Crisi e Giovani: L’allevamento? Molti resistono

Scarso appeal della zootecnia per ventenni e trentenni, ma la passione prevale
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La parola è Neet (not in employment, education or training). Non lavorano, non cercano un impiego e non studiano. Sono 2,1 milioni, circa un quarto dei giovani italiani under 30: disoccupati, precari, scoraggiati come certifica il rapporto Istat 2010.
Hanno perso la speranza. Con un tasso di disoccupazione superiore alla media europea di 3,7 punti, e con il crollo, all’opposto, del tasso di occupazione (13,2%) dal 2008 al 2010, oltre sei volte la media della popolazione in età da lavoro. Chi poi trova lavoro, per metà ha in mano contratti a termine. Gli altri, rispetto a 15 anni fa, hanno molte meno chance di conquistare ruoli qualificati. Una parte, da tempo, emigra all’estero.
Poi ci sono le donne, circa 800 mila casalinghe forzate per motivi familiari (gravidanza anzitutto), ormai un pilastro del welfare.
Questo è lo spaccato, freschissimo, del Paese. E l’agricoltura? Spesso (non sempre) i giovani restano come dimostrano le interviste che seguono.

B.T.

 

 «Oggi il costo dell’alimentazione dei bovini da carne è molto più alto che non nel 2010. E il prezzo della carne italiana è diventato più basso della media europea, mentre in genere è superiore; in più siamo in vista del calo dei consumi che si verifica sempre d’estate. Insomma, noi allevatori di bovini da carne andiamo facilmente in perdita, alcuni mesi guadagnamo, altri no; ed è evidente come questa incertezza induca molti giovani ad allontanarsi dall’allevamento ». Così Alberto Pace, 31 anni, che assieme al padre Luigi alleva più di mille bovini da carne a Lonigo (Bs), mette a fuoco lo scarso appeal che oggi la zootecnia esercita tra i giovani.
Se la tua attività, spiega Pace, «deve essere contrassegnata da una redditività non sicura, è chiaro che molti giovani vengono dissuasi. Nella mia zona molti giovani allevatori, così come faccio io, “tengono duro”, anche grazie a una mentalità agricola molto radicata, che ti lega alla terra e alla famiglia… diversa dalla mentalità per esempio degli industriali, per molti dei quali sono sufficienti pochi mesi senza guadagni per chiudere l’attività. Ma il tener duro non è certo un progetto imprenditoriale proponibile, competitivo, per un giovane».
Criticità generazionali anche nell’esperienza dell’azienda agricola Dordolo, di Colloredo di Monte Albano (Ud), 1.400 suini a ciclo chiuso, suini pesanti destinati alla filiera del prosciutto San Daniele. «Nonostante la difficile situazione generale della suinicoltura, il mio allevamento produce reddito – dice il conduttore Ennio Dordolo, 64 anni – infatti i capannoni sono perfetti, lo stato sanitario degli animali è ottimo e soprattutto lavorare come facciamo noi per la filiera prosciutti, pur essendo cosa molto impegnativa, offre concrete soddisfazioni economiche».
Ma c’è un ma: «Mio figlio Sandro, 28 anni, non ha intenzione di continuare l’attività di allevamento. Ha aperto uno spaccio di carne suina, oggi punta piuttosto su questo, poi in futuro non si sa».
La contrarietà di Sandro, ammette il padre, non è priva di fondamento: «Lui dice che allevare suini comporta una vita troppo dura, un eccessivo spreco di tempo e di energie dietro un’inutile burocrazia, troppi ostacoli alla produzione per i troppi controlli. E non gli si può certo dar torto: anche un altro giovane allevatore della mia zona, 30 anni, che ben conosco, dice che produrre suini ti fa fare una vita troppo dura, si deve lavorare tutti i giorni dalle 4 del mattino a mezzanotte, un tipo di vita inaccettabile soprattutto quando, come è ormai la regola in suinicoltura, non ci sono guadagni e c’è una montagna di carte inutili».
Si può magari segnalare una tendenza contraria, continua Dordolo: ogni tanto si trovano nuovi allevatori giovani, ma questi non appartengono a famiglie agricole, non hanno un background, una preparazione.
«Provano la strada dell’allevamento come uno dei tanti possibili tentativi occupazionali. Ma non si formano, non vanno a fiere e convegni, non leggono riviste specializzate… non so che futuro possano avere».
Ma tra i giovani allevatori non mancano neppure sentimenti come ottimismo e fiducia.
È il caso di Marco Berselli, classe 1985, 140 vacche in lattazione a Calvisano (Bs), che dice: «Ci sono giovani di mia conoscenza che nonostante l’azienda di tipo familiare avviata hanno deciso di intraprendere un’altra strada.
A mio giudizio, l’hanno fatto per due motivi: perché spinti dai genitori, senza quindi avere libertà di scelta, oppure per la scelta personale di non inoltrarsi in un lavoro che richiede non pochi sacrifici. La mia ambizione personale invece mi ha imposto di intraprendere la strada dell’allevatore come una sfida, per vedere se riuscirò a portare l’azienda di famiglia nel futuro preparando la stessa ad affrontare il mercato globale».
Come Dordolo, anche Berselli ritiene indispensabile una solida preparazione di base: «Inventarsi giovani allevatori dal nulla non è una cosa possibile, oggi come oggi: è necessario avere alle spalle un’azienda avviata, avvalersi dell’esperienza di chi l’ha creata e lavora con te, e la voglia di tentare nuove strade, anche sbagliando ma sempre con la modestia di ammettere i propri errori e cercare di porvi rimedio».
In ogni caso, conclude il 26enne bresciano, «uno dei motivi principali alla base del mio impegno nell’allevamento dei bovini da latte della mia famiglia è proprio la passione, che possiamo interpretare come quella voglia di fare un lavoro che ti coinvolge anche quando le cose non vanno come vorresti, quando una crisi economica come quella odierna ti mette in difficoltà, quando i costi delle materie prime che utilizzi per alimentare il bestiame sovrastano le entrate economiche, quando le ore lavorative doppiano quelle di un normale artigiano ».


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