Diritti di caccia e proprietà. Così sono protetti in Europa

Solo in Italia la funzione sociale prevale sulle esigenze del lavoro agricolo
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A chiusura della nostra breve escursione nel mondo del rapporto trilaterale e spesso conflittuale agricoltura-fauna-caccia e della sua regolamentazione giuridica può riuscire interessante una pur sommaria panoramica di come questo rapporto sia disciplinato in alcuni dei principali paesi dell’Europa occidentale.

Una ricerca che ci riporta anzitutto da dove siamo partiti, al valore sociale della caccia, più o meno riconosciuto in tutti i paesi, ma in termini assai più moderati che in Italia.

Libero accesso
Nel nostro Paese, infatti, il libero accesso dei cacciatori nei fondi agricoli (art. 842 del codice civile) viene collegato (e così giustificato) ai limiti che possono essere apposti alla proprietà privata “allo scopo di assicurarne la funzione sociale” (art. 42 Cost.) sulla scorta di una vecchia decisione della Corte costituzionale (n. 57/1976 ). Secondo quest’ultima “Data l’essenzialità della facoltà di spostamento prevista dall’art. 842 cod. civ. ai fini dell’effettivo esercizio del diritto di caccia e l’utilità sociale che nell’esercizio stesso è connaturata, è evidente che mentre la facoltà suddetta si palesa razionalmente insopprimibile, l’eventuale facoltà di ingresso in un fondo altrui per esercitarvi invece attività artisticoculturali (concretantisi, nella specie, nel fotografare animali vaganti) non riveste un parallelo carattere di essenzialità”.  È, quindi, interessante rilevare che, pur se dappertutto l’attività venatoria è considerata un fenomeno d’interesse pubblico per l’impatto che, in bene e in male, ha sull’ambiente, e che va disciplinato, ma non vietato, soltanto in Italia si attribuisce una rilevanza sociale addirittura prevalente sulle esigenze del lavoro agricolo e sul diritto di proprietà al desiderio dei cacciatori di entrare in terreni ai quali sono giuridicamente del tutto estranei per praticarvi il loro hobby socialmente utile.

Libertà teorica
In Francia
, per molti aspetti il paese sotto questo profilo più simile all’Italia, la materia è disciplinata da una legge recente (la n, 2000/698 del 28 giugno 2000), totalmente confermativa sul punto della legislazione precedente, che per lunga tradizione considera il diritto di caccia come rientrante, in linea di principio, nel diritto di proprietà, costituendone una della facoltà che lo compongono.

Di conseguenza, il proprietario è libero di autorizzarne o meno l’esercizio sul proprio terreno. Tale principio finisce tuttavia per avere carattere più teorico che concreto, perché le limitazioni che lo incorniciano hanno l’effetto di determinare un notevole avvicinamento della situazione francese a quella italiana. Difatti nei comuni dove venga istituita una “associazione di caccia” (obbligatoria in tutti i comuni dei 29 dipartimenti rientranti in un apposito elenco predisposto dal ministro competente, ma possibile anche negli altri) viene trasferito all’associazione l’esercizio del diritto di caccia sui terreni inclusi nell’ambito territoriale di sua competenza, salva l’opposizione (da proporre alla prefettura territorialmente competente) dei proprietari, che però non potranno in tal caso ottenere la licenza di caccia (l’opposizione è, difatti, giustificata dalle convinzioni personali dell’opponente contrarie alla pratica venatoria).

Nei territori attribuiti alle associazioni di caccia l’ingresso dei cacciatori può essere impedito anche con la chiusura del fondo, più o meno come accade in Italia.

Comunità autonome
Abbastanza simile, soprattutto per quanto riguarda il principio dell’inclusione del diritto di caccia in quello di proprietà (al quale va riconosciuta valenza europea con l’eccezione italiana), la situazione in Spagna, dove tuttavia un esame unitario del fenomeno venatorio e dei rapporti con l’agricoltura è reso più arduo dal fatto che alla normativa nazionale, risalente al 1970, la Costituzione ha affiancato la competenza delle “comunità autonome”, la cui potestà normativa in materia sembra essere assai più incisiva di quella attribuita alle nostre regioni ordinarie.

Anche in Spagna, come in Francia, pur se non negli stessi termini, la connessione del diritto di caccia con quello di proprietà subisce eccezioni e limitazioni. Fermo il principio che il proprietario può praticare la caccia sul proprio terreno o anche, se non intende farlo personalmente, cederlo a terzi eventualmente dietro compenso, è però necessaria la disponibilità di una estensione minima, che la legge nazionale fissa in 250 ettari per la piccola selvaggina e in 500 per la grossa (i proprietari di aree minori possono associarsi per raggiungere la superficie prescritta).

Tuttavia anche in Spagna nei territori inclusi dall’amministrazione nelle zone di libera caccia il proprietario per vietare l’accesso dei cacciatori deve, a seconda dei casi, o recintare il fondo o tabellarlo in modo da indicare chiaramente il divieto di caccia.

Responsabili dei danni
Per di più (evidentemente si tende – come in Italia – a scoraggiare il divieto) il proprietario che si avvale della facoltà di divieto è responsabile dei danni arrecati alle coltivazioni altrui dalla fauna appartenente a specie cacciabili proveniente dal suo fondo.

Infine in molte comunità autonome sono previsti terreni cosiddetti “sociali” destinati a facilitare la pratica venatoria ai locali, ma la comunità deve avere la disponibilità del relativo diritto di caccia o perché proprietaria del terreno o per averla ottenuta dal proprietario.


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