La stangata del ticket veterinario

Il decreto 194/2008 introduce una tassa annua da 400 a 1.500 euro
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È stata una tegola imprevista per la filiera agroalimentare l’aumento del ticket per i controlli veterinari. In un momento di grave crisi con i consumi pressoché fermi, i prezzi in discesa e i tempi dei pagamenti allungati, le imprese agricole, gli impianti di trasformazione e di macellazione ma anche i commercianti dei mercati all’ingrosso avrebbero fatto a meno di un aumento generalizzato delle tariffe veterinarie.

Aumento stimato settore bovino di circa il 30%. In altri casi, invece, il ticket è una novità assoluta: per il miele è previsto un forfait annuo di 400 euro. «Per pagare questa somma – spiega Raffaele Cirone, presidente della federazione apicoltori italiani (Fai) – ogni apicoltore deve produrre oltre cento chili di miele. È una tassa iniqua». Marche, Campania e Sicilia sono le prime regioni ad aver spedito le fatture: se non si paga è previsto un aggravio, a titolo di multa, del 30% in più. «C’è grande scompiglio tra gli operatori del settore – aggiunge Cirone – già gravato dai ben noti problemi sulla morìa delle api che ora minacciano di chiudere l’attività se dovessero far fronte anche a questo ulteriore balzello.
Nel decreto, peraltro, non si evidenziano elementi sufficienti ad affermare che la tassazione annua debba essere applicata alla “Produzione primaria”, condizione nella quale opera la quasi totalità degli apicoltori».

Il miele, tuttavia, non è l’unico settore a essere gravato da una tassa forfettaria. Il decreto legislativo 194/2008, infatti, introduce tre fasce produttive per le quali sono previsti versamenti annui di 400 euro (fascia A), 800 euro (fascia B) e 1.500 euro (fascia C). Rientrano in questa categoria gli stabilimenti che trasformano o producono alimenti a base di carne (anche i prosciuttifici) o latte, ma anche i centri di imballaggi delle uova. Coinvolti anche gli stabilimenti ittici, le industrie che trasformano ortofrutta in IV e V gamma, molini, pastifici e panifici. Una novità assoluta per tutti. Il ticket dovrà essere pagato anche per gli operatori dei mercati generali (per gli alimenti o l’ortofrutta fresca) e gli stabilimenti di lavorazione del risone e del riso. Il consorzio del Prosciutto di Parma boccia il provvedimento.
«È una tassa nuova – spiega il vice-direttore, Davide Calderone – che arriva in un momento in cui le vendite stanno recuperando ma la redditività delle imprese è in calo».

L’aggravio maggiore, tuttavia, resta a carico dei macelli di bovini e suini. I costi per ogni capo macellato variano da 0,5 euro per un suino fino a 5 euro per un bovino adulto. Troppo, secondo Assocarni e Uniceb che chiedono ai ministri della Salute e dell’Industria una correzione di rotta.

Bilancio in pareggio, invece, per l’avicoltura. «I costi dei controlli sanitari – spiega Rita Pasquarelli, direttore dell’Unione nazionale avicoltori – fino a oggi sono stati a carico dei macelli, sia di carne rossa che di carne bianca. La novità di questo decreto è l’introduzione di un contributo per nuove categorie che fino ad oggi erano oggetto di controlli da parte dei veterinari pubblici ma senza costi e una rimodulazione dei costi per le macellazioni di bovini e suini». A rimetterci, come detto, sono i bovini che hanno visto crescere il ticket mentre i polli hanno avuto uno sconto. «Fino all’emanazione del nuovo decreto – conclude Pasquarelli – pagavamo un centesimo per ogni pollo macellato, tariffa che generalmente veniva ridotta circa del 40/50% perché alla fine il costo dei controlli era inferiore alle entrate. Oggi è prevista direttamente di mezzo centesimo che può solo aumentare in relazione all’andamento della spesa sanitaria».


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