Incentivi biomasse, pochi e iniqui

Il decreto non recepisce i principi dettati dall’Ue e penalizza i piccoli impianti agricoli
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L’11 aprile scorso si è finalmente letto il nuovo decreto riguardante i meccanismi incentivanti per le fonti rinnovabili elettriche (Dm. fer – decreto attuativo dell’articolo 24 del Dlgs. 28/2011). Rispetto alla norma principale, la Direttiva europea 28/2009, tuttavia alcuni punti appaiono illegittimi. Tale direttiva chiede agli Stati Membri :

1. massima applicazione dei principi della semplificazione e accelerazione delle procedure;

2. norme oggettive, trasparenti, non discriminatorie;

3. semplificazioni per i piccoli impianti.

Il governo sostiene ancora che le energie rinnovabili elettriche sono un pilastro fondamentale della strategia energetica nazionale, ma non risponde nei fatti, a quanto evidenziato nelle premesse. Indubbiamente il metodo finora seguito per incentivare le rinnovabili non è stato ottimale in termini di costi per il Paese e che incentivi sono stati molto generosi, soprattutto per il fotovoltaico, a fronte di una mancanza di strategia, di visione del Governo con chiari meccanismi di programmazione dei volumi.

Tale carenza, inoltre, ha portato agli enormi costi sulla bolletta elettrica che ad oggi pesano già 9 miliardi di euro. Questa mancanza di governance, che ha determinato una crescita esorbitante dei costi gravanti sul fotovoltaico, costringe ora il governo a misure di riduzione dei sistemi incentivanti e a porre i tetti alle future installazioni.

Ma sappiamo anche che l’equazione che accomuna gli incentivi per le rinnovabili con i maggiori costi per i consumatori energetici, non è risolvibile senza una chiara strategia anche industriale di sviluppo della green economy italiana che possa, in termini fiscali e occupazionali, far ritornare al Paese ciò che viene pagato per il sostegno allo sviluppo delle rinnovabili.

 

PULIRE LE BOLLETTE

Innanzitutto bisogna pulire le bollette eliminando gli oneri impropri a partire da quanto paghiamo per il Cip 6, per il nucleare, per gli sconti concessi alle grandi industrie energivore come le acciaierie. In questo decreto si osserva che la strategia del governo è stata invece quella di rimarcare i costi e ignorare i vantaggi in termini di incremento del prodotto lordo, aumento del gettito fiscale, diminuzione del costo dell’energia nel momento del picco diurno della domanda, maggiore occupazione, miglioramento della bilancia commerciale.

Osservando il testo, vi si legge la volontà, dichiarata anche dal Mipaaf, di privilegiare gli impianti di proprietà di aziende agricole, inoltre è previsto un maggior sostegno agli impianti alimentati da sottoprodotti. Ma il contingente messo a disposizione per i prossimi tre anni con i registri, non offre opportunità di sviluppo. Biomasse solide, biogas, bioliquidi sostenibili, gas di depurazione e gas di discarica, sono uniti in un unico scaglione e hanno un tetto di 145 MW/anno. Per mantenere le prospettive create occorre almeno portare il contingente a 250 MW e suddividere in più categorie lo scaglione, almeno tra biomasse solide e biogas. La precedenza agli impianti delle aziende agricole è solo dichiarata, se non viene eliminata la priorità agli impianti esclusi dalle graduatorie precedenti: ci vuol poco a mettere un “cappello” 6 mesi prima e ingolfare così il sistema. Si ritiene sensata la proposta di abbandonare il sistema dei registri, introducendo invece un meccanismo di riduzione della tariffa che si autoregoli in funzione del volume di installazioni, tale procedura otterrebbe lo stesso risultato utilizzando strumenti di mercato.

 

PICCOLI E GRANDI IMPIANTI

Anche la volontà di incentivare maggiormente i piccoli impianti è solo un’enunciazione vuota, nella realtà, essendo gli impianti di maggiori dimensioni più efficienti, grazie a un’economia di scala; il risultato è che, almeno per il biogas, con questi incentivi i piccoli impianti non riusciranno a stare in piedi economicamente e comunque non susciteranno mai l’interesse del mondo bancario, essendo il margine quasi irrilevante. Sono però questi gli impianti che interessano di più il mondo agricolo e quelli che possono, oltre a produrre energia, dare luogo a importanti altri fattori: miglioramento ambientale grazie ad una più ecosostenibile gestione sia degli effluenti zootecnici sia dei terreni agricoli (grazie al corretto uso del digestato e al rinnovato interesse produttivo che ha permesso di mettere a coltivazione terreni che rischiano di essere abbandonati); vantaggio economico che non arriva solo al produttore di energia, ma a tutta la filiera di produzione della biomassa, cioè al territorio.

Infine, il decreto non risponde in altri punti rispetto a quanto richiesto sia dalla Direttiva che dal Dlgs. 28/2011, ad esempio nel citato art. 24 sono riportati i criteri generali che il Dm. deve perseguire:

a) l’incentivo ha lo scopo di assicurare un’equa remunerazione dei costi di investimento ed esercizio: ma nel decreto non si tiene conto che le bioenergie sono essenziali per la strategia energetica e per la stabilità della rete (sono le uniche tecnologie in grado di produrre energia per almeno 8.000 ore, quindi sono programmabili e non creano squilibri alla rete elettrica, ma proprio la loro programmabilità è dovuta al fatto che esiste una materia prima – matrice organica – che ha un costo che dovrebbe essere riconosciuto in tariffa proprio come prevede la direttiva ovvero come “costo di esercizio”);

b) per biogas, biomasse e bioliquidi sostenibili l’incentivo tiene conto della tracciabilità e della provenienza della materia prima, nonché dell’esigenza di destinare prioritariamente le biomasse legnose trattate per via esclusivamente meccanica all’utilizzo termico; i bioliquidi sostenibili all’utilizzo per i trasporti; il biometano all’immissione nella rete del gas naturale e all’utilizzo nei trasporti (vedi box sotto).

c) per biogas, biomasse e bioliquidi sostenibili, in aggiunta ai criteri di cui alla lettera g), l’incentivo è finalizzato a promuovere:

– l’uso efficiente di rifiuti e sottoprodotti, di biogas da reflui zootecnici o da sottoprodotti delle attività agricole, agroalimentari, agroindustriali, di allevamento e forestali, di prodotti ottenuti da coltivazioni dedicate non alimentari, nonché di biomasse e bioliquidi sostenibili e biogas da filiere corte, contratti quadri e da intese di filiera. I prodotti ottenuti da coltivazioni dedicate e biogas da filiera corta sono totalmente dimenticati. Nel nostro Paese quando si parla di colture dedicate non alimentari si entra in un pericoloso percorso lastricato da demagogia e falsi problemi, che sono stati, però, determinanti nelle scelte del governo.

Verificando i numeri reali, gli ettari destinati alle coltivazioni energetiche ci si rende conto che la questione così come posta è sbagliata. Attualmente la SAU nel Paese è pari a circa 13 milioni di ettari, mentre circa 7 milioni sono gli ettari di SAU a seminativi. Attualmente sono utilizzati per il biogas circa 80.000 ettari (0,6% della SAU totale, 1,14 % dei terreni a seminativi); per arrivare a produrre l’energia prevista nel Pan (Piano di azione nazionale sulle rinnovabili) occorrerebbero circa 400.000 ettari (3,7% della SAU). Si dimentica che negli ultimi 30 anni abbiamo lasciato 3 milioni di ettari (10% del territorio nazionale) alla cementificazione.


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