, la diminuita stabilità delle produzioni, con conseguente minore propensione dell’agricoltore a investire nella coltura, nonchè disciplinari, vincoli, condizioni e complicanze della produzione e una qualità ancora non definita e non pagata. Ma al primo posto vanno inserite le cosiddette “tecnologie negate” (germoplasma, caratteri ogm e insetticidi sistemici), che in sostanza equivalgono a un 2025% di mancata resa (che dai nostri 94-95 q/ha significherebbe raggiungerne 120)».

I PREZZI? UN’ALTALENA
Ovviamente non sono stati solo gli aspetti tecnici ad aver determinato questa situazione. Vanno menzionati altrettanto importanti fattori politici ed economici. «Dalla comunità europea allargata all’eliminazione dell’intervento e del set aside – ha aggiunto Marco Aurelio Pasti, presidente dell’Associazione maiscoltori italiani – dal mancato sviluppo dei biocombustibili ai prezzi troppo alti della precedente stagione. Tutto questo ha portato a una riduzione dei consumi, a una spinta sulle superfici e a un aumento dell’import. Per il futuro, ritengo che la ricetta americana di aumentare le produzioni per ettaro e gli indirizzi possa avere una certa utilità anche da noi».

E il futuro dei prezzi del mais? «Come un’altalena – ha sintetizzato Pasti – la cui spinta è data innanzitutto dal clima. Una proposta per il futuro potrebbe arrivare da un intervento a prezzo variabile stabilito qualche mese prima delle semine per orientare i produttori in base alle scorte accumulate. Questo porterebbe alla costituzione di una scorta strategica, da utilizzare nelle annate di scarsa produzione, pari alle possibili variazioni (20% o 12 milioni di tonnellate)».

La vera e propria tavola rotonda è stata letteralmente una pioggia di messaggi provenienti da tutte le componenti della filiera maidicola-zootecnica. Spesso anche in antitesi tra loro, come onestamente riconosciuto dai relatori. I sementieri hanno inequivocabilmente indicato nella ricerca di una maggiore produttività la soluzione primaria ai problemi del mais. «Abbiamo i costi di produzione (2mila euro/ha) più alti del mondo – ha sottolineato Primo Bragalanti di Pioneer – che con i prezzi attuali portano il “breakeven point” a 130-140 q/ha, contro i 65 q/ ha dell’Ungheria. E nell’ultimo decennio la resa è calata di 40 kg/ha annui, mentre prima (dal 1950 al 1998) era cresciuta a un ritmo di 1,6 q/ha all’anno. E quest’anno ci aspettiamo tra i 100 e i 140mila ettari in meno. La risposta è quindi massimizzare la produzione, concetto che non è in antitesi con la qualità».

Anche l’aspetto commerciale è stato chiamato in causa, nel senso che «occorre riportare nei contratti tipo il concetto di qualità sana, leale e mercantile – ha spiegato Mario Boggini del Consorzio Agrario di Milano Lodi –. In altre parole, il contratto tipo n. 103 andrebbe aggiornato». Anche i molini spingono su questo aspetto perchè, ha spiegato Giampaolo Favero, della Molino Favero, «il contratto 103 deve dare la possibilità di definire meglio il valore d’uso del mais a destinazione alimentare».


QUALITÀ DA VALORIZZARE

Nella filiera zootecnica la parola d’ordine è qualità del mais. Dai mangimisti, che ritengono strategico approvvigionarsi sul mercato nazionale, alla zootecnia da carne, che segnala la presenza di mais troppo inquinati, ai suinicoltori, che vedono il primo punto critico nel ritiro del mais, perchè c’è il rischio delle micotossine, fino alla filiera del latte, che critica le rigide norme europee sul latte in termini di aflatossine, perchè costringono gli allevatori ad approvvigionarsi principalmente sui mercati dell’Est Europa.

In tutti gli interventi, comunque, c’è stato un leit motiv. I prezzi attuali (145 euro/t, ndr) sono troppo bassi, fanno rimettere dei soldi ai produttori e rischiano di affossare la maiscoltura. La questione ogm è stata volutamente “evitata” in questo contesto, ma è chiaramente emerso che un via libera al loro utilizzo consentirebbe di valutare in concreto i possibili benefici per i maiscoltori.

E la politica? «Il Ministero segue con particolare attenzione la coltura del mais – ha affermato Giuseppe Nezzo, capo dipartimento Politiche competitive del mondo rurale e della qualità del Mipaaf – tanto da aver riservato quota parte delle risorse previste per il piano di settore cerealicolo proprio al mais. Lo scopo è quello di migliorare la produttività e valorizzare la funzione d’uso per incidere sul prezzo finale, cercando di mettere in relazione la filiera mais con le filiere zootecniche che lo utilizzano».

Ma al momento cosa si può fare? «Ognuno qui ha detto la sua – ha concluso Giorgio Stupazzoni, già direttore generale del ministero dell’Agricoltura – senza nascondere i margini di conflittualità. Ma una volta usciti da questa tavola rotonda, bisogna concretizzare quanto detto. Serve un luogo per interloquire, con un’autorità morale e politica che sovraintenda e che potrebbe essere identificata nel Ministero».

Gli atti del convegno sono disponibili sul sito www.assomais.it


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