Duro, un’incognita chiamata Canada

Dai flop europei sulle piazze africane alla spartizione delle quote del vecchio Cwb
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Il panorama del grano duro mondiale, dopo le ultimissime revisioni delle statistiche soprattutto in aree difficili da stimare come il Nord Africa e le ex Repubbliche sovietiche, sembra essere definitivo.

Alla luce degli ultimi dati e dell’evoluzione del comportamento degli operatori, cerchiamo di capire se, come nel 2008/09, si concretizzerà un inizio di campagna progressivamente in distensione o, citando un detto popolare, “se un anno di carestia farà 13 mesi”.

Secondo i dati Igc (International Grain Council) pubblicati a febbraio per la campagna 2011-12, la produzione si consolida sui 36,4 milioni di t, decisamente meglio di circa 1,5 mio/t rispetto al 2010/11, ma sempre inferiore ai consumi che negli ultimi quattro anni si sono stabilizzati attorno ai 37 mio/t (fig. 1).

Se i consumi eccedono per il secondo anno consecutivo le produzioni ed essendo il grano duro un cereale difficilmente sostituibile (come materia prima di pasta, cous-cous, bulgur e pane di semola), è lapalissiano che ci si trovi oggi con stime di scorte finali al giugno 2012 in lieve calo anche se prossime a valori rassicuranti già visti nel 2008 e nel 2010.

Tuttavia, se andiamo a vedere cosa ci attende da luglio 2012, base l’aumento delle superfici in Europa e un prevedibile ritorno del Nord-America al suo ruolo di grande produttore e “direttore” degli equilibri mondiali, l’orizzonte si rasserenerà e non di poco (fig. 2).

Gli Usa dopo il nefasto 2011 (dimezzamento della produzione) e il Canada a confermare i volumi del 2011, assieme a un rivitalizzato Messico, andranno a produrre nuovamente oltre 9,5 milioni di t con rientro dell’attuale emergenza in Usa, ove i prezzi sono ancora molto sopra la media, e un sensibile incremento dell’offerta di prodotto su mercati internazionali che a loro volta non sono rimasti a guardare. Il Nord Africa e l’Europa hanno incrementato le semine e, salvo calamità dell’ultimo minuto, si accingono a tornare a produzioni che li renderebbero meno dipendenti dalle importazioni da Canada, Usa, Messico e Australia.

In Europa, elaborando i dati statistici, emergono alcune interessanti direttrici sull’evoluzione del mercato, nonostante l’annata non sia iniziata con i migliori auspici soprattutto a livello delle alternative di approvvigionamento mondiali: una per tutte gli Usa che da esportatori sono diventati temporaneamente “dipendenti” dalle forniture canadesi.

 

EXPORT EUROPEO

Primo aspetto interessante (fig. 3 e fig. 4) è riferito all’attività di esportatore dell’Europa e dell’Italia. Negli ultimi anni si era assistito a una vera escalation dell’export dai paesi comunitari verso il Nord Africa con Spagna, Francia e Italia ad affinarsi come operatori in grado di creare ad arte (miscelando grani esteri con il nazionale) quanto richiesto oggi dalla Tunisia (media qualità merceologica) e domani dalla più esigente Algeria.

Dallo scorso luglio le prospettive per gli operatori comunitari di rielaborare ed esportare quanto da loro acquisito nei primi mesi del 2011 sono via via scemate a causa dell’atteggiamento più guardingo dei paesi del Maghreb e soprattutto della sempre più spregiudicata strategia commerciale del Canada, da mesi indiscusso vincitore delle aste tunisine e algerine.

 

COPERTURE CORTE

Secondo aspetto interessante, sempre condizionato dall’aggressività canadese, la crescente volontà degli utilizzatori di ridurre le coperture in semola e (a cascata) di grano duro. Questo cambio della domanda è stato ostile a mantenere ampie coperture di grani esteri e gradualmente la domanda dei molini sud europei si è sempre più rivolta al mercato nazionale.

Se l’import da paesi terzi cala è evidente che anche le scorte finali di una regione deficitaria come l’Europa calano… ma questo fenomeno non ha portato a un aumento dei prezzi. Il perché tra qualche istante.

Ultimo aspetto è l’evoluzione delle superfici di semina e i dubbi su possibili danni occorsi nelle ultime settimane. Se le superfici sono aumentate a livelli comunitario, con picchi in Italia e Spagna, la siccità in alcune aree del Sud della Spagna e gli allarmi lanciati dagli agricoltori francesi del Sud sarebbero al momento compensate dalle più che trionfali notizie dal sud Italia ove pioggia e neve hanno fatto tornare il sorriso a molti operatori ed utilizzatori.

