Giappone, a rischio c’è anche l’export agroalimentare italiano

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Il Giappone è al centro dell’attenzione del mondo in queste ore per la catastrofe legata al terremoto dello scorso 11 marzo e al successivo allarme atomico. Le conseguenze economiche della tragedia sono ancora lontane dall’essere completatamente valutate ma appare chiaro che il sisma avrà delle forti conseguenze sul Pil nipponico e, dunque, anche sulla capacità di consumo dei suoi abitanti. Anche l’export made in Italy di alimentari, che negli scorsi anni aveva beneficiato di una congiuntura positiva, è destinato dunque a subire il contraccolpo dell’emergenza sociale e ambientale. Secondo quanto segnala Federalimentare, gli ottimi rapporti tra Sol Levante e Italia avevano infatti permesso alle nostre esportazioni agroalimentari di raggiungere nel 2010 la quota di 505 milioni di euro, con un +2,6% sull’anno precedente. Anche nel 2009, malgrado l’impatto della crisi mondiale, il trend dell’export alimentare sul mercato nipponico era stato positivo (+3,9%), mentre l’export italiano nel suo insieme aveva segnato un netto arretramento (-11,6%).

Un progresso che dura da metà anni Novanta
La progressione di cibi e vini made in italy sul mercato giapponese dura ormai da un quindicennio: l’export alimentare nazionale su questo mercato è infatti più che raddoppiato nel periodo 1996-2010, mentre quello complessivo dell’Italia è rimasto fermo con varie oscillazioni in una forbice compresa tra i 3.500 e 4.800 milioni di euro. In particolare, mentre l’alimentare risulta in crescita nel periodo 1996-2010 del +116,3%, l’export complessivo è calato del 12,2%. L’incidenza dell’alimentare sull’export totale nazionale in Giappone è così passata dal 5% di meta’ anni Novanta alle quote attorno al 12-13% degli ultimi anni, diventando il terzo settore più importante delle nostre esportazioni in terra nipponica. Attualmente, il Giappone si pone al nono posto tra le destinazioni del “food and drink” italiano. La composizione dell’export alimentare in Giappone vede l’enologico al primo posto con una incidenza del 21,4%. Seguono la trasformazione di ortaggi e frutta (19,9%), gli oli e grassi (16,4%), la pasta (16,2%), il lattiero-caseario (8,3%), le carni preparate (4,1%) ed il dolciario (3,2%).

Modesto l’import alimentare dal Sol Levante
Al contrario l’import alimentare dal Giappone, tanto temuto in questi giorni di allarme radioattivo, risulta estremamente modesto. Dal Giappone nel 2010 sono arrivati soprattutto fiori e piante per un importo di circa 3 milioni di euro  e quantità marginali di semi oleosi (1,6 milioni), bevande alcoliche (1,6 milioni), oli vegetali (0,9 milioni), prodotti dolciari (0,9 milioni), pesce (0,7 milioni) e thè (0,3 milioni). Lo segnala un’analisi della Coldiretti, secondo cui le importazioni alimentari dal Giappone hanno raggiunto nel 2010 i 13 milioni di euro, appena lo 0,03% dell’import agroalimentare totale nazionale e non riguardano peraltro cibi a rischio radiazioni come la frutta.


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