Diossina, allarme made in Germany

Sequestrate 3.000 t di mangimi. L’Italia: non li abbiamo importati. Uova nel mirino
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Era da circa un anno che i mangimi alla diossina circolavano in Germania destinati in quantità industriali agli allevamenti avicoli e suinicoli secondo quanto è stato riferito all’Ue dal governo federale tedesco che ha fatto la comunicazione di allerta. Ma solo dopo Natale il ministero dell’agricoltura della Bassa Sassonia ha deciso di attuare misure cautelative sulla base dei risultati delle analisi disponibili sin dal mese di marzo 2010. La diossina è una sostanza altamente cancerogena, come ampiamente dimostrato in letteratura.
In pochi giorni le autorità federali tedesche hanno aggiunto altre misure e in particolare circa 4.709 allevamenti (su 375.000 esistenti) sono stati chiusi per timore che, oltre alle uova, possano essere stati contaminati anche la carne di maiale e il latte. Dei 153 allevamenti situati nella regione dell’Emsland, in Bassa Sassonia, 15 sono infatti specializzati nella produzione di latte e altri 31 in quella di mucche e vitelli.
La paura preoccupa gli allevatori, che vedono profilarsi una nuova crisi, ma anche i consumatori ai quali viene assicurato comunque che i prodotti contaminati sono stati eliminati dal mercato. A gettare acqua sul fuoco in Italia è intervenuto lo stesso ministro della Salute Ferruccio Fazio che ha precisato che «le uova italiane sono assolutamente sicure e non abbiamo importato mangime dalla Germania». Per quanto riguarda latte e carne, «abbiamo già scritto ai produttori per aggiungere ai controlli la valutazione sui livelli di diossina». La vicenda, secondo Fazio, conferma comunque la bontà della strategia italiana sull’etichettatura.
A tranquillizzare i consumatori italiani è intervenuta anche la Coldiretti: «Dal 2004 è in vigore per le uova un sistema di etichettatura obbligatoria che distingue la provenienza e il metodo di allevamento ». Sulle uova è stato introdotto a livello comunitario un codice: il primo numero indica il tipo di allevamento (0 per biologico, 1 all’aperto, 2 a terra, 3 nelle gabbie), la seconda sigla lo Stato in cui è stato deposto (es. IT), seguono il codice Istat del Comune, la sigla della Provincia e, infine, il codice distintivo dell’allevatore.
Si aggiungono le categorie (A e B a seconda che siano per consumo umano o industriale) per indicare il livello qualitativo e di freschezza e le classificazioni in base al peso (XL, L, M, S).
Secondo la Cia occorre evitare nel nostro Paese gli allarmismi in quanto i controlli in Italia funzionano e si deve evitare un effetto psicosi tale da danneggiare il settore agricolo.
Confagricoltura teme le ripercussioni sull’export e segnala che «mentre in Germania la contaminazione è circoscritta e si sono adottate precise misure per proteggere i consumatori, Slovacchia e Corea del Sud hanno sospeso le importazioni di uova e avicoli tedeschi mentre la Russia ha rafforzato i controlli sull’import di carne Ue».
E Copagri: «sappiamo bene che nell’era della globalizzazione non si possono escludere importazioni di prodotti manipolati da chi non ha nulla a che fare con l’agricoltura e con il made in Italy; occorre fermezza nella repressione ».


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