FRUTTICOLTURA: Irrigazione, candele e ventilatori per prevenire le gelate tardive

Così i tecnici piemontesi cercano di proteggere albicocco, susino, pesco e kiwi
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Nell’areale frutticolo piemontese esistono zone nelle quali il rischio di gelate primaverili è piuttosto frequente: inoltre la rapida diffusione di talune specie, quali l’actinidia, anche in zone non sempre favorevoli per il verificarsi di frequenti gelate primaverili, ha indotto molti produttori a ricorrere a metodi di difesa antibrina.
Allo scopo di utilizzare al meglio i diversi sistemi di difesa, risulta fondamentale una conoscenza della diversa tipologia di gelate che possono presentarsi alla ripresa vegetativa.
Gelata da irraggiamento: è determinata dalla veloce perdita di calore del terreno in quanto l’aria calda, più leggera, sale agli strati superiori anche solo a 10-20 m. Ciò si verifica nelle notti serene con debole presenza di vento (inferiore a 2 m/s) e con umidità meno del 30-40% (gelata primaverile).
Questa tipologia può venire controllata, entro certi limiti, in modo soddisfacente da tutti i sistemi di cui si tratterà più avanti.
Gelata da avvezione: è provocata dalla repentina invasione di correnti dai quadranti settentrionali (gelata invernale e primaverile). Quest’ultima risulta di più difficile controllo; in questo caso hanno scarsa efficacia i ventoloni e le candele.
Gelata da evaporazione: meno frequente ma assai pericolosa, avviene quando la pianta è bagnata (rugiada o pioggia) e l’umidità si abbassa velocemente (presenza di vento intermittente). In tale situazione si ha la cessione di calore dalla pianta all’aria con rapido abbassamento di temperatura del vegetale stesso.
Si tenga presente che nella realtà si ha sovente una combinazione dei diversi tipi di gelata, il che rende più difficile il successo della difesa.

 

METODI DI DIFESA
Difesa passiva. La difesa passiva trova una sua ragione solo per quanto riguarda le scelte operate preliminarmente riguardo alla corretta localizzazione dell’impianto in base alla specie ed alla varietà, l’adozione di barriere frangivento ecc.
Difesa attiva. I sistemi utilizzabili per la difesa attiva dalle brinate sono diversi, ma quelli che garantiscono una maggior efficacia sono quelli che utilizzano l’acqua come mezzo di difesa.
Ventoloni e candele possono fornire risultati solo in condizioni particolari (gelata per irraggiamento) e quindi utilizzabili solo nelle situazioni in cui risulti difficoltoso l’approvvigionamento idrico.
Per tale motivo di questi sistemi verrà dato solo un rapido cenno.

 

