La diabrotica presenta il conto. Danni da 22 a 90 milioni di euro

MAIS. Senza contromisure le cifre sono destinate a crescere. Le conseguenze sul sistema Dop
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I primi preoccupanti segnali di una possibile emergenza da diabrotica sono emersi a partire dal mese di maggio quando, nei campi si è assistito ai primi allettamenti causati dalle larve, vere responsabili del danno economico.

A partire dalla tarda primavera, e per tutta la prima parte dell’estate, si sono fatte via via sempre più numerose le segnalazioni della presenza di adulti di diabrotica ai servizi fitosanitari regionali, responsabili del monitoraggio e controllo del coleottero in quanto insetto da quarantena.

L’attacco ha riguardato principalmente la Lombardia, con oltre 135 mila ettari di superficie a mais danneggiati (tab.1). A tal riguardo, appare necessario fare chiarezza sulla natura stessa del danno causato dalla diabrotica. Il danno economicamente più rilevante appare quello causato dalle larve e classificato generalmente utilizzando la scala di valutazione predisposta dall’Iowa State University basata sull’analisi del danno meccanico prodotto a livello dell’apparato radicale. Tuttavia, risulta particolarmente difficoltoso trovare una corrispondenza tra un determinato livello di danno, misurato con suddetta scala, e la relativa perdita di prodotto, specie per quelle classi di danno in cui la riduzione dell’apparato radicale provoca un minor assorbimento di principi nutritivi senza che si verifichi l’allettamento della pianta.

MENO PRODUZIONE…
Pertanto, al fine di stimare la perdita subita dal settore maidicolo nel corso del 2009, si è provveduto a considerare tre scenari caratterizzati da differenti percentuali di perdita di prodotto. Nel primo caso la stima è stata effettuata considerando un calo di produzione del 10%, per il secondo scenario è stato ipotizzato un calo del 25%, nel terzo la riduzione di produzione considerata è pari al 40% (fig.1).

Considerando il primo, prudenziale, scenario la perdita economica per il settore si attesterebbe, alle attuali condizioni di mercato, attorno ai 22 milioni di euro di cui 7 a carico della sola provincia di Brescia.

Dopo le verifiche effettuate nel corso di un’indagine diretta condotta presso un campione di aziende rappresentative della realtà lombarda, lo scenario intermedio è da ritenersi maggiormente realistico e porterebbe ad un danno economico pari a 56 milioni di euro. Un calo produttivo medio del 40%, secondo l’ipotesi peggiore considerata, provocherebbe invece una perdita complessiva di oltre 90 milioni di euro.
La valutazione delle conseguenze economiche dell’emergenza diabrotica deve necessariamente prendere in considerazione, oltre al danno connesso alla perdita di produzione, i maggiori oneri colturali a carico degli imprenditori agricoli derivanti dalla lotta all’insetto, messa in atto per minimizzare le perdite, senza dimenticare le spese per il monitoraggio, elemento decisivo nella definizione della strategia d’intervento.

Anche in questo caso la variabilità appare notevole sia all’interno della medesima tipologia di intervento che per opzioni differenti (tab.2). Da sottolineare come, nel caso di strategie di difesa “attiva”, la valutazione complessiva deve considerare l’efficacia del mezzo utilizzato, particolarmente variabile in funzione di numerosi parametri tra cui l’epoca di intervento, le condizioni climatiche e la gravità dell’infestazione.

…E PIÙ COSTI

Da ultimo, la scelta di ricorrere alla risemina appare particolarmente onerosa e merita, quindi, una valutazione ad hoc in relazione alle necessità aziendali specie nelle aziende ad indirizzo cerealicolo-zootecnico.
Nel caso in cui si decidesse di ricorrere alla risemina è fondamentale, per contenere i costi, la tempestività dell’operazione al fine di evitare elevate perdite in termini di rese. Tanto per il mais da granella quanto per il trinciato, infatti, ogni giorno di ritardo nella semina a partire dagli inizi di maggio si traduce in una diminuzione dell’output prodotto in virtù del ridotto periodo vegetativo a disposizione.

L’IMPATTO SUL SISTEMA

I dati sopra riportati evidenziano per il 2009 un danno economico e produttivo degno di nota e molto rilevante nel caso di singole aziende o microzone, ma sostanzialmente ancora contenuto se misurato in rapporto al complesso del sistema produttivo maidicolo nazionale.

La nota più rilevante è stata però la diffusione dell’emergenza diabrotica anche in aree in cui in precedenza era stata segnalata una presenza sporadica dell’insetto, tale da non destare particolari preoccupazioni.

Si tratta quindi di procedere, oltre alle stime dei danni già verificatisi, ad una valutazione del rischio potenziale in assenza di una gestione efficace dello stesso attraverso l’uso, anche combinato, degli strumenti ad oggi conosciuti (rotazioni, conce del seme, trattamenti insetticidi e, laddove consentito, anche ogm, ecc.).

A tale scopo vengono di seguito proposti due scenari di diffusione a breve-medio e a medio-lungo termine, affiancati da uno scenario “catastrofico” che mira ad evidenziare il livello massimo di danno per la maiscoltura padana, qualora il fenomeno proliferasse sfuggendo totalmente al controllo.

Come si può osservare (tab. 3) le prospettive nei due primi scenari si rivelano preoccupanti con un danno che può arrivare nel mediolungo termine a superare i 200 milioni di euro, pari a poco meno del 10% del valore complessivo della produzione di mais da granella e di silomais, con un aggravio significativo della dipendenza dall’estero per la granella, che negli ultimi anni è già arrivata a sfiorare il 20% e con importanti ricadute sul sistema maidicolozootecnico ed in particolare sulla filiera latte.

A tale riguardo il dato più preoccupante che emerge dalle simulazioni, ma che già si può osservare per il 2009, è che il fenomeno, per quanto riguarda il silomais, va ad interessare in via principale, con quote pari al 90% della diffusione, l’area di produzione del Grana Padano (tab. 4), dove in media oltre il 50% delle risorse foraggere deriva da tale prodotto, ed è in grado di creare seri problemi economici agli attori della filiera di questo prodotto che da solo vale quasi il 20% del fatturato alla produzione del “tipico” nazionale.


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