La diabrotica mette in crisi il mais

Dopo lo stop alla concia, pesanti attacchi negli areali piĆ¹ vocati
mais_inCampo.jpg

Trattare contro gli adulti di diabrotica o soprasssedere per evitare che i trampoli danneggino le piante allettate dagli attacchi delle larve (oppure, nei casi più gravi, trinciare tutto in campo e riseminare)? Questo è il dilemma (il primo) dei maiscoltori alle prese in questi giorni con le massiccie infestazioni del coleottero arrivato dall’America.

Pesante la situazione nelle provincie di Cremona, Lodi, Brescia e bassa bergamasca (con segnalazioni anche in Piemonte e nelle aree golenali del piacentino). Un tour tecnico presso le aziende più colpite è stato organizzato il 26 giugno da Tommaso Maggiore del dip. di Produzione vegetale dell’Università di Milano. Duecento gli ettari allettati presso l’azienda Asti di Trescore Cremasco (Cr) del contoterzista Giuseppe Ferrari («danno che è risultato evidente soprattutto dopo le prime irrigazioni»).

Colpite non solo le monosuccessioni. Nell’azienda Grandini, 110 ettari di mais, sorgo e medica in rotazione a Regona di Pizzighettone (Cr) il mais è stato colpito dalle larve di diabrotica già al primo anno dopo medica («mettendo a rischio – testimonia il produttore – la fonte di alimentazione dei 420 bovini aziendali»). Stessa situazione a Monasterolo di Robecco d’Oglio, su 220 ettari di una rotazione tra mais e prato (3 anni + 3anni) dove i danni sul mais sono comparsi al secondo anno («senza questa produzione – avverte il titolare Pietro Toninelli – a rischio la gestione delle 900 bovine aziendali, di cui 400 in lattazione»). «È la testimonianza – afferma Maggiore, tra i massimi esperti di questa coltura e recente coordinatore del volume “Il mais” della collana Coltura e Cultura – che l’emergenza diabrotica non può essere risolta semplicemente con l’obbligo di rotazione».

La conferma arriva da quanto avviene sui prati stabili. A Campagnola (Cr), dove Arrigo Fusar Poli, tecnico del Cap di Cremona sta procedendo con i secondi sfalci, il giallo che copre la barra della falciatrice attira un numero impressionante di adulti di diabrotica, come fosse una trappola cromotropica. «In un’annata di forte pressione come questa – dice – si trasferiscono sui prati dai campi di mais vicini. L’anno scorso arrivavano al terzo sfalcio, quest’anno prima». Una presenza che (per ora) non condiziona le produzioni foraggere, ma che condizionerebbe un’eventuale rotazione con mais a causa delle uova deposte nel terreno (e delle larve pronte ad aggredire le radici nell’anno successivo). Non è una coincidenza l’aggravarsi di questi attacchi nell’anno in cui il mais non ha potuto contare sulla protezione della concia. «La presenza di diabrotica puntualizza Alberto Verderio, del Cra-Cerealicoltura di Bergamo era stata notata anche negli anni scorsi, ma i danni erano contenuti dal condizionamento della concia. La coltivazione in irriguo consentiva poi alle piante di recuperare con i ricacci delle radici. Senza la concia sono in aumento anche le virosi trasmesse dai cicadellidi». 

«Le conseguenze dice Giuseppe Kron Morelli, direttore di Carb – coop. agricole bresciane –  dell’aver “preso di punta” la questione neonicotenoidi sono state sottovalutate». Alcune aziende maidicole aderenti a Carb hanno dovuto riseminare panico o sorgo. A preoccupare ora sono gli adulti e i possibili  danni su sete e pannocchie. Saranno almeno 400mila gli ettari di mais trattati quest’anno in Italia secondo Verderio, due aziende su tre nel bresciano si stanno attrezzando prenotando i “trampoli” (vero fattore limitante). «L’intervento – spiega Mauro Agosti, tecnico del Codife – non mira solo a ridurre i danni nella stagione in corso, ma anche a prevenire quelli per l’anno prossimo evitando massicce ovodeposizioni». Va posizionato al 10% delle femmine gravide (a Brescia nella settimana di uscita di questo Terra e Vita). «La diabrotica è però un organismo da quarantena – ricorda Piero Cravedi dell’Università di Piacenza – di competenza quindi del Servizio fitosanitario regionale». Servizio più volte tirato in ballo dai produttori, soproattutto dopo i messaggi tranquillizzanti sul fronte diabrotica lanciati nel corso dello scorso autunno.

«Non penso che tutto dipenda dall’assenza dei concianti – ribatte Marco Boriani, del Servizio fitosanitario -. Questa è un’annata particolare, in cui la presenza della diabrotica è stata favorita anche dal clima dell’ultimo inverno: neve e umidità che hanno preservato le uova nel terreno».

«Ricordo anche che la Lombardia – ricorda Vitaliano Peri, dirigente del Servizio – è in mora in Europa per la mancata applicazione delle misure antidiabrotica: obbligo di rotazione e fasce di sicurezza di non coltivazione nelle aree colpite». Misure che oggi metterebbero in discussione la stessa coltivazione del mais in Lombardia. Ma le filiere dei prodotti di qualità riuscirebbero a farne senza (e questo è il secondo dilemma)? «Le cosce dei suini prodotti in Lombardia – ricorda Carlo Corino della Facoltà di Veterinaria di Milano – costituiscono più della metà della produzione delle filiere di qualità italiane: prosciutto di Parma, prosciutto di san Daniele e Gran suino padano. Rinunciare al mais significherebbe sacrificare buona parte della produzione.

Stessa situazione del fronte bovino, dove, come ricorda Giovanni Savoini, il passaggio da mais (24mila Uf) a medica o prato (6mila Uf) significherebbe una riduzione del 75% del potenziale produttivo.


Pubblica un commento