I VARI SISTEMI
Generatori di calore (candele antigelo). Sono costituiti da bidoncini ripieni di cera paraffinica disposti in numero di 300-350 per ettaro, con una distribuzione più concentrata sui bordi; presentano un’azione limitata a temperature di -4/-5°C e in assenza di vento (vedi foto 1).
Miscelatori d’aria (ventoloni). Sono costituiti da grosse pale montate su una torre di circa 11 metri ed azionate da un motore di 120-160 C.V. alimentato a gasolio o a gas (foto 2).
Il concetto su cui si basa questo metodo è quello di utilizzare l’aria più calda che si dovrebbe trovare negli strati più alti e di convogliarla sul terreno.
Un ventilatore da solo può coprire nelle condizioni ottimali una superficie compresa fra i 3,5 e 4,5 ha.
Negli ultimi tempi si stanno diffondendo “ventoloni” muniti di 4 pale e risulta che, pur riducendo in parte la rumorosità (sempre comunque superiore ai limiti di legge, salvo deroghe comunali), di fatto mantengono le medesime prestazioni dei modelli tradizionali. Per il corretto utilizzo e per stabilire il momento ottimale per l’accensione, è necessario poter rilevare in tempo reale, sia la temperatura a terra, sia la temperatura all’altezza del centro della pala. L’accensione andrà fatta nel momento in cui, per il principio dell’inversione termica, l’aria più calda tende a stratificarsi verso l’alto e l’aria più fredda verso il basso.
Sistemi che utilizzano l’acqua. Il principio fisico sfruttato per l’irrigazione antibrina diretta è quello che si basa sulla proprietà dell’acqua di liberare, passando dallo stato liquido allo stato solido, una notevole quantità di calore (80 cal/g), mantenendo gli organi vegetali ad una temperatura superiore alla soglia di sensibilità (-1° C).
Sistemi di aspersione sopra chioma (Sistema classico irrigatori a schiaffo). Il metodo universalmente più adottato e con maggiori capacità di difesa dalla brina è attualmente l’irrigazione a pioggia sopra chioma (foto 3 e 4). Generalmente un adeguato livello di protezione richiede da 3 a 4,5 mm/h di somministrazione di acqua sull’intera superficie (30-45 m³/h/ha), quantità che deve essere disponibile per tutta la durata dell’intervento.
Le distanze consigliate tra gli irrigatori per l’uso antibrina e variabili da coltura a coltura, vanno da 12×12 m, 16×15 m, 18x18ma 20×18 m con ugelli da 3,7 a 4,5 mm di diametro.
Se per il melo ed il pero sono più che sufficienti i suddetti apporti, per le drupacee e l’actinidia (con le attenzioni di cui si dirà in seguito) sarà necessario aumentarli e sicuramente rivolgersi a quegli irrigatori dotati di tempo di rotazione minore.
Per una corretta funzionalità dell’impianto antibrina occorre conoscere il giusto apporto di acqua necessario per la difesa di ogni singola specie, ed a questo scopo sono particolarmente importanti sia le dimensione del foro di uscita (proporzionalmente legato al quantitativo di acqua apportato) sia i tempi di rotazione dell’irrigatore.
Secondo l’esperienza maturata negli anni, negli areali piemontesi è consigliato l’utilizzo di questo sistema di protezione su albicocco e, salvo casi particolari, sul susino nella fase di fioritura. Su pesco occorre operare con attenzione in particolare nelle situazioni pedologiche che favoriscono la saturazione idrica del terreno. Sul kiwi, soprattutto nelle fasi fenologiche più precoci, l’accensione va fatta con un certo anticipo.
Durante l’utilizzo occorre prestare molta attenzione al vento: quando la temperatura è intorno a 0 °C (situazione questa molto pericolosa) e c’è presenza di vento, non conviene attivare subito l’impianto ma aspettare piuttosto che cessi il vento e quindi, appena si è ristabilita la calma, aprire l’impianto.
Impianto con microgetti statici o dinamici. Variante del sistema con irrigatori a schiaffo, nasce con lo scopo di risparmiare acqua riducendola a 25-35m3/ h/ha.
Questo tipo di impianto, in uso in alcuni appezzamenti negli anni passati, ha dimostrato costi superiori alefficienza discontinua nella prevenzione dei danni da gelo; per questo motivo attualmente viene raramente utilizzato.
Sistemi di aspersione sotto chioma. Si basa sugli stessi principi del sistema sopra chioma, ma non viene utilizzata la protezione esercitata dal ghiaccio; gli impianti sotto controllo da alcuni anni, hanno fornito risultati soddisfacenti, ma lo svantaggio di questo sistema è dato dal fatto che per un ottimo funzionamento occorrono quantitativi di acqua uguali o superiori al sistema precedente con gli stessi rischi di saturazione idrica del terreno.
Per un corretto utilizzo, bisognerà seguire le norme già descritte per i sistemi sopra chioma ed inoltre, visto che anche in questo caso, più si crea ghiaccio più si crea calore, lasciando già in autunno un buon manto erboso ed evitando la trinciatura dei residui di potatura (foto 5), per aumentare la massa gelata.

 

(*) L’autore è del Creso Consorzio di ricerca e sperimentazione per l’ortofrutticoltura piemontese.


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