Il caro petrolio colpisce la filiera agroalimentare

Prezzi

Il caro petrolio non risparmia la filiera agroalimentare italiana: l’aumento record del prezzo del gasolio destinato all’attività agricola provocherà infatti un aggravio di costi quantificabile in 200 milioni di euro su base annua per il settore. È quanto stima la Coldiretti, che evidenzia come oltre all’aumento dei costi per il movimento delle macchine come i trattori, in agricoltura il caro petrolio colpisca sopratutto le attività che utilizzano il carburante per il riscaldamento delle serre (fiori, ortaggi e funghi) o di locali come le stalle, ma anche l’essiccazione dei foraggi destinati all’alimentazione degli animali. In particolare per le aziende specializzate nelle coltivazioni in serra Coldiretti chiede che sia annullata l’accisa sui carburanti destinati al riscaldamento, come già è avvenuto negli anni passati. Il rincaro dei carburanti incidono ovviamente anche sui costi di trasporto: questi ultimi pesano per un terzo sul totale dei costi logistici nell’agroalimentare, mentre l’insieme delle spese di gestione del magazzino (scorte, movimentazioni e picking ) copre un altro terzo dei costi logistici.

I costi di trasporto e logistica
«La continua crescita dei costi di trasporto e degli altri costi logistici – attacca la Coldiretti – mette a rischio la competitività delle imprese Made in Italy e che va affrontata con interventi strutturali in un Paese dove l’86% delle merci viaggia su strada». «In assenza di interventi tempestivi il risultato è un ulteriore via libera alle importazioni soprattutto da paesi extracomunitari, favoriti da un clima più caldo, dove spesso si sfrutta la manodopera e si utilizzano di pratiche di coltivazione dannose per la salute e l’ambiente bandite dall’Ue. Ma a subire gli effetti del record nei prezzi del gasolio è l’intero sistema agroalimentare dove i costi della logistica incidono dal 30 al 35% per frutta e verdura e assorbono in media un quarto del fatturato delle imprese agroalimentari» conclude l’associazione dei produttori agricoli.

La spirale dell’inflazione
Le tensioni sul greggio potrebbero ulteriormente alimentare il rischio di una spirale inflazionistica sui beni di consumo finali che, come osservato da una recente analisi dell’Ufficio studi Confcommercio, potrebbe essere dietro l’angolo: già oggi i prezzi delle materie prime cerealicole sono del 30% più elevati rispetto al picco raggiunto nella prima parte del 2008, che innescò successivamente sensibili incrementi dei prezzi al consumo. «Oggi questi incrementi ancora non si vedono o si vedono poco poiché i prezzi della produzione interindustriale e quelli alla produzione in senso lato hanno cominciato a crescere con ritardo, come di consueto. Ma ciò implica che, guardando anche al passato, qualora dovessero continuare a crescere, andrebbero a impattare senz’altro sui prezzi al consumo dei prodotti appartenenti a questa filiera. Il caso dei cereali è un esempio che si può riscontrare anche in altri settori alimentari, come nell’area lattiero-caseario, o non alimentari, come nel caso del cotone e dei prodotti tessili», si legge nello studio. Occorre inoltre considerare come i margini delle imprese della distribuzione si siano ridotti costantemente a causa della recessione. La trasmissione delle tensioni dei prezzi delle materie sui prodotti finali, avverte Confcommercio, potrebbe perciò avvertirsi già nei prossimi mesi, a meno di un’improbabile inversione di tendenza.


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