DOPO FUKUSHIMA: «Radioisotopi sotto controllo»

Nei campi italiani non c’è rischio radioattività. Parla Ettore Capri, esperto dell’Efsa
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Sindrome da Fukushima: la paura della contaminazioni raggiunge anche le nostre latitudini.Mail timore è fondato o no?
Ne parliamo con Ettore Capri dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, docente di contaminanti e valutazione del rischio negli alimenti, direttore del centro di ricerca sull’agricoltura sostenibile Opera ed esperto dell’Efsa. La facoltà di Agraria piacentina con il suo laboratorio radioisotopi, di fatto, studia questi fenomeni sin dagli anni ottanta.
Professore, cosa sappiamo degli isotopi radioattivi?
Come dice il nome, sono sostanze che producono radiazioni ionizzanti e quindi con alta probabilità producono tumori oltre una certa dose di esposizione.
Però, e non è da poco, sono le sostanze più conosciute nell’ambito tossicologico ambientale perché sono prodotte non solo dalle attività nucleari e belliche, ma anche in seguito alle attività minerarie e se ne fa uso medico.
Disponiamo quindi di studi epidemiologici di lunga data, usiamo gli isotopi radioattivi per la diagnostica e terapia medica, sono tra i pochi contaminanti dove la relazione dose-effetto è quantificabile con certezza.
I più comuni isotopi, nel caso dei disastri come quello avvenuto in Giappone, interessanti dal punto di vista ecologico sono gli isotopi instabili dello iodio e del cesio. Il primo perché può essere velocemente organicato nell’uomo nella tiroide, ma per fortuna si dissipa anche velocemente (qualche giorno), il secondo perché viene traslocato nelle piante e ha una persistenza elevata (qualche anno).
La contaminazione in Italia sarebbe improbabile: lo può confermare?
Gli inquinamenti e i danni sono improbabili. Le contaminazioni ci saranno perché, ricordiamo, stiamo parlando di sostanze che hanno un effetto ambientale globale, vuol dire che un piccolo incidente atomico in un emisfero si misura nell’altro emisfero perché le nostre tecniche analitiche sono talmente sensibili da misurare concentrazioni infinitesimali nelle matrici abientali. Attenti però che una contaminazione non necessariamente diventa inquinamento sebbene avvengano in successione.
C’è una rete di sorveglianza in Italia? Come funziona l’eventuale allerta?
La storia umana in questo caso non si scorda e sul territorio internazionale vigila l’agenzia atomica dell’organizzazione mondiale della sanità (Iaea-Who) e, in Italia, abbiamo una rete di agenzie che operano in più di 20 località dislocate in modo omogeneo sul territorio nazionale.
Ad esempio, in Emilia-Romagna il centro di eccellenza, davvero eccellente, è dislocato a Piacenza presso l’Arpa. I campioni alimentari sono prelevati alla produzione e consumo e l’allerta è immediata bloccando i prodotti nelle varie fasi della produzione e commercializzazione.
I dati del passato cosa dicono? Che esiste un background naturale che ha raggiunto i minimi storici dopo l’evento di Chernobyl. La rete dei controlli è talmente ben strutturata che ci permette d’identificare anche eventi atomici lontani (vedi armamenti nucleari nei Paesi in via di sviluppo) e lo stato di salute dell’ambiente. La rete dei controlli funziona bene garantendo sicurezza per i consumatori.
Eppure lei suggerisce di intensificare i controlli sulle colture agrarie: perché?
Le piante sono dei bioconcentratori d’inquinanti gassosi presenti in aria. Maggiore è la superficie di contatto, maggiore è il tempo di contatto, maggiore sarà questo effetto. Qualche esempio: prati, colture di cereali, colture volgarmente chiamate “a foglia larga”. Sebbene siano infinitesimali le contaminazioni, potrebbe esserci un effetto moltiplicativo sulle colture. Questo non vuol dire un rischio per il consumatore, ma può interessare coloro che nell’agro-alimentare rincorrono l’utopia delle concentrazioni zero dei contaminanti negli alimenti. Senza polemica.
Con la permanenza in campo delle colture si rischia un accumulo di radioattività? Cosa implica per i prodotti freschi, i trasformati e il latte?
Nelle colture agrarie si tratta di una bioconcentrazione naturale che avviene di norma con tutti i contaminanti gassosi e i contaminanti. Non c’è rischio. I prodotti alimentari derivanti dai livelli ecologici trofici superiori come il latte, la carne ed i suoi trasformati possono produrre un fattore e concentrarlo in quota maggiore, ma è prevedibile che si tratti sempre di concentrazioni molto basse e lontane da un allarme sanitario.
È probabile un accumulo lungo la catena trofica soprattutto nell’ambiente acquatico prossimo all’incidente.
Quali sono i livelli soglia?
Ulteriore fattore di sicurezza unico nel panorama dei contaminanti alimentari è l’uso di livelli soglia dinamici in funzione dell’esposizione integrata ambientale e alimentare. Si considerano tutti i contaminanti radioattivi e i singoli. Grazie alla rete internazionale e nazionale si può intervenire in modo perentorio, modificando i livelli soglia e aumentando il livello di sicurezza dei consumatori.
Si può registrare anche un accumulo nel terreno? Quali sono i tempi di decadimento?
Ad oggi, con i dati disponibili, è da escludere nei nostri campi. Come dicevo, a rischio sono le aree prossime alla centrale e le specie ittiche. Contaminazioni così basse vengono fortemente tamponate dall’ecosistema agrario-forestale, soprattutto se costruito su un’agricoltura sostenibile.
Anche in assenza di incidenti, nelle vicinanze delle centrali nucleari l’incidenza delle leucemie dei bambini sarebbe sei volte superiore alla media. Che ne pensa?
Penso che se vogliamo credere che i bambini sono portati dalle cicogne la statistica ce lo può dimostrare. Analizziamo sempre i dati prima di esprimere giudizi.
Se incerti andiamo alla fonte della notizia: riproducibilità dei dati, trasparenza delle fonti dell’informazione, consistenza scientifica degli studi, assenza di conflitti d’interesse di chi promuove queste iniziative comunicative. Mi dia queste informazioni, sarò pronto poi a risponderle.


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