 

PREZZI IN CALO, PERCHÉ

Ecco smascherato una possibile ragione del perché i mercati, sconfessate le voci di una ripresa delle quotazioni a gennaio-febbraio, sono oggi abbastanza lassi con ulteriori segnali di calo. Manca la (attesa) domanda per miscelare e riesportare, gli utilizzatori finali (pastifici) sono preoccupati di crolli dei prezzi del grano sotto le bordate degli sconti canadesi e, più in generale, tutti i molini e i commercianti si aspettano un’ottima produzione italiana 2012 e pertanto, come si dice, l’industria si “sta macinando le scorte”.

 

DIETRO L’ANGOLO

Accennato ad alcuni fattori che hanno di recente influenzato i mercati europei e italiano, cosa ci aspetta dietro l’angolo?

Tornando per un attimo a livello mondiale, lo scenario che si va definendo è altamente a rischio in quanto si stanno riverificando molti fondamentali della grande crisi 2007: scorte al giugno 2012 in diminuzione e attesa per raccolti in forte aumento… Naturalmente sempre che le condizioni di semina in Nord America e l’andamento agronomico mondiale siano nella media.

E se qualcosa andasse storto? Meglio non pensarci e basare le riflessioni su quello che, ad oggi, è “certo”. E certamente avremo un aumento delle superfici in Usa (ritorno alla media degli ultimi anni) e Canada, con il Messico a influenzare i mercati internazionali del prossimo giugno-agosto e l’Australia che, ormai da un decennio, si inserisce con le sua modesta (in volume) ma ottima (in qualità) produzione per consegne gennaio-aprile 2013. In poche parole guardando con occhi da “media” su tutti i fattori produttivi e climatici, il 2012-13 dovrebbe essere un’annata tranquilla con progressivo ritorno alla normalità su tutti i fronti.

La sola vera incognita sarà, dal 1° agosto 2012, la contemporanea fine del “monopolista” Canadian Wheat Board (Cwb) per dare vita ad un “nuovo Cwb” con le vesti di una trading company privata: il passaggio da ente para-goverantivo a società privata è stato definito in cinque anni, ma il cambiamento è già iniziato da mesi (v. box).

 

QUESTIONE DI PERCEZIONE

E l’Europa e l’Italia come si inseriscono in questo contesto a tinte tenui? In momenti di forte cambio dei fondamentali da una situazione 2011 semi-esplosiva a uno scenario 2012 a dir poco rilassante, il vero concetto da capire è cosa “percepiscono” domanda e offerta: in poche parole come pensano di atteggiarsi da qui al nuovo raccolto le cosiddette controparti commerciali.

Se è arduo stimare la produzione di duro, principalmente coltivato in aree non irrigue e a elevato rischio climatico, ancor di più lo è capire le dinamiche di un mercato delle semole e dei prodotti finiti sempre più dipendente da fattori economici come la perdurante crisi che (ringraziamo) finora ha colpito solo marginalmente l’agroalimentare.

Detto questo, la domanda odierna dell’industria non andrebbe oltre il mese (di produzione), mentre l’offerta sarebbe disposta a cedere quanto resta ancora del raccolto 2011, non disprezzando qualche “sconto di fine stagione”. Se questa è l’aria “viziata” che si respira oggi in Italia e mezza Europa, figuriamoci quando si aprono le finestre sul 2012: si percepisce una brezza di sconforto nell’offerta che ringrazia chi oggi le offre quotazioni al limite della sopravvivenza (nda: pareggio di bilancio per ettaro) e con un salto di campagna di 15-20 €/t.

Se l’Italia, la più deficitaria componente europea, quasi piange, la restante parte dell’Europa non ride. Nelle eccedentarie Francia e Spagna permane il rischio di cali di rese a causa di avverse condizioni climatiche, ma la prospettiva di migliori prezzi è minacciata dalle attuali politiche di prezzo del Canada e dal fatto che da fine luglio, con la fine del colosso canadese, ci troveremo nel mezzo di una guerra commerciale tra vecchi e nuovi operatori per spartirsi le quote di mercato del Cwb, anche a rischio di perdere qualcosina all’inizio; in altre parole, la concorrenza dell’offerta estera sull’Europa o sui paesi del Maghreb, per l’export comunitario sul Nord-Africa sarà a dir poco feroce.

 

IL PREZZO DEL TENERO

Infine, una riflessione sul prezzo del grano tenero: in Europa la pasta si produce anche con grano duro. Nel “Bel paese” il limite per il tenero è al 3% e il differenziale di prezzo tra duro e tenero è oggi sui 50 €/t, ergo tutti potrebbero cercare di limitarne al massimo (di legge) l’utilizzo. Solo in Italia una scelta “scientifica” di utilizzo in miscela di macinazione del 2-3% di tenero, ridurrebbe i consumi annuali di duro di un 100-150 mila t…e forse anche per questo, un anno di carestia potrebbe davvero fare 13 mesi.


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