Il futuro dell’agricoltura dovrà essere bio

Ambiente

I primi stati generali dell’agricoltura biologica italiana si erano tenuti nel luglio 2003 a Foligno, con Gianni Alemanno a capo del dicastero e Battista Piras dirigente dell’ufficio Agricoltura biologica ed ecocompatibile. Con Luca Zaia ministro, con Teresa De Matthaeis subentrata ad Alberto Manzo alla testa dell’ufficio e con il coordinamento dell’Inea, si replica. Dopo un congresso di presentazione a Piazzola sul Brenta (Pd), gli stati generali si articoleranno in gruppi di lavoro tematici, forum telematici (www.inea.it/statigeneralibio) e incontri pubblici in Veneto, Toscana e Basilicata, per poi presentare i documenti conclusivi nuovamente a Padova alla fine dell’anno. A Piazzola sul Brenta il “la” ai lavori è stato dato da Fabio Maria Santucci, professore associato alla facoltà di Agraria di Perugia (dove insegna economia agroalimentare ed economia e politica agraria,) con un intervento sul contributo dell’agricoltura biologica allo sviluppo sostenibile. «Secondo le stime della Fao, nel 2030 il pianeta sarà abitato da 8,3 miliardi di persone, che nel 2050 raggiungeranno quota 9,3 miliardi. Con tutta evidenza, la crescita della popolazione sarà accompagnata da una crescente urbanizzazione, riduzione della superficie agricola a favore di insediamenti residenziali, industriali e di servizi, di strade, ferrovie e aeroporti. L’attuale struttura del consumo si modificherà anch’essa profondamente, con un aumento della domanda globale di cibo di circa l’1,5% all’anno».

Produzione inadeguata 
Appare altrettanto evidente che l’attuale produzione primaria, già messa sotto stress dagli incrementi della domanda da parte dei Paesi emergenti, non sia adeguata. «Non è adeguata – insiste Santucci – e non è sostenibile. Queste tendenze dei consumatori non possono essere accettate passivamente: dobbiamo intervenire, come si è intervenuti contro il fumo o l’alcolismo. Nei Paesi ricchi aumenta l’apporto calorico nella dieta (si prevede che nel 2030 si toccheranno le 3.500 calorie giornaliere pro capite). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2005 si contava su 1,6 miliardi di abitanti in sovrappeso e 400 milioni di obesi, a cui facevano da contraltare 450 milioni di sottonutriti». Il problema vero non è quindi produrre di più, ma produrre in modo più adeguato a un pianeta che per definizione conta su uno spazio finito, e intervenire sulla struttura dei consumi per un diverso utilizzo delle risorse.

La perdita quantitativa post raccolta
«Ci sono problematiche d’ordine tecnico e d’ordine culturale – spiega l’esperto – La perdita quantitativa in post raccolta dei cereali in India è valutata dall’8 al 25%. In Sudan va dal 6 al 19%, il frumento in Brasile ha perdite tra il 15 e il 20%. Va peggio con il riso nel sud est asiatico (ogni anno se ne perde dal 10 al 37% per stoccaggi inadeguati) e, in genere, in Africa, dove si perde il 50% del raccolto. Si tratta di milioni di tonnellate, una quantità che basterebbe a nutrire 170 milioni di persone. E questo per limitarci alle perdite quantitative in post raccolta: chiaramente si aggiungono quelle qualitative, con depauperamento del valore nutrizionale a causa del decadimento di zuccheri, vitamine e altri nutrienti. A queste carenze tecniche, si aggiunge una quantità impressionante di sprechi alimentari nei Paesi ricchi. Le famiglie italiane buttano il 10% dei loro acquisti domestici di cibo: sono 600 euro a famiglia ogni anno. Ma altrove le quantità che finiscono in pattumiera e, a valle, costituiscono fonte di preoccupazione per lo smaltimento, sono anche superiori: in Gran Bretagna si sale dal 30 al 40%, in Usa dal 40 al 50%. Gli alimenti che finiscono in pattumiera consentirebbero di sfamare 150 milioni di persone».

Sprechi da evitare
Nonostante l’aumento dell’introito calorico, la percentuale della spesa totale destinata all’alimentazione è in continuo calo. Le stesse imprese alimentari sono di dimensioni sempre maggiori, con una semplificazione nel catalogo dei prodotti. E i grandi trader internazionali chiedono quantità crescenti di commodity, in tempi e qualità predeterminati. La produzione si sta sempre più contrattualizzando, ma in filiere che sono dirette da forze esterne, e l’obbligo di concentrare masse critiche di prodotto per rispondere alla domanda dell’industria e del trade sta sempre più marginalizzando il piccolo produttori. Ne sono una dimostrazione i dati Istat: gli oltre 3 milioni di agricoltori italiani del 1990 si sono ridotti a meno di 1,7 milioni nel 2007: un crollo di 1,3 milioni di imprese – più l’indotto – che avrebbe fatto gridare al disastro in qualsiasi settore produttivo, ma la cui drammaticità non sembra aver scosso più di tanto.

Come s’inserisce l’agricoltura biologica in questo scenario a tinte fosche?
«Com’è definita dall’Ifoam e, in gran parte, dalla normativa comunitaria, l’agricoltura biologica mantiene e ripristina l’ambiente naturale, gestendolo con siepi, alberi e fossi per evitare erosione, dar rifugio ai predatori naturali e abbellire il paesaggio. Il sistema agroalimentare proposto dal biologico vede consumatori informati e coscienti, che acquistano meno e sprecano meno, comprando prodotti con più vitamine, sostanza secca, antiossidanti e migliori proteine, pagandoli prezzi giusti, con un’entità di spesa sostanzialmente analoga, ma con miglior salute. La ricerca di maggior sicurezza alimentare in questo quadro ci sta tutta, e certo non si può censurare chi la anteponga agli altri vantaggi più collettivi».

Il futuro ha da essere biologico, insomma?
«E conto che sia un futuro prossimo – conclude Santucci -. Il biologico valorizza le produzioni agricole, le lega a quelle tipiche e al fair trade, rilancia le piccole e medie imprese. Le aziende biologiche sono complesse, biodiverse, lavorano con intelligenza per creare valore aggiunto dalla diversificazione. Il biologico si collega col turismo enogastronomico e culturale, con l’agriturismo e il turismo rurale, all’idea di ristoranti tipici anche in città. Pensa ai mercati locali e alle filiere corte, ma anche alla Gdo e ai mercati esteri. Ha costi ambientali e paesaggistici minori o nulli, quando non ci sia piuttosto un miglioramento, cattura la CO2 in misura maggiore del sistema convenzionale. In sintesi, il biologico per il sistema Italia è economicamente vantaggioso, socialmente giusto, ambientalmente assai migliore. E nei paesi in via di sviluppo è tecnologicamente corretto, più resiliente, non richiede l’apporto di ingenti capitali, difende e migliora la fertilità dei suoli, usa e valorizza la biodiversità locale; se poi è in un’ottica di fair trade, favorisce la giustizia sociale e offre l’opportunità di redditi migliori».


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