Fauna selvatica

Di chi è la proprietà
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La caccia si svolge necessariamente in un ambiente territoriale e, a parte alcune forme marginali come, ad esempio, l’uccellagione o il tiro agli uccelletti da appostamento fisso, ha necessità di vasti spazi, dal che discendono inevitabilmente potenziali contrasti fra i cacciatori e quanti, come fin dall’antichità gli agricoltori, utilizzano lo stesso territorio per attività diverse, difficilmente compatibili quanto meno con una libera e, quindi, intensa attività venatoria, causa comunque di inconvenienti e danni.

Da res nullius…
Tralasciando le civiltà antiche (il diritto romano considerava tutti gli animali selvatici res nullius, cosa di nessuno, mentre le consuetudini germaniche ne facevano in qualche misura un’appendice del territorio nel quale vivevano), da quando la caccia ha perso in gran parte la sua originaria natura di attività diretta al sostentamento umano, che ne faceva una sorta di sia pure non codificato “diritto naturale” spettante ad ogni uomo, si è cercato a vari fini (incluso quello di creare privilegi a favore di singoli o di gruppi) di disciplinarla e, soprattutto, di collegarla ad altri istituti giuridici, facendone una delle forme della loro estrinsecazione.

In Italia, in epoca recente, si sono susseguiti due principi opposti, provocando sì nella disciplina venatoria dei mutamenti di un certo rilievo, ma non dei terremoti (in realtà il reato, fino al 1978 sconosciuto, del cosiddetto furto venatorio rappresentò per i cacciatori un autentico sconquasso, che diede luogo ad accese proteste anche da parte delle loro associazioni, ma si trattò di un istituto costruito, sulla base delle nuove norme, dalla dottrina giuridica e recepito poi dalla giurisprudenza, ma assolutamente non previsto dal legislatore, che ne rimase anzi non meno sorpreso ed interdetto dei cacciatori).

Il primo principio, assolutamente dominante nella legislazione del Regno e, fino al 1977, della Repubblica, è quello, di origine romana, che considera la selvaggina, “gli animali che formano oggetto di caccia e di pesca”, res nullius, cose mobili che non sono di proprietà di alcuno sicché “si acquistano con l’occupazione” (art. 923 del codice civile).

…a moderna regalìa
Radicale, quindi, la riforma apportata dalla legge-quadro venatoria nazionale 27 dicembre 1977 n. 28, che in sostanza recuperò, sia pure in forme moderne e democratiche in quanto finalizzate non alla istituzione di nuovi privilegi, ma, almeno in via di principio, al bene comune, l’istituto medioevale della regalia attraverso l’attribuzione della proprietà allo Stato, il nuovo principe. Difatti la legge del 1977 solennemente afferma all’art. 1 che “la fauna selvatica italiana costituisce patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelato nell’interesse della comunità nazionale”.

Principio ribadito parola per parola dall’art.1/comma 1 della legge-quadro del 1992, che si è limitato ad aggiungere all’interesse della comunità nazionale quello della comunità internazionale in ossequio all’affermarsi di nuove concezioni nei rapporti fra Stati e popoli (globalizzazione inclusa) e al fatto che l’Italia aveva nel frattempo aderito alla Convenzione di Parigi sulla protezione degli uccelli (la Convenzione è del 1950, ma l’adesione italiana – 24/11/1978 – è più tarda di quasi un trentennio) e che il 2 aprile 1979 aveva visto la luce a Bruxelles la Direttiva del Consiglio della Comunità europee per la conservazione degli uccelli selvatici.

Risale invece al febbraio 1971 la Convenzione relativa alle zone umide di importanza internazionale soprattutto come habitat degli uccelli acquatici, detta anche dal luogo della firma – in Iran – Convenzione di Ramsar (in questo caso l’adesione italiana è stata più sollecita: 14 dicembre 1976, nemmeno sei anni).

Il boom della fauna
Vi sono state, quindi, modifiche legislative (fra l’altro non vanno dimenticati i poteri attribuiti alle Regioni – trattandosi di materia attribuita dalla Costituzione alla “legislazione concorrente”, allo Stato compete solo la determinazione dei principi fondamentali), ma per quanto concerne il rapporto agricoltura-caccia, produttori agricoli-cacciatori, il mutamento principale, al quale si faceva riferimento in chiusura del precedente articolo (v. Terra e Vita 24), riguarda probabilmente, assai più delle norme (che pure hanno avuto il loro ruolo nella determinazione del fenomeno), la situazione ambientale, soprattutto la consistenza della fauna enormemente aumentata a partire, all’incirca, dall’ultimo decennio del XX secolo, in particolare per quanto riguarda i grandi ungulati, gli animali di notevole mole, e i cosiddetti “predatori” (lupi, volpi e, in alcune ristrette zone, orsi).

Alla luce di quanto si è detto l’uso del territorio resta fondamentale tanto per gli agricoltori quanto per i cacciatori sicché la possibilità di contrasto è insita nella realtà delle cose, nella natura delle rispettive attività (e poco importa, a questi fini, se l’una è attività di lavoro, l’altra ormai esclusivamente ludica).

Tuttavia nel contingente ci si può chiedere (sarebbe interessante svolgere una ricerca al riguardo) se il libero accesso dei cacciatori nei fondi agricoli rappresenti ancora la maggiore preoccupazione degli agricoltori, o se questi non siano invece oggi più interessati (negativamente, s’intende) ai danni provocati direttamente dalla fauna (dai cinghiali, dai daini, dai caprioli, dai cervi per le coltivazioni, dalle volpi, dai lupi e, del tutto marginalmente nonostante le pompature giornalistiche e mass-mediali, dagli orsi al bestiame e agli animali da cortile).
Il contenuto dei quesiti inviati a “Terra e Vita” legittimano il dubbio.


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