Farmaci nella giusta dose per la cura nelle stalle

Intervista a Ilaria Capua

E’ una delle cinque «Revolutionary Minds» del mondo balzata alla ribalta internazionale per l’identificazione del codice genetico del virus dell’aviaria e più recentemente dell’A/H1N1 responsabile dell’influenza dei suini, ma soprattutto per aver rotto gli schemi sull’accessibilità dei dati scientifici in favore di un più rapido intervento sulla salute pubblica.

Ilaria Capua, 43 anni, è un veterinario di una struttura pubblica, l’Istituto zooprofilattico delle Venezie,
una figura vicina al mondo agricolo che arriva a brillare sullo scenario internazionale. Per questo motivo ha recentemente ricevuto a Montalcino, in provincia di Siena, il premio «Casato prime donne» 2009, ideato da Donatella Cinelli Colombini.

Il primo allarme mondiale è suonato con la diffusione dell’influenza aviaria, ora si ripete con l’influenza A. È partita da un suino. Ma i suini e più in generale la zootecnia c’entra davvero con la nascita e la diffusione di queste malattie?
Tutti i virus pandemici umani (tre pandemie influenzali nell’ultimo secolo) emergono dal serbatoio animale, essendo l’uomo un primate umano e quindi di conseguenza facente parte degli ospiti naturali di questa catena di trasmissione.

L’aviaria è stata tenuta sotto controllo, anche grazie al suo lavoro, ma ora siamo di fronte a una possibile pandemia?
L’aviaria è molto diffusa nei Paesi in via di sviluppo, presente per esempio in Egitto: molte infezioni avvengono nei bambini, nel 50% letali. Il problema è tutt’altro che risolto, specialmente nei Paesi più svantaggiati. Nell’era globalizzata non si può pensare che una malattia rimanga confinata solo in un territorio e bisogna comprendere che occorrono politiche e strategie di intervento che tengano conto delle diversità esistenti nei sistemi di allevamento dei Paesi colpiti.

L’Unione europea, dallo scandalo Bse, ha attivato un sistema di protezione sempre più rigoroso. Ritiene che l’allerta comunitaria funzioni per individuare e isolare i focolai?
L’Unione europea ha stabilito una serie di regole condivise tra gli Stati membri e riguardano la lotta sia alle malattie degli animali sia a quelle trasmissibili agli uomini. Ma non è pensabile sperare che l’allevamento degli animali sia protetto da rischi di infezione. Le emergenze accadono, vengono gestite ma la cosa importante è la tutela del consumatore e la salvaguardia degli allevatori. Spesso il danno maggiore è fatto dalla cattiva comunicazione, ovvero poco precisa, superficiale e allarmistica.

L’Italia è deficitaria di prodotti zootecnici e importa ogni anno oltre un milione di bovini vivi. Ci sono pericoli per l’import?
In alcune Paesi terzi i costi di produzione sono più bassi, è ovvio quindi che gli standard di produzione sono diversi. L’Unione europea detta degli standard, anche per questi Paesi. Ma è chiaro che un prodotto autoctono italiano ha una diversa qualità.

La sicurezza ha costi elevati e i margini delle imprese agricole sono sempre più ridotti: quali sono le priorità irrinunciabili?
Irrinunciabile è la sicurezza dal punto di vista della tutela del consumatore. Il prodotto deve avere standard di qualità ineccepibili per la salvaguardia del consumatore, per quanto riguarda gli standard microbiologici. La salubrità dell’alimento è per me fondamentale.

Si parla di metodi naturali d’allevamento, di tradizione: oggi è possibile immaginare un allevamento che non faccia ricorso agli antibiotici?
Non ha senso un allevamento senza interventi farmacologici. Oppure senza l’utilizzo di vaccini perché si presuppone che una tipologia di allevamento completamente naturale sia più sana. In realtà i batteri patogeni sono comunque nell’ambiente, gli animali sono infettati. Per fare un esempio, sarebbe come tornare sui treni a carbone. Gli interventi veterinari negli allevamenti sono essenziali e sono sicuri purché vengano rispettate le regole di somministrazione e di sospensione del farmaco.

Gli allevamenti intensivi sono causa di maggiore emergenza di patogeni pericolosi?
I patogeni sono sempre emersi dal serbatoio animale, come la spagnola, quando gli allevamenti intensivi non c’erano. Sono necessari dunque per sfamare le persone ma vanno gestiti secondo le tecnologie e le conoscenze attuali. Anzi, oggi abbiamo più strumenti di lotta che dobbiamo usare, indipendentemente dal numero di capi in un allevamento.


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