Effetto manovre: Stalle, investimenti quasi a zero

Fiera di Montichiari, gli allevatori di bovini tra costi in aumento e nuove tecniche
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L’Imu turba i sonni degli allevatori di bovini da latte. Perché il ruolo degli edifici rurali in zootecnia è più incisivo che non negli altri settori agricoli. Ma anche perché, come hanno confessato gli imprenditori zootecnici presenti alla Fiera di Montichiari (Bs), genera incertezza: nessuno è ancora stato in grado di quantificare con esattezza il surplus di tasse che penalizzerà stalle e fienili. «So benissimo che si tratterà di una stangata – dice Giovanni Cominardi, 70 vacche in lattazione a Ghedi (Bs) – ma non è ancora stato possibile fare calcoli precisi».

Nel frattempo gli allevatori di bovini da latte sono alle prese con altri rincari, questi sì ben quantificati: «Il gasolio è aumentato del 25% – continua Cominardi – e questo ha immediate ricadute sul bilancio degli allevamenti. Prima di tuto perché rende più costose le attività foraggicole incidendo sull’irrigazione e sulla preparazione dei terreni; anche per questo io li lavoro a 15 cm e non faccio l’aratura. E poi perché rende più oneroso anche il lavoro del carro unifeed».

Di rilievo per i bilanci aziendali anche i costi dell’alimentazione degli animali: «L’anno scorso il trinciato di mais è aumentato del 25%, +800/1.000 euro per ettaro, e questo secondo me per la concorrenza del biogas, che ne ha ridotto la disponibilità. A mio avviso la diffusione del biogas ha innalzato anche il costo degli insilati di frumento e di sorgo». Più in generale secondo Danilo Lorenzoni, presidente della stalla sociale La Serenissima di Calcinato (Bs), nel 2011 i costi alimentari sono diminuiti, del 15% circa, «ma dall’autunno scorso stiamo registrando un +15% che ci fa tornare ai livelli del 2008-2009».

Certo, l’aumento dei costi di produzione è contemporaneo a quello dei prezzi all’orgine, come sottolinea ancora Cominardi: «Il mio latte, destinato a Grana padano, dovrebbe ottenere un prezzo più alto che in passato, spero sui 0,50 cent/litro, si saprà in aprile».

Ma la ripresa dei prezzi può non essere sufficiente per permettere lo sviluppo dell’azienda: «È impossibile per me come per molti altri produttori di latte fare investimenti, acquistare nuovi macchinari, perché nel recente passato la nostra attività non ha avuto margini: redditi in rosso dal 2000 sino al picco negativo del 2009, con l’eccezione del 2007. Dal 2010-2011 i ricavi vanno un po’ meglio, ma non abbastanza per chiudere la voragine creata dai nove anni di margini negativi. Per questo non possiamo ancora permetterci spese importanti».

La minima lavorazione dei terreni destinati alla foraggicoltura è la contromisura anche di Gianni Fusi, 100 vacche in lattazione a Calcinato (Bs), 15 ettari a mais, 13 a frumento da insilato, 8 a loietto: «Prepareremo il terreno di queste colture lavorando a 15 cm, senza aratura né erpicatura, così spenderemo un terzo del normale. E con questo risparmio potremo acquistare macchine per la lavorazione del terreno, che non costano molto (sugli 8-10mila euro) e che ci permetteranno di evitare il ricorso ai contoterzisti».

Un altro tipo di risparmio energetico dell’azienda Fusi è quello permesso da un dispositivo per il recupero calore dal raffeddamento del latte, per ottenere acqua calda utile per lavare frigo e impianto di mungitura. Mentre sembra ancora irrealizzabile la razionalizzazione del costo della manodopera che sarebbe permessa dall’adozione del robot di mungitura: «Questa macchina noi la acquisteremmo, ma il suo utilizzo non è consentito dal disciplinare del Grana padano: i responsabili del consorzio dovrebbero riflettere su questo divieto, il robot è nel futuro delle aziende da latte».


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