Latte: costi e ricavi ancora troppo vicini

E’ la denuncia di alcuni imprenditori zootecnici
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Listini schizofrenici, prezzi in costante flessione, epizoozie vere o presunte che mettono in ginocchio l’economia agrozootecnica e pongono barriere alla circolazione delle merci. La zootecnia è in forte crisi: latte, suini, in parte anche la carne bovina.

Un viaggio dentro la crisi nel triangolo d’oro della zootecnia da latte, fra Brescia, Cremona e Mantova, affresca un quadro fatto di disagi, difficoltà, incertezze, ma anche speranze. Perché, come riconosce Alberto Cortesi, allevatore di Barbasso (Mn) con 150 vacche in lattazione, «una crisi così pesante, che ha coinvolto molti settori dell’economia a livello mondiale, paradossalmente farà chiudere meno stalle rispetto al trend di questi anni, perché non vi sono molte possibilità di chiudere i battenti e dirottarsi su altre attività».

Certo i numeri non hanno bisogno di commenti. Un litro di latte, solamente al 31 marzo del 2008, veniva pagato 42 centesimi più Iva. Ora, il prezzo oscilla fra i 28 centesimi e i 32-34 retribuiti dalla Lactalis (ex Galbani). Abbondantemente sotto i costi di produzione, che se da un lato sono assolutamente soggettivi e variano da stalla a stalla, non sono quasi mai inferiori ai 34 centesimi il litro. «E chi ha ammortamenti per spese precedenti in azienda, dall’acquisto di quote latte, di terreni, alla costruzione di una nuova sala di mungitura o all’ampliamento della stalla – osserva Cortesi – fa presto ad arrivare a 38, 40 centesimi, fino anche ad arrivare a 42-44 centesimi».

Dunque, si sta producendo in perdita. E molte aziende stanno tremando. «Fra pochi mesi potrebbe esserci una vera e propria ecatombe – preconizza Luigi Barbieri, allevatore di Seniga (Bs), con 400 vacche in lattazione – perché da alcuni mesi ormai gli allevatori hanno intaccato il proprio patrimonio personale e vi è una difficoltà assoluta a fronteggiare il domani. Fra l’altro, anche pensare di tagliare sui costi di produzione non è così semplice. Chi vuole fare qualità non può permettersi di modificare più di tanto la razione alimentare. Magari, come abbiamo fatto noi in azienda, ma ormai da qualche anno, si aumenta la dose di trinciato, ma si tratta di palliativi».

Chi ha sostituito le proteine nobili della soia con quelle un po’ più a buon mercato del girasole è Stefano Pasquali, giovane allevatore di Torre de’ Picenardi (Cr), con 480 capi in stalla e 130 ettari di terreno. «Certo si tratta di una leggera sforbiciata. Roba da 78 millesimi di euro per chilogrammo di latte – ammette lui – ma a conti fatti non è quello che ci solleva da costi di produzione che per quanto riguarda la mia azienda si aggirano intorno ai 38 centesimi il litro. D’altronde, ho investito 400mila euro in una nuova sala di mungitura poco più di un anno fa e in passato abbiamo investito per acquistare quote».

L’azienda agricola di Pasquali è infatti cresciuta molto negli ultimi anni. Da 9mila quintali di quota nel 2000 è arrivata a 24.600 quintali. «Quote acquistate a 65 centesimi più Iva, che ora valgono 15 centesimi, ma ovviamente questo alle banche non importa», commenta amaro Pasquali.

Le quote latte, appunto. Altro tema caldo che ha caratterizzato – e forse anche influito a livello comunitario l’onda anomala dei prezzi fra il 2008 e il 2009. Una partita aperta a livello italiano (in questi giorni cominciano ad essere notificati agli allevatori i provvedimenti di assegnazione delle nuove quote ottenute a Bruxelles lo scorso novembre), ma anche a livello europeo. Il cosiddetto «atterraggio morbido» è stato forse calcolato in maniera un po’ superficiale o – magari calibrato in maniera esatta – è andato a infrangersi con una crisi economica e finanziaria di portata mondiale e assolutamente non prevista dagli economisti.

Certo è che molti produttori italiani hanno risentito, negli ultimi mesi, di una forte perdita di valore delle quote, con il mercato che fra compravendita e affitto è andato praticamente a morire. Un allevatore di medie dimensioni del Nord Italia che chiede l’anonimato liquida una vicenda per lui (e per molti altri) amara con una battuta: «Ho investito oltre 300mila euro in dieci anni per acquistare le quote, ho rateizzato una multa di 50mila euro e adesso mi resta in mano solo un pugno di mosche. Se avessi investito in Lehmann Brothers mi sarebbe andata meglio».

L’analisi che fa Pasquali è dettagliata e precisa e abbraccia diverse voci di management aziendale. «La razione alimentare costa circa 4,6 euro al giorno per singolo capo – calcola – e se una vacca produce mediamente 30 chilogrammi di latte, solo di alimentazione un litro di latte costa 0,153 euro. Bisogna aggiungere la manodopera, gli ammortamenti, l’energia elettrica, i farmaci. Tutte voci che cerchiamo di contenere, grazie ai gruppi di acquisto, ma non si incide poi molto a livello di spesa. Operai e soprattutto veterinari sono voci pressoché ineliminabili».

Non bisogna poi dimenticare la burocrazia. Vituperata e presa di mira dai sindacati agricoli, ha costi e tempi ben precisi. «Solo i piani di utilizzazione agronomica – dichiara Luigi Barbieri – si aggirano come spesa a capo di un’azienda agricola di medie dimensioni sui 1.500-2.000 euro».

Il bilancio della crisi è parecchio amaro e a catena investe anche l’indotto. «I pagamenti ai mangimifici si sono allungati, esattamente come era avvenuto precedentemente con i suinicoltori – sostiene Pasquali – e da 30 giorni i pagamenti si sono dilatati a 60 giorni, salvo casi in cui l’esposizione degli allevatori nei confronti delle aziende mangimistiche è addirittura superiore».

In sofferenza anche le imprese di meccanizzazione agricola, costrette ad attendere che nelle casse delle imprese agricole arrivino i pagamenti della Pac. «In questo modo – afferma un contoterzista che opera fra Emilia Romagna e Lombardia – siamo diventati le banche degli agricoltori. Anticipiamo in pratica denaro e incassiamo dopo diversi mesi.Ma noi il gasolio lo paghiamo alla consegna».

DaCortesi, nonostante le forti e innegabili difficoltà del settore lattiero-caseario e dell’indotto, uno spiraglio di ottimismo. «Per chi produce latte, chi lavora bene e in maniera efficiente riesce ad abbattere i costi di produzione rispetto ad altri produttori. Forse è questo che a molti allevatori dà fiducia. Ottimizzando i costi e la gestione verso una maggiore efficienza, abbiamo ancora qualche speranza. Certo limitata a poco più di una manciata di mesi».


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