DOSSIER MANGIMI

Fonti proteiche alternative e la redditività migliora
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Nell’ambito del progetto interregionale RInnova ProVe (www.crpa.it/proteiche), coordinato dal Crpa, una delle attività svolte ha riguardato la verifica della sostenibilità tecnica ed economica dell’introduzione di fonti proteiche alternative alla soia (farina di estrazione – f. e.) nelle razioni alimentari delle aziende bovine da latte.

In particolare, l’obiettivo è stato la valutazione, attraverso modelli di simulazione, degli effetti economici in tre gruppi di aziende, dimostrative nell’ambito del progetto (tabella 1), presenti in tre aree: Lombardia (Cremona), Friuli–VeneziaGiulia e Puglia.

RAZIONI NON STRAVOLTE
La valutazione delle razioni e le variazioni da apportare sono state realizzate con il supporto del dipartimento di Morfofisiologia e produzioni animali dell’Università di Bologna. Le modifiche introdotte hanno sempre considerato i limiti fisiologici degli animali (ottimizzazione della razione) e sono state calcolate per mantenere il livello produttivo rilevato nelle stalle, sia i termini di qualità di latte prodotto che di titolo proteico.

Sulle razioni, che hanno sempre evidenziato un cospicuo uso di mangime, si sarebbe potuto intervenire in modo più incisivo. Si è invece preferito non stravolgere completamente la loro composizione, anche nel rispetto della dotazione di alimenti dell’azienda. Per questo non è sempre stato possibile eliminare la soia f.e. dalle diete. Le scelte operate nelle simulazioni hanno tenuto conto in particolare della vocazionalità territoriale verso determinate colture, con l’intento di favorire la produzione nazionale di proteina vegetale.

Questo è accaduto in Lombardia, dove gli animali sono più produttivi ed è irreale pensare di utilizzare più di 3 kg di pisello proteico per capo/giorno; per questo, quando è statoeliminato il mangime una quota di soia f.e. è entrata nella razione.

Lo stesso in Friuli-Venezia Giulia, perché utilizzando la soia integrale è bene non superare i 2 kg/capo/giorno, altrimenti il titolo lipidico raggiunto dalle diete può interagire con la qualità del latte.

Le diete impiegate nei campioni di aziende oggetto di studio sono state riportate in tabella 2, insieme agli interventi di ottimizzazione realizzati.

Va poi tenuto presente che la composizione delle razioni rilevata è quella media annuale, quindi gli interventi sull’alimentazione sono riferiti a questa razione media e applicata solo alle vacche in lattazione. La dieta della rimonta non ha subito alcuna modifica.

L’ANALISI ECONOMICA

Le modifiche alle razioni indicate in tabella 2 sono state applicate ai campioni di aziende oggetto di studio per capire se rispetto alla situazione di partenza relativa al 2006 tali interventi avrebbero determinato un aumento o una riduzione dei costi di produzione e/o della redditività. Per avere un quadro più completo, la simulazione è stata ripetuta con le quotazioni degli alimenti zootecnici registrate nel 2007, per valutare anche l’impatto dell’aumento dei prezzi avvenuto proprio in quell’anno.

In tabella 3 sono riassunti i risultati ottenuti nei due anni considerati, riferiti al costo della razione giornaliera delle singole bovine nelle diverse aree di indagine, ottenuti lavorando, come spiegato in premessa, su due fronti: ottimizzando la razione in funzione dei reali fabbisogni degli animali e inserendo materie prime diverse dalla soia senza che queste incrementino i costi.

Il risultato è interessante perché evidenzia la tendenza alla riduzione del costo in tutte e tre le regioni anche se con livelli di impatto molto diversi. Per il 2006 in Lombardia sono stati calcolati margini potenziali di miglioramento, inteso come contenimento dei costi, del 19,3% sulla razione giornaliera per arrivare a valori di riduzione molto simili per Friuli e Puglia intorno al 4,3-4,5%. La tendenza alla riduzione si ripete anche nel 2007: nonostante incrementi del costo della razione del 20-30%, le potenzialità di risparmio sono state calcolate nell’ordine del 10% in Lombardia e del 3% in Friuli, mentre l’ottimizzazione non ha praticamente avuto effetto in Puglia.

Le differenze in termini di costi tra le diverse razioni si riducono se il confronto viene fatto utilizzando il costo unitario per kg di latte prodotto (tabella 4). In particolare queste sono minime tra Lombardia e FriuliV. G., pur partendo da notevoli diversità produttive e genetiche, mentre resta consistente la differenza con le aziende pugliesi, in cui i costi unitari sono decisamente più elevati.

Se, come abbiamo visto, l’ottimizzazione della razione arriva a determinare, come nel caso della Lombardia, un ipotetico risparmio del 19% sul costo della razione, bisogna capire come questa variazione realizzi un impatto sui costi di produzione complessivi per kg di latte prodotto, e quindi sulla redditività per unità di prodotto e complessiva delle aziende.

Applicando le variazioni descritte in precedenza al bilancio aziendale delle singole aziende, e mettendo a confronto le medie aziendali nelle diverse regioni analizzate, si osserva che in tutti e tre i casi l’ottimizzazione delle razioni e la sostituzione di alcuni alimenti determina, nell’ipotesi che tutti gli altri parametri tecnici ed economici restino invariati, una riduzione dei costi di produzione. Questa è stata valutata pari al 4,5% in Lombardia, all’1% in Friuli e all’1,7% in Puglia. Di conseguenza si ha una riduzione del costo netto di produzione (tabella 5). Trattandosi essenzialmente della diminuzione di un esborso monetario, tutti gli indicatori di reddito aziendali ne traggono beneficio: dall’incremento della remunerazione oraria del lavoro (dal +3,9% al +22%) all’aumento del reddito familiare, che cresce del 3,4% in Friuli e del 28% in Lombardia.

OTTIMIZZARE SI PUÒ
Queste analisi mostrano quindi che nelle aziende da latte italiane c’è molto spazio per ottimizzare le razioni delle bovine, anche ponendo come vincolo una riduzione dell’utilizzo della soia (farina di estrazione), ottenendo una tendenziale riduzione dei costi di produzione e un miglioramento degli indicatori di reddito. L’impatto può però portare a risultati notevolmente diversi a seconda della realtà produttiva in cui si opera e con il variare delle quotazioni delle materie prime nel corso del tempo.


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